Vita immaginaria di Paolo Uccello

Marcel Schwob – Vita immaginaria di Paolo Uccello 1896

Marcel Schwob fu filologo, romanziere, traduttore e drammaturgo.
È oggi considerato uno degli intellettuali più importanti della fine del XIX secolo.
Le sue opere intrecciavano il realismo e il fantastico, La sua esistenza fu consacrata a compilare e comparare vite immaginarie, come in questo racconto dedicato al pittore rinascimentale Paolo Uccello

Veramente si chiamava Paolo di Dono; ma i Fiorentini lo chiamarono Uccelli, o Paolo Uccelli, a causa del gran numero di uccelli raffigurati e di bestie dipinte che riempivano la sua casa, essendo egli troppo povero per nutrire degli animali o per procurarsi quelli che non conosceva.
Si dice anche che a Padova eseguì un affresco dei quattro elementi, e che diede come attributo all’aria l’immagine del camaleonte. Ma non ne aveva mai visto, sicché rappresentò un cammello panciuto che ha la bocca spalancata. (Ora il camaleonte, spiega il Vasari, è simile ad una piccola lucertola smilza, mentre il cammello è una grossa bestia dinoccolata).
Perché Uccello non si preoccupava affatto della realtà delle cose, ma della loro molteplicità e dell’infinito delle linee; e così fece campi blu, e città rosse, e cavalieri vestiti d’armature nere su cavalli d’ebano, dalla bocca infiammata, e lance dirette come raggi di luce verso tutti i punti del cielo.

E aveva l’abitudine di disegnare dei mazzocchi, che sono dei cerchi di legno ricoperti di panno che si mettono sulla testa, in maniera che le pieghe della stoffa buttata indietro circondano tutto il viso.
Uccello ne raffigurò alcuni a punta, altri quadrati, altri sfaccettati disposti in piramidi e in coni, seguendo tutte le apparenze della prospettiva, cosicché trovava un mondo di combinazioni nelle pieghe del mazzocchio.
E lo scultore Donatello gli diceva: «Ah! Paolo, tu lasci la sostanza per l’ombra!».

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Paolo Uccello – La battaglia di san Romano

Ma l’Uccello continuava la sua opera paziente, e raccoglieva i cerchi, e divideva gli angoli, ed esaminava tutte le creature in tutti i loro aspetti, e andava a chiedere l’interpretazione dei problemi di Euclide al suo amico matematico Giovanni Manetti; poi si rinchiudeva e ricopriva le sue pergamene ed i suoi legni con punti e curve.

Si dedicò perpetuamente allo studio dell’architettura, e in questo si fece aiutare da Filippo Brunelleschi; ma non lo faceva affatto con l’intenzione di costruire. Si limitava ad osservare le direzioni delle linee, dalle fondamenta fino ai cornicioni, e la convergenza delle rette nelle loro intersezioni, e in qual maniera le volte giravano sulle loro chiavi, e lo scorcio a ventaglio delle travi del soffitto che sembravano unirsi alle estremità delle lunghe sale. Raffigurava anche tutte le bestie e i loro movimenti, e i gesti degli uomini al fine di ridurli a linee semplici.

In seguito, simile all’alchimista chino su miscugli di metallo e di organi a spiarne la fusione nel suo fornello per trovare l’oro, Uccello versava tutte le forme nel crogiolo delle forme. Le riuniva e le combinava, e le fondeva al fine di ottenere la loro trasmutazione nella forma semplice dalla quale dipendono tutte le altre.
Ecco perché Paolo Uccello visse come un alchimista in fondo alla sua piccola casa. Credette di poter mutare tutte le linee in un solo aspetto ideale. Volle concepire l’universo creato così come esso si rifletteva nell’occhio di Dio, che vede scaturire tutte le figure da un centro complesso.

Intorno a lui vivevano Ghiberti, della Robbia, Brunelleschi, Donatello, ognuno orgoglioso e maestro della propria arte, che beffavano il povero Uccello, e la sua follia della prospettiva, e lo compativano per la sua casa piena di ragni, vuota di provviste; ma Uccello era ancora più orgoglioso. A ogni nuova combinazione di linee, sperava di aver scoperto la modalità del creare. Non mirava all’imitazione, ma alla potenza nello sviluppare sovranamente tutte le cose, e la strana serie di cappucci con le pieghe gli sembrava più rivelatrice delle magnifiche figure di marmo del grande Donatello.
Così viveva l’Uccello e la sua testa pensosa era avvolta nella sua cappa; e non si accorgeva né di ciò che mangiava né di ciò che beveva, ma in tutto era uguale a un eremita.

