Il terremoto copme “opportunità” per “affermare una cultura architettonica della ricostruzione”? Ma scherziamo?

Prima il sisma, poi il ministero. Così si distrugge una chiesa

di Tomaso Montanari, Fatto Quotidiano, 27-1-2020

C’è qualcosa di avvoltoiesco, di sciacallesco, nel salutare come un’«occasione» la distruzione di una chiesa storica ad opera di un terremoto che fece in tutto ventisette vittime. Leggi tutto “Il terremoto copme “opportunità” per “affermare una cultura architettonica della ricostruzione”? Ma scherziamo?”

Un cambiamento radicale e inaccettabile

Così la “secessione” leghista distruggerà il patrimonio

Tomaso Montanari, FQ 25-2-2019

Se c’è qualcosa che ci fa italiani, differenziandoci da tutte le altre nazioni e unendoci tra noi al di là delle infinite diversità della Penisola, ebbene, quel “qualcosa” è il legame tra pietre e popolo che dà il nome a questa rubrica. Una identità affermata nell’unico tra i principi fondamentali della Costituzione – l’articolo 9 – a pronunciare la parola “nazione”, rendendola inseparabile dalla “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico”.

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Che futuro per i Beni Culturali nel nuovo governo? L’ottimo programma del M5S sembra sparito dal contratto, ma qualche miglioramento potrebbe esserci

Governo Conte a trazione grillino-leghista, per la cultura si apre una partita inedita

“Alberto Bonisoli è una persona che ha portato avanti un obiettivo nei suoi anni di carriera: ha mirato a valorizzare il patrimonio di made in Italy che abbiamo, a valorizzare le eccellenze che abbiamo, e che in alcuni casi sono anche attrazione turistica. In generale è un profondo conoscitore sia del made in Italy, sia della bellezza italiana, ed è stato in grado di valorizzarla ai fini della creazione di lavoro, ma anche della promozione all’estero e in Italia. E credo che sia la sensibilità giusta per gestire un ministero così complesso e così importante”. Sono parole di Luigi Di Maio, che così presentava lo scorso primo marzo, in campagna elettorale, il nuovo ministro dei beni culturali, Alberto Bonisoli. È interessante partire dalle parole del nuovo vicepresidente del consiglio dei ministri perché è possibile leggervi tra le righe una sorta di convergenza di vedute tra l’idea di cultura che parrebbe avere il capo del Movimento 5 Stelle (e che è abbastanza lontana da quella che invece abbiamo avuto modo d’apprezzare nel programma del partito) e quella che la Lega Nord ha sempre propugnato. Cultura come “valorizzazione del patrimonio di made in Italy”, cultura come “valorizzazione delle eccellenze e delle attrazioni turistiche”, cultura come “bellezza italiana”. Il termine “valorizzazione” usato per tre volte in trenta secondi.

Alberto Bonisoli giura da ministro
Alberto Bonisoli giura da ministro

Ed è stata poi questa la linea su cui pentastellati e leghisti si son trovati d’accordo e che hanno inserito alla voce “cultura” nel contratto di governo. Occorre sottolineare che, di fronte all’evidenza del documento vergato da Di Maio e Salvini poco prima della formazione del governo Conte, viene meno qualunque vero tentativo di cambiamento (almeno per quanto riguarda il settore della cultura). Se l’azione del governo Conte seguirà davvero i propositi indicati dal contratto a pagina 16, possiamo pure star certi che non ci sarà alcun governo del cambiamento: per la cultura rimarrà tutto com’era, dal momento che il documento non s’allontana dalla logica della cultura come “strumento fondamentale per lo sviluppo del turismo in tutto il territorio italiano”, secondo la valutazione del testo redatto dai due partiti. Il capitolo sulla cultura s’apre infatti con la solita retorica spiccia del paese “colmo di ricchezze artistiche e architettoniche sparse in maniera omogenea in tutto il territorio”, ma ci si lamenta del fatto che l’Italia “non sfrutti a pieno le sue possibilità, lasciando in alcuni casi i propri beni ed il proprio patrimonio culturale nella condizione di non essere valorizzati a dovere”. È pur vero che il documento riconosce che i beni culturali contribuiscono anche “alla formazione del cittadino”, anche se viene specificato “in continuità con la nostra identità” (qualunque cosa questo nonsense evidentemente leghista voglia significare), ma la principale coalizione di governo sembrerebbe esser preoccupata soprattutto del fatto che “lo Stato non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci, grazie ad una gestione attenta e una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati”. Ed è verissimo che “tagliare in maniera lineare e non ragionata la spesa da destinare al nostro patrimonio, sia esso artistico che culturale [come se il patrimonio artistico non avesse un valore culturale, nda], significa ridurre in misura considerevole le possibilità di accrescere la ricchezza anche economica dei nostri territori”, ma è altrettanto vero che l’investimento in cultura, secondo il contratto, è funzionale soprattutto per attrarre turismo e numeri.

