Sul vulnus alla tutela dell’ambiente effettuato con la modifica dell’Articolo 9

L’art.9 ferito dalla revisione – impossibile – dei principi fondamentali

di Giovanni Losavio, Emergenza cultura 12-10-2022

Le voci risentite, per la verità non numerose (Montanari, Settis, Carpentieri, Severini), che si sono alzate, quando ancora se ne discuteva in parlamento, su questa manomissione dell’art.9, hanno innanzitutto colto il profilo di assoluta novità della proposta revisione che attenta alla integrità del compatto e chiuso tessuto dei principi fondamentali fino ad oggi rimasto intoccato nella settantennale vicenda delle corrive revisioni della costituzione, raramente benefiche. Oggi si è creduto di poterlo e doverlo fare come aggiornamento dovuto alla maturata cultura dell’ambiente, solenne avvio della transizione ecologica. Un precedente molto pericoloso che apre il varco a nuove riscritture con analoghi intendimenti. E la questione pregiudiziale della ammissibilità di mettere a revisione il testo di un articolo dei primi dodici dedicati ai selezionatissimi principi fondamentali è rimasta implicita nello sviluppo delle ragioni per cui la riforma è inutile e sicuramente dannosa. Insuperabili (di recente ci si è provato invano Gianfranco Amendola) gli argomenti sul merito di quell’indebito inserto, il terzo comma, che stravolge il senso del testo originario dove il secondo comma è legato funzionalmente al primo (promuove lo sviluppo della cultura, quindi tutela patrimonio e paesaggio), una sintassi che non lascia spazio ad alcuna integrazione con la letterale enunciazione di un ulteriore principio in un comma aggiuntivo. Sicché quel terzo comma è messo lì per riformulare integralmente l’articolo 9 e modificare il senso del secondo comma come lo abbiamo ricevuto nella consolidata lettura che ne ha dato la corte costituzionale con numerose pronunce.

Lo ha con franchezza spiegato nella intervista che il 6 settembre ha reso a Repubblica il loquace presidente della corte costituzionale (alla vigilia della conclusione del suo mandato di giudice) che riconosce nella riforma il necessario superamento della identificazione tra ambiente e paesaggio e della sua conseguenza precisa. “Oggetto della tutela costituzionale era soprattutto il bello, l’equilibrio perfetto tra la natura e l’opera dell’uomo”. Sono queste le pressoché testuali espressioni della legge 1497 del 1939 sulle bellezze naturali, inadeguate a rendere la nozione del paesaggio dell’art.9 (che non si è limitato a costituzionalizzare la tutela di quella legge nella quale invano ricerchiamo lo stesso lemma paesaggio): la nozione del paesaggio come l’aveva altrimenti saputa intendere la corte costituzionale. Dissenting opinion quella del suo presidente. Insomma, dice lui, il testo originario dell’art.9 deve essere riformato perché esprime una “accezione di ambiente molto diversa da come oggi la intendiamo, l’atmosfera in cui la vita è possibile, un insieme di equilibri da cui dipende la nostra salute e la stessa sopravvivenza della specie. E l’ambiente in questa accezione è entrato [con la riforma, deve intendersi] nella costituzione accanto alla tutela del paesaggio”. La riforma rompe dunque intenzionalmente la unità paesaggio/ambiente (inscindibile endiadi) e rende inesorabile il conflitto. Che Amato confessa di aver vissuto personalmente nelle colline toscane, risolto con le pale eoliche messe a sfondo dei cipressi che a Bolgheri. Anche lì ha ceduto il paesaggio, non poteva che finire così.

