Indifferenza per Icaro o sua invisibilità

Brueghel, la posizione umana del dolore

Paesaggio con caduta di Icaro, 1555 circa, 73 x 112, Musees Royaux des Beaux-Arts de Belgique, Brussels, Belgium

È leggendo contestualmente i versi di Ovidio nell’ottavo dei Metamorphoseon libri che si intende come Pieter Brueghel abbia concepito e composto (nel 1558, forse) la celebre tavola de La caduta di Icaro (cm 73×112), l’unica che abbia dipinto traendo spunto dalla mitologia degli antichi.

Col testo latino alla mano, si riscontra bene come Brueghel contraddica Ovidio in un punto, ovvero lo travisi consapevolmente e in nome, certo, di una sua radicata persuasione. Un convincimento che fa l’eloquenza del dipinto, la sua intensità espressiva, ed evidenzia l’ammaestramento che a quella favolosa storia Brueghel intende affidare.

Ovidio narra di Dedalo e di Icaro. Indossate le ali da Dedalo ingegnosamente confezionate, essi si librano in aria per prendere il volo e lasciare l’isola di Creta dove, ormai eretto il labirinto, Minosse li confina. Ricevuto dal padre Dedalo l’ultimo bacio, velocemente Icaro “con un battito d’ali si levò in volo”. E, dice Ovidio, “chi li scorge, un pescatore che dondola la sua canna, un pastore o un contadino, appoggiato l’uno al suo bastone e l’altro all’aratro, resta sbalordito ritenendoli dèi in grado di solcare il cielo”. Il pescatore, il pastore e il contadino, diligentemente raffigurati da Brueghel, non mostrano invece alcuno stupore, non levano alcun gesto di meraviglia. Al contrario. I tre sono intenti alle loro giornaliere occupazioni, per nulla distolti dal prodigioso evento che sta accadendo tra cielo e mare. La loro attenzione e i loro occhi son volti altrove. Il contadino, reclino all’aratro, guida paziente il cavallo a che sia mantenuto regolare il solco. Il pastore, in piedi, col sostegno del bastone, le spalle al mare. Ha accanto il cane, mentre le sparse pecore brucano lente. Il pescatore è intento a cogliere ogni vibrazione dell’esca lanciata sul pelo dell’acqua.

Anche noi, del resto, che osserviamo il quadro, non vedendolo siamo alla ricerca di Icaro. “Lo si trova con difficoltà, constatava il poeta belga Émile Verhaeren (nel 1913, quando il dipinto era appena giunto a Bruxelles presso i Musées Royaux des Beaux-Arts), poiché è già caduto tra i flutti e solo le gambe ancora emergono dall’acqua”. Lì accanto un veliero ha le vele gonfiate da un vento propizio e un marinaio sale lungo il sartiame alla coffa dell’albero di maestra. Egli non si accorge dell’uomo caduto in mare, non può vedere la gamba che si inabissa né quelle poche piume che, scioltesi dalla cera delle ali, leggere leggere, con volute più lente, scendono ora pian piano tra le crespe delle onde. Quelle penne che, dice Ovidio, quando le scorse sui flutti, fecero maledire a Dedalo le arti sue. Ma tant’è. L’immagine della caduta di Icaro allusa, quasi al tutto nascosta, trattata da Brueghel, notava Verhaeren, “a dispetto, qualcuno dirà, del buon senso e della logica, è quella che resta più ostinatamente impressa nella memoria”.

Numerosi commentatori hanno sostenuto che l’opera perfettamente esprime l’indifferenza del mondo davanti alla sorte dell’individuo. Anche fatti eccezionali, dalle profonde conseguenze, ad osservare le tavole di Brueghel, non interrompono, nel momento in cui avvengono, il corso degli eventi quotidiani, la diuturna fatica degli uomini, sempre uguale nel mutare delle stagioni, nel sollievo effimero d’una festa, nella crudeltà costante di vessazioni e sanguinose guerre. Di fronte a La caduta di Icaro, Wystan Hugh Auden è indotto a riflettere non sull’indifferenza del mondo, ma sul dolore, sulla inestirpabile sofferenza del vivere. Tra i componimenti che Auden raccoglie nel 1940 – la guerra infiamma l’Europa – in Another Time (ne do la traduzione di Nicola Gardini) si legge Musée des Beaux Arts: “Sul dolore la sapevano lunga,/gli Antichi Maestri: quanto ne capivano bene/la posizione umana; come avvenga/mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o se ne va a zonzo spensierato/(…) Nell’Icaro di Brueghel, per esempio: come ogni cosa ignora/serena il disastro! L‘aratore può/aver udito il tonfo, il grido desolato,/ma per lui non era una perdita grave; il sole splendeva/come doveva sulle bianche gambe inghiottite dalle verdi/acque; e la ricca ed elegante nave che doveva aver visto/una cosa incredibile, un ragazzo cadere dal cielo,/aveva una meta e via passava placida”.

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