È una visione sostanzialmente simile a quella incarnata dalla linea Renzi-Franceschini: la cultura che viene tenuta in considerazione non in virtù del proprio valore intrinseco, per la sua capacità di far crescere i cittadini, di combattere il degrado, di stimolare la partecipazione, ma semplicemente in quanto mero strumento economico, attrattore per turisti, “motore di crescita”. Eppure non si può dire che le due forze di governo non abbiano ricevuto adeguate sollecitazioni dalla base, durante la campagna elettorale. E se la Lega Nord ha sistematicamente ignorato tali sollecitazioni, evitando accuratamente di far riferimento alle vere priorità del settore nel proprio programma, puntando quasi tutto sull’equazione “cultura uguale turismo”, e ponendosi anche come uno dei pochi partiti che non ha inviato neppure un rappresentante alla presentazione della proposta di legge per la regolamentazione del volontariato nei beni culturali, lo stesso non si può dire del Movimento 5 Stelle, che pure aveva nel proprio programma alcuni ottimi spunti, a cominciare dalla risoluzione dei problemi innescati dalla riforma Franceschini (si proponeva di tornare ad attribuire un ruolo significativo alle Soprintendenze), dalle iniziative per limitare la presenza del terzo settore nella gestione della cultura, dai propositi di ricognizione del fabbisogno di risorse per archivi e biblioteche, dalla proposta di revisione della legge Ronchey sui servizî aggiuntivi nei musei. Tutti argomenti che la Lega Nord non affronta nel suo programma: e il contratto di governo, tocca constatare, somiglia molto più al programma leghista che a quello grillino.

Da una parte, tuttavia, conforta che il ministro sia in quota pentastellata. Certo: è un manager, viene dal settore della moda, lavora nel campo dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e coreutica (AFAM), e non è ancora dato sapere quali cognizioni abbia dei problemi del nostro patrimonio (forse, Alberto Bonisoli sarebbe stato più indicato per il Ministero dell’Istruzione). Il suo profilo, dunque, apparentemente cozza col programma grillino: molto più simile a un Franceschini che, per esempio, a un Tomaso Montanari (faccio il nome dello storico dell’arte perché, come ha dichiarato in un articolo pubblicato sul numero di questa settimana di Left, lui stesso aveva considerato prima delle elezioni la possibilità d’accettare un incarico in un ipotetico governo, poi rifiutato a causa del profilarsi delle convergenze con la Lega Nord). Quindi, un ministro che potrebbe porsi in continuità con la linea dei governi Renzi e Gentiloni. C’è però anche da evidenziare che le dichiarazioni rese da Alberto Bonisoli il primo marzo, durante la presentazione della squadra di governo grillina, potrebbero celare qualche timida apertura al cambiamento: “il nostro patrimonio culturale non ha ricevuto negli anni un’attenzione e abbastanza risorse e investimenti da parte dei governi che evidentemente non sono stati capaci di valorizzare questo settore. Questa è la ragione per cui c’è una proposta complessiva di raggiungere un ammontare d’investimenti in questo settore che arrivi all’1% del PIL, ed eventualmente lo superi anche. Attraverso degli investimenti fondamentalmente di tre tipologie: un investimento di tutela dei beni culturali (è molto importante: noi abbiamo un enorme patrimonio che va protetto), un discorso di digitalizzazione (pensate solo all’impatto che potrebbe avere la digitalizzazione nella diffusione di una cultura di educazione artistica nelle scuole) e, ultimo ma non irrilevante, attraverso quella che si chiama ’cultura diffusa’, che sono le iniziative sul territorio. In particolare darei la priorità agli interventi mirati a ricreare una coscienza, un tessuto sociale nelle periferie urbane, perché la cultura può aiutare a superare il disagio sociale che c’è nelle nostre periferie”.