Il terzo comma dell’art.9 non aggiunge dunque un ulteriore principio a quelli fondativi della repubblica, che rimarrebbero in ipotesi non incisi, rispettati nella loro pregnanza. Al contrario, lo ha colto infine Amato, la riforma riconduce a una diversa dimensione prescrittiva il principio della tutela del paesaggio come originariamente era stato dettato dalla assemblea costituente nel secondo comma dell’art.9 e come è stato inteso nella attenta cognizione della corte costituzionale. Sorprende che il suo presidente ne svaluti la complessa elaborazione, non solo, ma insieme neghi la attitudine del testo costituzionale (saputo intendere dalla moderna sensibilità dell’interprete) a corrispondere alla esigenza di adeguamento alla maturata coscienza dei valori.

A far oggetto di revisione l’art.9 ci aveva già provato, come è ben noto, la XIV legislatura per portare la tutela dell’ambiente dentro i principi fondamentali, proponendo dapprima l’inserto della espressione “ambiente naturale” nel secondo comma, primo elemento del plurimo complemento, ambiente naturale, paesaggio, patrimonio. Anche allora Italia Nostra motivò le ragioni che si oppongono alla manomissione del più bell’articolo della costituzione come lo aveva accreditato, si ricorderà, il presidente Ciampi e a lui l’associazione fece allora riservatamente giungere le osservazioni che aveva illustrato nella audizione della commissione del Senato. Facendo affidamento che il presidente, pur attenendosi alla sua regola di non interferire nei lavori parlamentari di formazione delle leggi, trovasse tuttavia il modo e la occasione di esprimere il proprio convincimento su quella iniziativa revisionista. E Ciampi la trovò nel suo viaggio negli Stati Uniti del novembre del 2003, e nel discorso che tenne alla National Gallery di Washington ritornò sul suo amato art.9, sottolineando la stretta interdipendenza dei due commi, come valore intoccabile disse così (riprendendo pressoché alla lettera un passaggio delle ricevute osservazioni di Italia Nostra). Fu una raccomandazione indiretta, subito registrata come tale dal relatore al progetto di legge alla camera dei deputati e l’assemblea ritenne di doverne tener conto, ma se la cavò lasciando integro il secondo comma e affidando a un terzo comma il principio integrativo autonomo della tutela del paesaggio, con la espressione che sarà quasi testualmente ripresa nel testo di questa revisione 2022. Ci sarebbe stato allora tutto il tempo per concludere entro la stessa legislatura (dal 2003 – prima lettura – al 2006) il pur complicato procedimento di revisione, che non venne invece alla sua fine e credo che quella autorevole raccomandazione non sia stata ininfluente sul tacito insabbiamento, come si dice, della proposta.