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Paolo Uccello – La battaglia di san Romano (dettaglio)

E così un giorno, in un prato, vicino ad un cerchio di vecchie pietre affondate nell’erba, egli scorse una fanciulla che rideva, e aveva la testa cinta da una ghirlanda. Indossava una lunga veste delicata sostenuta alle reni da un nastro pallido, ed i suoi movimenti erano morbidi come gli steli che piegava.
Il suo nome era Selvaggia, ed ella sorrise a Uccello. Egli notò la flessione del suo sorriso. E quando lei lo guardò, egli vide tutte le piccole linee delle ciglia, e i circoli delle pupille, e la curva delle palpebre, e i sottili intrecci dei capelli, e nel suo pensiero fece descrivere alla ghirlanda che le cingeva la fronte una moltitudine di posizioni.

Ma Selvaggia non seppe nulla di tutto questo, perché aveva soltanto tredici anni. Prese Uccello per la mano e lo amò. Era la figlia di un tintore di Firenze, e sua madre era morta. Un’altra donna era venuta nella casa, e aveva picchiato Selvaggia. Uccello la portò via con sé.
Selvaggia rimaneva accovacciata tutto il giorno davanti al muro sul quale Uccello tracciava le forme universali. Non riuscì mai a capire perché egli preferisse osservare delle linee diritte e delle linee arcuate piuttosto che guardare il tenero volto che si volgeva verso di lui.

La sera, quando Brunelleschi o Manetti venivano a studiare con Uccello, lei si addormentava, dopo la mezzanotte, ai piedi delle rette incrociate, nel cerchio d’ombra che si allargava sotto la lampada. Al mattino, si svegliava prima di Uccello, e si rallegrava perché era circondata da uccelli dipinti e da bestie colorate.
Uccello disegnò le sue labbra, e i suoi occhi, e i suoi capelli, e le sue mani, e fissò tutti gli atteggiamenti del suo corpo; ma non fece mai il suo ritratto, così come facevano gli altri pittori che amavano una donna. Poiché l’Uccello non conosceva la gioia di limitarsi all’individuo; non restava in un solo luogo: voleva planare, nel suo volo, al di sopra di tutti i luoghi.

E le forme degli atteggiamenti di Selvaggia furono gettate nel crogiolo delle forme, insieme con tutti i movimenti delle bestie, e con le linee delle piante e delle pietre, e con i raggi della luce, e con le ondulazioni dei vapori terrestri e delle onde del mare.
E senza ricordarsi di Selvaggia, Uccello sembrava rimanere eternamente chino sul crogiolo delle forme.

Ma non c’era nulla da mangiare nella casa di Uccello. Selvaggia non osava dirlo a Donatello né agli altri. Ella tacque e morì.
Uccello raffigurò l’irrigidirsi del suo corpo, e il congiungersi delle sue piccole mani magre, e le linee dei suoi poveri occhi chiusi.
Non seppe che era morta, come non aveva saputo se era viva. Ma gettò queste nuove forme in mezzo a tutte quelle che aveva radunato.

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Paolo Uccello – La caccia notturna

L’Uccello divenne vecchio e nessuno capiva più i suoi quadri. Non vi vedevano che una confusione di curve. Non vi riconoscevano più né la terra, né le piante, né gli animali, né gli uomini.
Da lunghi anni egli lavorava alla sua opera suprema, che nascondeva agli occhi di tutti. Essa avrebbe dovuto abbracciare tutte le sue ricerche, e ne era l’immagine, nella sua concezione.
Era un san Tommaso incredulo, che mette il dito nella piaga del Cristo.

Uccello terminò il suo quadro a ottanta anni. Fece venire Donatello, e lo scoprì religiosamente davanti a lui.
E Donatello gridò: «O Paolo, ricopri il tuo quadro!».
L’Uccello interrogò il grande scultore: ma questi non volle dire altro. Sicché Uccello capì di aver compiuto il miracolo. Ma Donatello non aveva visto che un garbuglio di linee.

E qualche anno dopo, Paolo Uccello fu trovato morto di consunzione sul suo pagliericcio. Il suo viso era splendente di rughe. I suoi occhi erano fissi sul mistero rivelato.
Teneva nella mano strettamente rinchiusa un pezzetto rotondo di pergamena coperto di linee intrecciate che andavano dal centro alla circonferenza e che ritornavano dalla circonferenza al centro.

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