In altri termini, dalle parole di Alberto Bonisoli sembra di evincere che il neoministro abbia chiare alcune delle priorità fondamentali: aumento degl’investimenti (al momento la spesa per la cultura da parte dello Stato ammonta allo 0,8% del PIL, secondo dati Eurostat riferiti al 2016), spese per la tutela, digitalizzazione, periferie. Non s’è fatto però cenno al lavoro, al fatto che le strutture statali abbiano organici sottodimensionati, al fatto che occorrerebbe una seria lotta contro il precariato, al fatto che la cultura sia un settore dove abbonda l’utilizzo scriteriato del volontariato come surrogato del lavoro. E soprattutto, occorre verificare come il nuovo ministro si comporterà alla luce dell’alleanza coi leghisti, che all’epoca delle dichiarazioni sopra riportate non era ancora stata ufficialmente stabilita. Inoltre, ci sarà da valutare quale ruolo accorderà il governo Conte alla cultura: le discussioni che hanno preceduto la formazione del governo non hanno mai fatto riferimento al ministero della cultura. Segno che c’è comunità d’intenti tra le due forze e che il nome di Bonisoli non è mai stato messo in discussione, oppure segno che alla cultura non toccherà un ruolo rilevante nell’ambito dell’azione di governo? Qualunque sia la risposta, è facendo leva sui propositi del programma pentastellato, e sugl’iniziali intenti del nuovo ministro, che si potrà innescare, se non un cambiamento, almeno qualche sparuto progresso.

Il governo Conte, in sostanza, pone la cultura di fronte a una partita totalmente inedita. Mai s’era avuto, in Italia, un governo ritenuto populista. Mai, almeno negli ultimi tempi, le forze di governo avevano visioni così contrastanti sulla cultura. Mai avevamo visto l’Italia nelle mani di due partiti così incredibilmente incoerenti, pronti a cambiare non solo le strategie, ma addirittura le visioni, da un giorno all’altro. Sarà, insomma, una sfida. Di cui però adesso non si conoscono i termini. Anche perché non è detto che i partiti dello schieramento grillino-leghista non siano pronti a mutarle repentinamente e senza preavviso, come hanno dimostrato di fare a più riprese nei giorni della formazione del governo. Sarà, pertanto, una sfida molto difficile.

di , 2-6-2018

Amministrazioni e cultura: 5 Stelle e Lega

Come se la passa la cultura nelle amministrazioni di 5 Stelle e Lega Nord? Diamo un’occhiata

Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato un risultato più che mai incerto e, a distanza d’una settimana dalla chiusura delle urne, ancora si fatica a comprendere quali potranno essere i futuri equilibrî in Parlamento: tuttavia, tra gli scenarî ancora ritenuti più probabili, figura quello di un’intesa tra Movimento 5 Stelle e Lega Nord.

Roma, la Fontana di Trevi. Ph. Credit Finestre sull'Arte

 

Probabile, ma difficile: intanto, perché i rispettivi leader hanno già escluso la possibilità di un’allenza. E poi, perché i programmi di Movimento e Lega divergono su molti punti chiave, e anche se dovesse andare in porto l’ipotesi d’un governo a trazione pentastellata e leghista, l’idea che un’operazione simile possa durare a lungo parrebbe aver a che fare più con la fantapolitica che con la realtà. Molto più probabile l’ipotesi che il futuro governo includa elementi dell’uno o dell’altro partito. Tuttavia, poiché si tratta d’una situazione inedita (non era mai accaduto che, a livello nazionale, i grillini oltrepassassero il 30% delle preferenze, né mai prima d’ora la Lega Nord era risultata il primo partito all’interno della coalizione di centro-destra), val la pena condurre un approfondimento, limitato al nostro ambito, per vedere come se la passa la cultura nelle amministrazioni di Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Certo: il settore della cultura è quello dove i programmi di Lega e 5 Stelle prendono vie diverse, su molti punti opposte. Ed è anche vero che le logiche alla base dell’amministrazione d’un comune o d’una regione sono radicalmente differenti da quelle che entrano in gioco a livello nazionale. Ma analizzare ciò che pentastellati e leghisti hanno fatto per la cultura all’interno delle loro amministrazioni può essere utile per trarre elementi di valutazione.