L’eccezione di inammissibilità, pregiudiziale alla considerazione nel merito della riforma che modifica il principio della tutela del paesaggio, apre alla prospettiva verso il sindacato di legittimità della Corte Costituzionale sulla legge di revisione approvata definitivamente dal Parlamento nel febbraio scorso e trionfalmente dalla Camera dei Deputati in conclusiva lettura con un solo voto contrario. Mai la corte costituzionale (con la dottrina unanime fin dalle primissime esegesi, Mortati) ha dubitato che il proprio sindacato di legittimità comprendesse le leggi costituzionali e quelle stesse di revisione costituzionale (anche se mi pare che mai si sia dovuta misurare con la contestazione/sospetto di legittimità di una specifica legge di revisione costituzionale) soggette tutte, leggi costituzionali e di revisione, al rispetto dei “principi supremi dell’ordinamento costituzionale” ai quali implicitamente si estende la limitazione posta al potere di revisione dall’art.139 per la “forma repubblicana”: che necessariamente si sostanzia negli essenziali e originali connotati disegnati e storicamente definiti dalla assemblea costituente nel solenne testo introduttivo dei principi fondamentali. Su quei principi è nata e si è costituta la repubblica voluta nel referendum del giugno 1946 e non sarebbero fondamentali se fossero oggetto di possibile revisione, sono funzionalmente immutabili, insuscettibili di essere riformati, perché ne sarebbe alterata la stessa forma repubblicana come storicamente concepita dai costituenti. Sono dettati per sempre, eis aei, perché la Repubblica è stata fondata così e riscrivere anche uno soltanto di quei principi è un attentato al loro compito e può dirsi perfino, in una considerazione che non sia quella propria della disciplina giuridica, che così si consumi un falso storico. I principi fondamentali differiscono quindi funzionalmente rispetto alle consecutive disposizioni del testo costituzionale, suscettibili esse di adeguamento al nuovo e di formare oggetto di riconsiderazione nei modi della revisione. Che è vincolata in ogni caso al rispetto dei “principi supremi dell’ordinamento costituzionale” espressi innanzitutto, ma non solo, negli stessi testuali principi fondamentali. Per la più esplicita motivazione del convincimento della Corte costituzionale è generalmente richiamata la sentenza (n.1146 del 1988) data sul dispositivo di uno degli statuti speciali della Regione Trentino-Alto Adige che hanno valore di legge costituzionale. Rigettando la eccezione di inammissibilità sollevata dalla avvocatura dello stato, la corte ci dice: “La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale quale la forma repubblicana (art.139), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati tra quelli non assoggettabili a procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la costituzione italiana. Se così non fosse, conclude la Corte, si perverrebbe all’assurdo di considerare il sistema di garanzie giurisdizionali della costituzione come difettoso o non effettivo proprio in relazione alle norme di più elevato valore” (la questione di legittimità affrontata in quella sentenza era posta in rapporto al principio di eguaglianza dell’art.3). Digiuno come io sono dei dedicati studi disciplinari, commetto l’azzardo di identificare, impiegando i comuni strumenti critici di lettura di un testo di scrittura, negli intoccabili principi supremi quelli che la costituzione esplicitamente riconosce come fondamentali e pone nella introduzione delle due consecutive parti dedicate ai diritti e ai doveri dei cittadini e all’ordinamento della repubblica. Sarebbero vanamente fondamentali se offrissero alla pretesa di revisione il medesimo grado di resistenza di ogni altra disposizione costituzionale. So bene che la questione è controversa e che maggioritario tra gli studiosi dedicati è il rifiuto della identificazione (perché espressione si dice di cieco automatismo) dei supremi principi nei testuali principi fondamentali, un rifiuto che non è però motivato sul riscontro critico dei contenuti di ogni specifico articolo dei primi dodici, né dirimente a me pare l’unico argomento, addotto a campione si direbbe, fondato sulla considerazione dell’art.12 che ha mero contenuto descrittivo della bandiera della repubblica come tricolore e non enuncia quindi a rigore alcun principio (ma c’è chi invece anche all’art. 12 non nega la dignità di supremo principio). Certo è che non abbiamo letto alcuna esplicita motivata negazione della attitudine del dettato dell’art.9 (come letto dalla corte costituzionale) a integrare in sé un supremo principio, e pure è certo (ce lo ha spiegato il presidente uscente della Corte costituzionale) che il terzo comma è stato messo lì dalla revisione per contrarre il contenuto prescrittivo della tutela del paesaggio come la aveva voluta il costituente.

