Un nuovo importante libro sull’Angelico

Angelico, più umanista meno beato

Gerardo De Simone, “Il Beato Angelico a Roma (1445-1455)”, Olshki. Un libro sulla stagione romana, la meno esplorata, del frate domenicano: che ne risulta tra i primi rifondatori della pittura.

Fra Giovanni da Fiesole detto il Beato Angelico, “La cosacrazione diaconale di San Lorenzo”, part., dagli affreschi con episodi della vita dei SS. Stefano e Lorenzo, Cappella Niccolina, Città del Vaticano, Palazzo Apostolico

Quando Giorgio Vasari nella ‘vita’ di Leon Battista Alberti descrive il suo arrivo a Roma, non può esimersi dal dire che il papa allora in carica, Niccolò V (al secolo Tommaso Parentucelli da Sarzana), «aveva col suo modo di fabbricare messo tutta Roma sottosopra». Eletto al soglio pontificio nel 1447, il Parentucelli avrebbe dato forma a una politica di rinnovamento dell’Urbe in senso pienamente umanistico. Con lui si sarebbe definitivamente affermata la preminenza del Vaticano come residenza papale – sino ad allora stabilita nei palazzi del Laterano – e si sarebbe dato avvio senza esitazioni, nel 1449, a una campagna di ‘riqualificazione’ della Basilica petriana. Per le sue campagne edificatorie Niccolò V non avrebbe esitato a saccheggiare i monumenti antichi, usandoli di fatto come vere e proprie ‘cave all’aperto’, attirandosi le critiche di molti umanisti della curia. Biondo Flavio, ad esempio, censurava l’«improba manus» del pontefice. La città eterna era tornata ad essere la sede del papato dal 1443, quando il predecessore di Niccolò V, Eugenio IV (il veneziano Gabriele Condulmer), era riuscito a rientrare in città dopo che era stato costretto, nove anni prima, a una rocambolesca fuga.
Erano anche gli anni in cui giungeva nell’Urbe, appunto, Leon Battista Alberti. Il suo rapporto con Niccolò V in qualità di ‘consigliere’ in fatto di architettura, rapporto tramandato dalle fonti anche se non in modo del tutto chiaro, ha fatto nascere una serie di ipotesi circa l’effettiva incidenza delle teorie albertiane sull’architettura. Ma fu anche la volta, al principio degli anni cinquanta, dell’arrivo di Bernardo Rossellino che, come tramanda Vasari, sarebbe stato il ‘costruttore’ del ‘progetti’ dell’Alberti. La Roma alla metà del Quattrocento, come affiora dalle fonti, doveva insomma conoscere un momento di entusiastica rinascita artistica.
A quegli anni risalgono anche le imprese, celeberrime, di uno degli artisti più noti di quel secolo: Beato Angelico. Giunto a Roma tra la fine del 1445 e il principio del 1446 (dunque sotto il papato di Eugenio IV), l’Angelico avrebbe concentrato la sua attività soprattutto – ma non in modo esclusivo – nei Palazzi Vaticani. Con una serie di campagne decorative scalabili ad annum, dal 1446 al 1449, il frate-pittore si sarebbe fatto anch’egli interprete dello spirito di rinnovamento che caratterizzò il pontificato di Niccolò V. Dovevano essere state le sue opere nel convento di San Marco a Firenze a colpire Eugenio IV: soggiornando in città nel 1443 il pontefice si stabilì proprio nel convento domenicano che l’Angelico stava decorando insieme alla sua bottega. La capacità di gestire un cantiere complesso, di organizzare la bottega secondo criteri di efficienza e rapidità e, certo non ultima, la grande qualità delle sue opere, dovettero essere fattori tutt’altro che secondari nello spingere il papa a individuare proprio nel frate la persona da chiamare a Roma per decorare alcuni importanti cantieri. Primo fra tutti il Palazzo del Vaticano.
Questo progetto venne ereditato da Niccolò V che, se possibile in modo ancor più forte, investì l’Angelico di commissioni di tutto rispetto. Come detto, il grosso dei suoi interventi in Vaticano è circoscrivibile tra il 1446 e il 1449. Dei quattro cicli pittorici solamente uno s’è conservato: la superba Cappella Niccolina, che ospita sulle sue pareti le storie dei protomartiri cristiani Stefano e Lorenzo. Pur avendo subito alcune perdite e manomissioni nel corso dei secoli e, verrebbe da dire, anche per la furia costruttiva dei papi dei secoli successivi, questo ciclo segna uno dei vertici della pittura italiana del Quattrocento.