Il Movimento 5 Stelle amministra quattro città capoluogo di provincia, di cui tre sopra i centomila abitanti (nell’articolo si terrà conto solo di queste): Roma, Torino, Livorno e Ragusa. A Roma, l’assessore Luca Bergamo, in passato vicino ai ranghi ulivisti ma considerato indipendente, è indicato da più parti come uno dei migliori assessori della giunta Raggi e ha avviato una politica volta alla democratizzazione della cultura, animata dall’idea che la cultura non equivalga al profitto e senza far mistero del fatto che le politiche culturali della città dovrebbero riguardare i cittadini prim’ancora che i turisti: vanno in tal senso alcune misure come l’introduzione d’una card per i residenti che, al solo costo di 5 euro, permette di visitare tutti i musei civici romani, il tentativo di “rivisitazione” di Zètema (la partecipata di Roma Capitale nel settore della cultura) come società di servizi ancillare al Comune e non come centro d’ideazione e di progettazione, l’interesse per gl’istituti alternativi (come il MAAM o il Teatro Valle), il progetto (ancora sulla carta) per l’accesso gratuito per tutti ai Fori Imperiali, la riorganizzazione degli spazî espositivi della città con la nascita d’un Polo del Contemporaneo capace di radunare il Macro nelle sue due sedi, il Palazzo delle Esposizioni e la Pelanda, il riassetto del sistema teatrale della città, con un’unica associazione a occuparsi di tutti i teatri comunali. I critici puntano il dito contro la propensione dell’assessorato alla crescita culturale (questo ufficialmente il nome) a voler puntare su mostre ed eventi di nicchia e a non investire in eventi di maggior richiamo turistico, contro un’attenzione ritenuta eccessiva verso gli spazî culturali occupati, e contro alcuni episodî come la chiusura del Teatro dell’Orologio, l’aver affidato a Giorgio De Finis la direzione de facto del Macro senza il ricorso a un bando (e tuttavia, al contrario, diverse star del cinema hanno firmato una petizione contro Bergamo per aver messo a bando piazza San Cosimato, già occupata dall’associazione Piccolo Cinema America, che l’aveva trasformata in un cinema all’aperto).

Ben peggiore, al limite del disastroso, sembra essere invece la situazione a Torino, dove ha fatto clamore la separazione tra l’Associazione Italiana degli Editori e il Salone del Libro, che ha comportato la nascita della fiera Tempo di Libri, con sede a Milano, e dopo che il Salone tuttavia già soffriva di diversi problemi, sia di natura finanziaria, sia in termini di numero di visitatori (la manifestazione ha avuto un’emorragia di visitatori a partire dal 2015, anche se sono nate numerose querelle intorno al metodo di calcolo dei dati ufficiali, dal momento che i dati precedenti il 2016 sommano biglietti venduti e altri titoli d’ingresso, come pass e abbonamenti. Il 2017 ha tuttavia registrato un aumento rispetto al 2016). Non solo: Torino ha infatti perso il Jazz Fringe Festival (che si è trasferito a Firenze), il Classical Music Festival (cancellato), la grande mostra su Manet (spostata a Milano, a Palazzo Reale, causa mancato accordo tra organizzatori e Comune) e diversi altri eventi. E ancora: l’assenza d’un programma di lungo termine sui musei e la latitanza di mostre di richiamo nazionale (l’unica nell’ultimo anno è stata forse quella su Miró a Palazzo Chiablese) hanno comportato, in controtendenza rispetto al resto d’Italia, cali diffusi che nel 2017 hanno provocato una diminuzione di circa 200.000 visitatori nei musei civici rispetto al 2016, con il record negativo della GAM che ha fatto segnare un crollo di centomila visitatori, del Museo Civico di Palazzo Madama che è riuscito a perdere circa novantamila visitatori in un anno, e del Museo d’Arte Orientale, che ha visto un calo di ventimila visitatori. E non è finita: s’è rischiata la chiusura della Biblioteca di Storia dell’Arte della GAM (al momento, per fortuna, scongiurata grazie a uno stanziamento della regione), e i vistosi tagli alla cultura decisi dalla Giunta Appendino (oltre 5 milioni di euro in meno solo per la Fondazione Torino Musei, il tutto per riequilibrare gli assetti finanziarî del bilancio comunale) hanno comportato 28 licenziamenti alla Fondazione Torino Musei (poi riassunti, metà dei quali grazie al contributo della regione per la biblioteca). Il bilancio è, insomma, decisamente negativo: mancano strategia e progettualità, manca una visione d’ampio respiro, manca la volontà d’investire nel settore (anzi, finora s’è tagliato), manca una figura forte all’assessorato alla cultura.