Il dibattito parlamentare che ha condotto ai quattro voti non si può francamente dire che non sia stato ampiamente partecipato, essendosi anche giovato della consultazione di costituzionalisti di gran rango chiamati in audizione, consultazione unanimemente data a sostegno della riforma nel merito, anche con argomenti di tutto rispetto (come quelli di Gustavo Azzariti – ci ritornerò in conclusione tra breve – che ha scritto e pubblicato nel 2016 pagine molto belle contro il revisionismo costituzionale). Ma la lettura degli atti parlamentari (frettolosa però la mia) ci dice che la discussione non si è fermata affatto a considerare l’assoluta novità della iniziativa di revisione diretta, come mai fino ad oggi, su un principio fondamentale, per riflettere sul problema della relativa ammissibilità e dare in ipotesi una motivata risposta affermativa. E neppure dai servizi studi di Camera e Senato il tema è affrontato. Speciale interesse ha il rapporto dell’Ufficio del Senato che dà diffusamente conto della lettura espansiva della tutela del paesaggio costituzionalmente sancita dall’art.9, declinata dalla giurisprudenza costituzionale come tutela paesaggistico-ambientale e riprende le significative espressioni delle più recenti pronunce della Corte là dove (in particolare la sentenza n.179 del 2019) si fa riferimento al “processo evolutivo diretto a riconoscere una nuova relazione tra la comunità territoriale e l’ambiente che la circonda, all’interno della quale si è consolidata la consapevolezza del suolo quale risorsa naturale eco-sistemica non rinnovabile, essenziale ai fini dell’equilibrio ambientale, capace di esprimere una funzione sociale e di incorporare una pluralità di interessi e utilità collettive, anche di natura intergenerazionale”. Argomenti che a rigore avrebbero dunque dovuto convincere della inutilità della riforma del principio di tutela del paesaggio come oggi lo si deve intendere, idoneo a offrire esauriente protezione a tutti gli interessi ambientali, voluti invece fare oggetto di un autonomo principio inevitabilmente speso in funzione conflittuale, sicché dannosa la riforma che rompe la unità concettuale paesaggio/ambiente. Come ineccepibilmente avevano dimostrato nel loro tempestivo saggio Carpentieri e Severini. Mi ero riservato di ritornare brevissimamente in conclusione sul parere di incondizionata adesione alla proposta motivato da Azzariti, lo studioso contro il revisionismo costituzionale, che qui riconosce una riforma nel segno della attuazione costituzionale, con efficacia innovativa, non meramente ricognitiva della evoluzione della legislazione ordinaria, che introduce un nuovo principio di tutela dell’ambiente fondato sulla impegnativa idea di sviluppo ecosostenibile (non più basato sulla priorità economico-finanziaria o genericamente postulato sostenibile); la collocazione del compito di tutela dell’ambiente tra i principi fondamentali porta all’emancipazione del bene ambientale dalla visione esclusivamente proprietaria e antropocentrica, legata cioè all’uso dell’ambiente utile al singolo o alla collettività per integrare questa visione in quella oggettiva del bene inteso come bene comune, da preservare cioè come bene in sé e per assicurare l’ecosistema all’attuale generazione e a quelle future (in una dimensione di doverosità legata alla solidarietà intergenerazionale). Una riforma necessaria che valga – ecco il punto – a impedire l’elusione del diritto all’ambiente, dalla giurisprudenza costituzionale e ordinaria di legittimità riconosciuto in via di principio come valore primario e assoluto, ma attraverso l’impiego improprio della tecnica di bilanciamento, esposto alla soccombenza nel confronto con ogni altro diritto costituzionalmente protetto, come il diritto di impresa e quello del lavoro. Così è in pratica avvenuto nel caso della Ilva di Taranto, avendo la Corte costituzionale – denegata giustizia costituzionale, osserva Azzariti – rimesso il bilanciamento al legislatore ordinario. Si tratta insomma dell”attesa riforma capace di conferire la forza che spetta nell’ordine costituzionale al valore dell’ambiente nel bilanciamento con ogni altro valore pur costituzionalmente protetto. Una legge di riforma che è dunque nel segno, come si diceva, della attuazione costituzionale. Nello schema costruito da Azzariti rimane del tutto assente, come si vede, la considerazione del valore-paesaggio con il quale l’ambiente, riconosciuto che sia oggetto di autonoma tutela, deve misurarsi e entrare nel bilanciamento; ma assente innanzitutto la considerazione di quello sviluppo della giurisprudenza della corte costituzionale che aveva saputo fondare sul principio dell’art.9 anche in rapporto all’art.32 la esauriente tutela dell’ambiente. E se nel caso dell’Ilva la tutela dell’ambiente è rimasta soccombente non fu in ragione di una presunta debolezza del principio, ma, come riconosce lo stesso Azzariti, per essersi la Corte sottratta con quella decisione al suo compito.