Proprio sugli anni romani dell’Angelico, dedicando uno spazio assai ampio agli affreschi della Niccolina, si concentra Gerardo De Simone nel volume Il Beato Angelico a Roma (1445-1455) Rinascita delle arti e Umanesimo cristiano nell’Urbe di Niccolò V e Leon Battista Alberti, edito da Olschki (pp. XVI-358, con 80 tavv. b/n e 80 a col, euro 140,00). De Simone prende infatti in esame, in modo sistematico, proprio quel segmento dell’attività del pittore che era rimasto in parte al di fuori delle trattazioni monografiche dedicate all’artista. In questo, certo, un ruolo lo ha giocato anche il fondamentale passaggio dei secoli: di volta in volta la Città Eterna veniva interessata da ingenti politiche edilizie e per fare spazio ai nuovi valori veicolati dai nuovi cantieri «sacrificava» molto delle testimonianze dei secoli precedenti. Questa sorte è toccata ai cicli dell’Angelico in Vaticano ad eccezione di uno, la cappella Niccolina, affrescata nel 1448.
Quasi tutta la seconda parte del libro si concentra su questo superbo monumento, indagandone in profondità le ragioni e offrendo anche una sintesi dei vari interventi di restauro che l’hanno interessata. Il ciclo è indagato nei suoi molteplici aspetti, dalle ragioni della committenza che ne ha determinato l’iconografia sino, come detto, alle vicende della materia pittorica. Uno degli aspetti che certo più colpiscono di questi affreschi è il ricorso a una mise en page che fa proprio il vocabolario dell’architettura antica. Gli edifici rappresentati dall’Angelico, infatti, sono tutti decorati con motivi che rimontano alla classicità. Ma una classicità rifusa nei contesti della Firenze e della Roma in cui l’Angelico viveva. Le varie opere del pittore che ruotano attorno ai suoi anni romani sono parimenti indagate da De Simone con la stessa attenzione riservata agli affreschi vaticani. In questo modo si determinano un’efficace serie di intrecci, tra filo principale della ricerca e digressioni funzionali che, chiaramente, sono utili a precisare molti aspetti delle vicende del catalogo dell’artista.
È il caso, ad esempio, della tela raffigurante la Madonna col Bambino conservata nel convento di Santa Maria Sopra Minerva a Roma, luogo per il quale il pittore dovette eseguire, nel corso del suo secondo soggiorno a Roma (circa 1452-1455), anche altri lavori – come la pala dell’altare maggiore, tramanda ancora una volta Vasari – oggi purtroppo dispersi o perduti. Il chiostro della stessa chiesa doveva essere decorato, secondo la ricostruzione proposta dall’autore, da un ciclo di affreschi ispirato alle Meditationes del cardinale Juan de Torquemada, che proprio nel convento della Minerva risiedeva abitualmente.
Quello che, più in generale, emerge dal volume è il posto che l’Angelico dovette occupare tra i ‘rifondatori’ del linguaggio pittorico alla metà del Quattrocento, linguaggiio che aveva nella città dei papi uno dei suoi punti di irraggiamento privilegiati. Ne emerge anche, in un certo senso, ridimensionata l’immagine del ‘pittore mistico’, che costruì un vero e proprio mito attorno al frate-pittore, a favore invece di un artista pienamente ‘umanistico’, al quale si tributa l’onore di una sepoltura monumentale corredata da ben tre epigrafi, due delle quali composte, per volontà di Niccolò V, da Lorenzo Valla. Sarebbe difficile immaginare un omaggio più altisonante per uno degli artisti la cui arte, come recita una cronaca cinquecentesca dell’ordine domenicano, «era famosissima in tutto il mondo».

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