A Livorno, la giunta Nogarin ha puntato sui musei col suo primo assessore alla cultura, Serafino Fasulo, poi espulso a causa di problemi interni al Movimento 5 Stelle. L’azione è quindi proseguita col nuovo assessore, Francesco Belais che, al contrario di quanto avvenuto a Torino, ha fatto aumentare la voce relativa alla cultura nel bilancio comunale (si tratta, comunque, di cifre minuscole, sotto i duecentomila euro), ha riorganizzato il sistema bibliotecario della città promuovendo anche un riordino della Biblioteca Labronica, la principale del comune toscano, e inaugurandone una nuova, la Biblioteca Comunale del Polo Culturale Bottini dell’Olio (benché i lavori fossero cominciati già sotto la precedente amministrazione), e ha promosso l’istituzione d’un “Museo della Città”, finanziato con fondi regionali e destinato ad accogliere opere antiche e moderne entro un percorso che ripercorre la storia di Livorno, che aprirà proprio nel complesso dei Bottini dell’Olio (tuttavia l’apertura, prevista per fine 2017, è rimandata, benché i lavori siano in dirittura d’arrivo). Ai pentastellati di Livorno si rimprovera, tuttavia, la propensione a puntare su situazioni di scarso richiamo da fuori regione, e la scarsa inclinazione a portare turisti in città.

Più compatto appare invece il fronte leghista: in pressoché tutte le amministrazioni dove è presente un assessore alla cultura in forza al Carroccio (da annotare, tuttavia, il caso di Novara, guidata da un sindaco leghista, e dove però in giunta non figura un assessorato espressamente dedicato alle politiche culturali), la cultura è intesa sostanzialmente in termini di asset turistico e di insieme di tradizioni tipiche del territorio. Sintomatico il programma di Massimo Polledri, assessore alla cultura di Piacenza e leghista della prima ora (vanta una militanza nella Lega dal 1993), che, intervistato poco dopo la sua nomina dal quotidiano locale Libertà, dichiarava d’essere intenzionato a puntare sul marketing territoriale, sul “brand Piacenza” per rilanciare l’appeal turistico della città, sulla figura di Vittorio Sgarbi come consulente per gli eventi artistici. Tuttavia, finora gli unici risultati raggiunti in pochi mesi sono stati i tagli che hanno colpito soprattutto teatri e associazioni culturali, il drastico ridimensionamento di Piacenza Jazz Fest, e la cancellazione del Festival del Diritto, una rassegna che negli anni ha coinvolto numerosissime personalità della cultura italiana (sarebbe ozioso elencarle) e che nel 2018 avrebbe festeggiato i suoi dieci anni di vita.

La Lega, inoltre, amministra due grandi regioni dell’Italia settentrionale, la Lombardia e il Veneto. In Lombardia, l’assessore leghista Cristina Cappellini, posta alla guida della “Direzione Generale Culture, Identità e Autonomie” (e già il nome dell’istituto dice molto circa le visioni della Lega), s’è distinta per aver introdotto un interessante abbonamento regionale ai musei regionali e per aver investito circa 160 milioni di euro in cultura durante i cinque anni del suo mandato (com’è noto, lo scorso 4 marzo si sono tenute le elezioni per il rinnovo della giunta regionale lombarda, che hanno visto una nuova vittoria del centro-destra a guida leghista). I finanziamenti sono andati a progetti di recupero e restauro di beni culturali, a progetti di avvicinamento dei cittadini al patrimonio, a progetti di valorizzazione. Ma nel 2016 è stata anche approvata una legge regionale sulla cultura incapace di intervenire con forza su molti problemi del comparto (a cominciare dal lavoro e dalla conservazione), e tacciata dall’opposizione di eccessivo localismo (specialmente nella velleità di promuovere “la salvaguardia e la valorizzazione della lingua lombarda”) e di conservatorismo reazionario nel suo intendere la cultura come recupero dell’identità regionale. Cristina Cappellini s’è poi fatta riconoscere a livello nazionale per iniziative a dir poco discutibili e anacronistiche come lo Sportello Famiglia, ribattezzato dai detrattori “centralino anti gender” perché presentato come un servizio utile anche a “contrastare l’ideologia gender” (poi fortunatamente chiuso) o l’ormai celebre spot per il Family Day direttamente sulle finestre del Pirellone, oggetto di innumerevoli sberleffi sui social. Infine, in Veneto, si registra la presenza d’un “assessore al territorio, cultura, sicurezza e sport”, Cristiano Corazzari, la cui azione si è caratterizzata per l’idea di puntare sulle imprese culturali (proprio a novembre sono stati stanziati quasi 12 milioni di euro per le imprese che operano nella cultura), per la promozione d’un portale web dedicato ai beni culturali del Veneto, per gli interventi nell’ambito della promozione turistica.