Insomma, e per concludere in fretta, l’attentato all’integrità del principio fondamentale (e supremo dell’ordinamento costituzionale) dell’art.9 nulla aggiunge alla efficacia della tutela dell’ambiente, ma gravemente attenua il vigore della protezione riconosciuta al paesaggio. E rimango convinto che si tratti di questione che possa e debba essere portata al sindacato della Corte Costituzionale.

Contro i borghi, per i paesi : oltre il ‘piccoloborghismo’

“Contro i borghi, per i paesi”. Perché dobbiamo ridare dignità ai territori

di Luca Martinelli, Emergenza cultura, 29-7-2022

“Si scrive ‘contro i borghi’ ma si legge ‘per i paesi’”, attacca Filippo Barbera, ordinario di Sociologia economica presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. “Contro i borghi” è l’ultimo libro che ha curato con Antonio De Rossi (professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana e direttore dell’Istituto di architettura montana presso il Politecnico di Torino) e Domenico Cersosimo (ordinario di Economia applicata all’Università della Calabria) per l’editore Donzelli, la raccolta di una ventina di saggi brevi che raccontano “il Belpaese che dimentica i paesi”. Un libro -progetto che – spiega De Rossi – è stato realizzato in appena quattro mesi: “L’idea è nata a marzo, il 2 aprile abbiamo organizzato un seminario, coinvolgendo gli autori e l’editore, a fine giugno siamo arrivati in libreria”.

Leggi tutto “Contro i borghi, per i paesi : oltre il ‘piccoloborghismo’”

La luce, magia di Canaletto e Guardi

Canaletto e Guardi forever

di Fabrizio Magani, Finestre sull’arte, 18-6-2022

Canaletto, Chiesa del Redentore (1746 circa; olio su tela, 47,4 x 77,3 cm; Londra, Moretti Fine Art)

Il vedutismo settecentesco conobbe due grandi protagonisti: il Canaletto e Francesco Guardi. Canaletto ebbe una fortuna continua, mentre Guardi fu riscoperto solo agli inizî del Novecento. Due pittori così vicini, ma che intesero la veduta in maniera profondamente diversa.

Che colpo per il vecchio Luca Carlevarijs questa storia. Era a Venezia da diverso tempo dedito al paesaggismo pittoresco e perciò era anche il principale specialista nella veduta topografica, genere che coltivò col merito dello studio tecnico-scientifico riconosciutogli da più parti. Sembra essere, nella parte finale del Seicento, il più dotato dal punto di vista della preparazione, tanto da far pensare che fosse motivato sui problemi della meccanica della composizione richiesta dalla ricognizione topografica dei luoghi. Difatti, il ritratto dell’artista maturo fattogli da Bartolomeo Nazzari (Oxford, Ashmolean Museum) mostra la strumentazione di cui si circondava abitualmente, mappamondo, compasso, misuratori, testi scientifici e, solo più defilata, la tavolozza.

Puoi continuare a leggere l’articolo al seguente link

https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/canaletto-e-guardi-forever

 

Leggi tutto “La luce, magia di Canaletto e Guardi”

Dubbi sulla recente modifica dell’articolo 9 della Costituzione

Sull’inutile, anzi dannosa modifica dell’articolo 9 della Costituzione

di Giuseppe Severini, Presidente di sezione del Consiglio di Stato e Paolo Carpentieri, Consigliere di Stato

Articolo pubblicato su giustiziainsieme.it il 22 settembre 2021

1. La normazione iconica, fatta di solenni enunciazioni di valori impropriamente vestiti con i panni della legge, è per i giuristi una delle afflizioni dei nostri tempi. Rispecchia la pratica semplificatoria dei social media, di cui replica l’impronta riduttiva e ricerca la formula disintermediata. Le motivazioni non sono dissimili. Leggi tutto “Dubbi sulla recente modifica dell’articolo 9 della Costituzione”

