La speranza di rinascere di un faraone in una mega mostra a Parigi

Tutankhamon, oggetti funerari in parata per attraversare l’aldilà

A Parigi, la Villette. Le Trésor du Pharaon è la prima tappa di una tournée mondiale: 150 reperti, riemersi quasi un secolo fa nella Valle dei Re (Carter), investiti dall’illuminazione selettiva: che ne esalta il potere magico

Una sala della mostra parigina

Nel 1967, la nave che trasportava abitualmente la posta dall’isola della Riunione, depose a Marsiglia un carico colossale: si trattava di alcuni capolavori appartenenti al tesoro di Tutankhamon e destinati al Petit Palais di Parigi per l’esposizione Toutânkhamon et son temps, voluta dal ministro della cultura André Malraux e condotta al successo dalla scrittrice ed egittologa Christiane Desroches-Noblecourt.

Tra gli oggetti che incantarono un milione e duecentomila visitatori in sette mesi, vi era anche la fulgida maschera funeraria del faraone bambino, arrivata con un volo turistico dell’Air France e esibita tra pareti color corniola.
A cinquantadue anni di distanza, l’«immagine vivente di Amon» sarà celebrata per l’ultima volta nella capitale francese. Toutânkhamon, le Trésor du Pharaon, fino al 15 settembre alla Grande Halle de la Villette, è la prima tappa di una tournée mondiale, in attesa che il corredo della tomba KV62 composto da più di cinquemila pezzi integri la collezione permanente del nascituro «Gem», il Grand Egyptian Museum di Giza. Curata da Tarek El Awady in collaborazione con il Louvre, la rassegna della Villette consta di centocinquanta reperti – di cui sessanta non avevano mai lasciato l’Egitto –, riemersi quasi un secolo fa dal sottosuolo della Valle dei Re. In un video introduttivo diffuso su uno schermo panoramico a centottanta gradi, è lo stesso Carter a raccontare le infaticabili ricerche scaturite da una manciata di frammenti in cui figurava il nome di uno sconosciuto faraone. Al principale evento mediatico degli inizi del Novecento è inoltre riservata una proiezione di immagini scattate dal fotografo del Metropolitan Museum Harry Burton, il quale aveva montato un vero e proprio laboratorio in una tomba vuota nei pressi di quella di Tutankhamon. Giunto in Egitto nel 1891 quando aveva solo 17 anni per dipingere scene funerarie, Carter non fu ritenuto idoneo al mestiere di archeologo da Flinders Petrie, il padre dell’egittologia britannica, che lo aveva accolto sugli scavi di Amarna. Il suo talento venne invece riconosciuto da Gaston Maspero, capo del Servizio di antichità egiziane, che nel 1899 lo nominò ispettore generale dei monumenti dell’Alto Egitto e nel 1908 gli presentò Lord Carnarvon, l’entusiasta mecenate di una delle più avvincenti imprese archeologiche di tutti i tempi. Tale sodalizio resistette alla prima guerra mondiale finché nel 1922 riuscì a infrangere i sigilli di un’inviolata porta per l’aldilà, liberando dalla damnatio memoriae il dodicesimo sovrano della XVIII dinastia.
L’esposizione si declina in nove sale su una superficie di millecinquecento metri quadri. Una scenografia coinvolgente che privilegia l’oscurità e punta su un’illuminazione selettiva, esalta il potere «magico» degli oggetti che accompagnavano il viaggio ultraterreno del re fanciullo. Nato intorno al 1345 a.C. e asceso al trono ad appena otto (o nove) anni, Tutankhaton ovvero l’«immagine vivente di Aton» mutò il suo nome in Tutankhamon, con la precisa volontà di distinguersi dal regno del ribelle Akhenaton – suo padre, secondo l’analisi del Dna effettuata nel 2010 su un campione di mummie della medesima famiglia – e ristabilire la supremazia del dio tebano Amon. Malgrado ciò Horemheb, ultimo sovrano della XVIII dinastia, ne decretò l’oblio facendo devastare monumenti e iscrizioni che ne rievocavano le gesta. Come suggeriscono le modeste dimensioni, la tomba scavata nella roccia dell’odierna Luxor non era stata progettata per Tutankhamon, il cui riscatto appartiene a un’idolatria di gusto popolare originatasi in epoca moderna.
Ma non è certamente nell’ottica della Tut-mania che va vista la rassegna parigina, meritevole invece di esplorare – attraverso la morte del faraone «dannato» sopraggiunta nel 1327 a.C. all’età di 18 o 19 anni – le credenze religiose di una civiltà che preparava minuziosamente la rinascita dell’anima. E infatti la terza sezione, preceduta dalla superba statua in diorite del dio Amon che protegge Tutankhamon (in prestito dal Louvre), è dedicata a una serie di oggetti riuniti dai sacerdoti per assistere il Ba, l’essenza divina e spirituale del faraone, nel suo viaggio verso l’eternità. Fra questi si segnala il letto funerario in legno dorato con rappresentazione di Bes e della dea ippopotamo Tueret. Particolarmente suggestiva è la quarta galleria che simula – seguendo il Libro delle Porte – l’accesso all’oltretomba. Qui, l’utilizzo di artifici multimediali provoca una sensazione di pericolo e manifesta la lotta del defunto per respingere la minaccia. Emblematiche a questo proposito sono le armi in mostra: archi, frecce e un raffinatissimo scudo cerimoniale che ritrae il re in forma di sfinge nell’atto di travolgere i nemici nubiani. Affianco, la statua di Tutankhamon che cavalca una pantera, sotto le cui sembianze si cela Mafdtet, guida dell’astro solare nel suo cammino notturno.
L’importanza del favore degli dei per raggiungere l’immortalità è uno dei temi sviluppati nella quarta sezione, dove viene svelato anche il rito della psicostasia, la pesatura del cuore presieduta da Osiris. Tra i manufatti usciti per la prima volta dal Cairo spicca la statua di legno e resina nera del cosiddetto guardiano, protagonista assoluto della quinta sezione e che i lettori italiani del diario di Howard Carter ricorderanno in una delle immagini più emozionanti del libro edito nel 1980 da Garzanti. A questo punto del percorso, s’insinua la luce dell’alba. Il cambio di ambientazione suggerisce che la traversata dell’aldilà è giunta al termine e Tutankhamon ha raggiunto la vita eterna. Per simboleggiare la rinascita è stato scelto un sarcofago in miniatura del faraone, contenente le viscere separate dal corpo durante la mummificazione. Sbendata personalmente da Carter, nel 2005 la mummia del faraone bambino è stata sottoposta a tomografia computerizzata e test del Dna, esami che hanno permesso di individuare una frattura aperta del femore nonché la presenza del morbo malarico e di un piede equino. Dopo un’impressionante carrellata di leggendari splendori, la mostra si chiude con una scultura in quarzite alta tre metri, che evidenzia il serafico sguardo di Tutankhamon ormai vòlto all’orizzonte egiziano. Lo smembramento del corredo della tomba in occasione del tour internazionale – parzialmente giustificabile per il sostegno economico che sarà devoluto al nuovo museo di Giza – non deve infatti far dimenticare il valore culturale dei reperti archeologici e l’esigenza di preservarne l’integrità del contesto.

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