L’inverno secondo Bruegel

L’essenza dell’inverno in un dipinto: i Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio

di Claudia farini, Finestre sull’arte, 18-2-2021

Pieter Bruegel, Cacciatori nella neve (1565; olio su tavola, 116,5 x 162 cm; Vienna, Kunsthistorisches Museum)

Nel 1565 il pittore olandese Pieter Bruegel (Breda, 1525 circa – Bruxelles, 1569), all’apice della sua carriera, realizzò una serie di dipinti dedicata al tema dei mesi dell’anno, per il facoltoso mercante Niclaes Jonghelinck, che in seguito la dovette cedere alla città di Anversa. Dalla città, anni dopo, le opere furono donate all’arciduca Ernesto d’Austria. Attualmente delle cinque tavole che ci sono giunte tre sono conservate presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna (dove è raccolto il maggior numero di dipinti dell’artista), una a Praga alla Národní Galerie e una al Metropolitan Museum of Art di New York.

 

Puoi continuare a leggere questo articolo al link

https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/pieter-bruegel-i-cacciatori-nella-neve-essenza-inverno

Energia e paesaggio

La Battaglia del Paesaggio

di Rosa Filippini, L’Astrolabio, 23-6-2020

 

Sembrava cosa fatta la trasformazione di 250 ettari di paesaggio rurale di grande pregio della Tuscia in uno degli impianti fotovoltaici più grandi del mondo. Invece il Ministero per i Beni e le Attività Culturali si è opposto e ha avuto ragione. Ora, con l’opposizione al megaimpianto eolico di Rimini, si fa sempre più duro – e per fortuna più visibile – lo scontro fra chi vuole pale e pannelli a tutti i costi e chi non intende lasciar distruggere il paesaggio e si impegna invece a favore di politiche più efficaci contro il cambiamento climatico. Leggi tutto “Energia e paesaggio”

Autonomie regionali e sacco del paesaggio e dei Beni Culturali

L’autonomia devasta paesaggi e beni culturali

Salvatore Settis

Pur di devastare impunemente paesaggio e patrimonio culturale, la Lega nordista cerca ispirazione nel già vituperato Sud. E infatti le richieste di “autonomia” avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (nella quale ultima le istanze leghiste sono targate Pd) ricalcano l’autonomia speciale di cui gode la Regione Sicilia. Il 16 maggio le intese fra il presidente del Consiglio e le tre regioni sono state siglate, e prontamente occultate. Possiamo leggerle, con due mesi di ritardo, solo grazie al sito Roars.

Leggi tutto “Autonomie regionali e sacco del paesaggio e dei Beni Culturali”

Autonomie regionali e Beni Culturali sotto attacco

Il patrimonio culturale fatto a pezzi

Battista Sangineto

Beni da sminuzzare. Nei prossimi giorni, verranno approvate le nuove, peggiorative, bozze sulla «autonomia differenziata», fra il governo e le tre regioni secessioniste, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che vogliono apportare modifiche anticostituzionali e antiunitarie anche in materia di valorizzazione e di tutela

Leggi tutto “Autonomie regionali e Beni Culturali sotto attacco”

Il paesaggio, la storia la luce: il crogiuolo della bellezza sempre in pericolo

La legge del cemento soffoca anche i cimiteri di campagna

Tomaso Montanari, FQ, 14-1-2019

Non c’è pace tra i cipressi – Il piccolo camposanto di Dofana, a Siena, rischia di essere stravolto con la scusa della modernizzazione

“Su croci oblique, pendio di edera, / leggero sole, profumo e canto d’api. / Felici voi che giacete al riparo / stretti al cuore buono della terra”: il titolo della poesia da cui provengono questi versi è un archetipo dell’immaginario europeo post-romantico: Un cimitero di campagna.

Leggi tutto “Il paesaggio, la storia la luce: il crogiuolo della bellezza sempre in pericolo”

Paesaggio, natura e storia: qualche riflessione

Cosa è il paesaggio

Troppo spesso le grida d’allarme per il riscaldamento del pianeta sono servite come alibi per contrabbandare operazioni utili soltanto a chi le proponeva e pagate dalle tasche dei contribuenti.

Di Carlo Alberto Pinelli

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante  regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati ( pascoli e boschi ) o non assoggettabili in alcun modo ( loci horridi )alle esigenze materiali dell’uomo.  Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile  della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

Il tema di cui dobbiamo oggi occuparci, vale a dire le nostre valutazioni relative alla invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, non ci permette di affrontare l’argomento, di per sé affascinante ( e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno di questi appunti ruoterà intorno all’Ager: i luoghi della vita.

 

Panorama VS Paesaggio

Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi.  Entrambi  sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere.  Però poi il primo – il panorama –  fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia ( cito a memoria le parole della professoressa Luisa Bonesio ) tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far si che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim  Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”.  Questa ultima annotazione – con sentimento –  è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso  che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile.  Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

Già molti anni fa Guido Ceronetti scriveva: “ E’ una campagna che somiglia a una bambina bellissima, che un cancro ha devastato in un solo lato del viso, cancellandone un occhio e lasciando l’altro aperto per lo stupore e il silenzioso rimprovero. E’ una campagna umiliata, sofferente, che si vergogna di non poter sparire; nella quale ogni nuovo insediamento industriale è come un vistoso chiodo nella carne, disperata di non aver difesa (…). Una delle grandi tristezze di queste campagne intristite è la gratitudine delle vittime umane, il loro leccamano contento, a volte la loro partecipazione attiva perché sia più alto, più intenso il grado del proprio scempio. E’ una vergogna che le peggiori forme della civiltà urbana siano accolte con tanta “cupio dissolvi” dalle campagne.”

Crampiolo. Verbano Cusio Ossola

La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva  contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli.  Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

La dignità del Paesaggio

E allora? Allora è’ ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti.  Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano.  Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani, o dal denaro che viene loro offerto in cambio. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro ad una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori  come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio ( o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio.  Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità anche paesaggistica dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena. Così come fa pena leggere che quegli stessi personaggi utilizzano contro di noi (che siamo contrari non all’oculata utilizzazione delle fonti energetiche alternative ma  all’indiscriminata invasione delle pale eoliche),  le stesse squallide argomentazioni utilizzate da sempre contro le ragioni degli ambientalisti dalla speculazione edilizia e industriale. Se le pale eoliche sono belle, se le pale eoliche devono essere sostenute ciecamente in quanto ( secondo loro) producono occupazione e ricchezza, perché allora non considerare positivamente anche la colata di cemento che ha snaturato le coste italiane, offrendo lavoro a decine di migliaia di persone?  Dove sta la differenza? Che le pale eoliche stiano producendo ricchezza è certo. Ma ricchezza per chi? Vogliamo cominciare a chiedercelo?

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli o orrendi. Ciascuno può pensare ( o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con decine di migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale ad una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’ armonica percezione.

Ciò equivale ad una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive.  Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Tre Cime di Lavaredo. Foto: Alessandro Toller

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, di cui parlava Ceronetti, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi ( ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maitre a penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian ha parlato di “fascismo eolico” . La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci. E questo è tutto.

Spero che questo nostro intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Non posso chiudere questa breve serie di riflessioni senza rendere noto, a chi ancora non lo sapesse, che l’imminente e  vandalica manomissione del paesaggio collinare italiano porterà solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica.  La scandalosa sproporzione tra costi ( paesaggistici, ambientali, ecologici ) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri.

Carlo Alberto Pinelli

in Mountain Wilderness Italia, 3 luglio 2018

 

Bibliografia

Remo Bodei: Paesaggi Sublimi, ed. Bompiani 2008
Luisa Bonesio: Geofilosofia del Paesaggio, ed: Mimesis 2001
Luisa Bonesio: Paesaggio, Identità, Comunità tra Locale e Globale, ed. Diabasis 2007