Bestiari medievali: bizzare simbologie

Bestiari medievali: incanti e terrori della zooletteratura

Medioevo . Con mano sicura Francesco Zambon ha raccolto e commentato la più ampia raccolta di testi della zoologia sacra cristiana sinora pubblicata: Bestiari tardoantichi e mediaevali, da Bompiani

Il leone e l’aquila sono nemici del serpente, ci dicono i bestiari. Il mondo degli animali, attraverso le loro «nature», che significano attitudini e caratteri, vizi e virtù, è un regno privilegiato della fantasia e della letteratura. Nella cultura cortese gli animali irrompono nelle sue storie – nell’Yvain (1170-1180) di Chrétien de Troyes il protagonista assiste a un feroce duello tra un leone e un serpente – sono dipinti sugli scudi e svettano sui cimieri.

Sempre in Chrétien, nel Chevalier de la charrete, si descrivono punto a punto gli scudi di un torneo, con i loro emblemi: un leopardo, un fagiano, un leone, un cervo, due rondini e, insieme, un’aquila e un drago. L’aquila, il più regale degli animali, capace, senza distogliere gli occhi, di fissare il sole, a fronte del serpente-drago, l’animale più sinuoso e infuocato, capace di astuzia e di veleno, ma anche di guarigione, come, rievocando la sua spedizione presso gli indiani Pueblo, raccontò Aby Warburg nel Rituale del serpente. Con il cristianesimo questo mondo di forze misteriose, già indagato da Aristotele, da Plutarco, da Apuleio, da «maghi» leggendari come Zoroastro, Ermete Trismegisto, Salomone, dall’ermetismo demoniaco dell’autore del Picatrix, conosce una svolta di grande significato.
Nelle Scritture c’è sempre verità
Commentando il Salmo 61, osserva Sant’Agostino: «Fratelli, siano vere quelle cose che si dicono del serpente e dell’aquila o siano invece una leggenda degli uomini anziché la verità, tuttavia nelle Scritture c’è sempre la verità e non è senza motivo che le Scritture ci riferiscano tali cose. Mettiamo quindi in pratica ciò che tali immagini significano, e non ci affatichiamo a cercare se corrispondono o meno a verità». Questo stretto legame tra gli animali e l’esegesi biblica è all’origine stessa dei «bestiari», che virano le trattazioni di Plinio, di Oppiano, di Eliano, di Solino, in una direzione teologica e spirituale. Il bestiaro simbolico più famoso è il Fisiologo greco, scritto ad Alessandria d’Egitto nel II secolo, seguito, con l’aggiunta di numerose citazioni bibliche e di insegnamenti morali, dal Fisiologo latino, che risale all’VIII e al IX secolo. Il Fisiologo greco, con quello latino, nelle sue quattro redazioni, insieme ai testi latini e volgari, molto autonomi e creativi, che ne derivano, e ai Fisiologi in lingua etiopica, in tedesco antico, in anglosassone, in medio inglese, in islandese antico, in russo, sono ora raccolti, con il testo a fronte, in un prestigioso volume che costituisce la più amplia raccolta di questi testi finora pubblicata: Bestiari tardoantichi e medievali I testi fondamentali della zoologia sacra cristiana, a cura di Francesco Zambon (Bompiani «Classici della cultura europea», pp. 2450, € 50,00). Il curatore redige anche tutti i «cappelli», garantendo così un disegno fortemente unitario, mentre le nuove traduzioni sono di Roberta Capelli, Silvia Cocco, Claudia Cremonini, Manuela Sanson e Massimo Villa. Arricchisce il volume un prezioso apparato illustrativo di 74 immagini a colori.
Esperto di sacro, gnosi e misteri
Nessuno meglio di Francesco Zambon, che nel 1975 traduceva il Fisiologo greco e nel 1987 Li Bestiaires d’amours di Richart de Fournival, che è un mirabile esperto di scritture sacre, di gnosi e di misteri – tra i suoi libri: L’alfabeto simbolico degli animali (2001), Metamorfosi del Graal (’12), L’elegia nella notte del mondo (’17) – poteva ideare e curare un volume come questo. L’Introduzione delinea, con chiarezza e sicura dottrina, i fondamenti teologici del bestiario e la struttura del Fisiologo: una sequenza di cinquanta brevi capitoli, di forma bipartita, dove nella prima parte è descritta la «natura» di un animale o pianta o pietra, mentre nella seconda è svolta un’interpretazione allegorica che la riferisce a temi o figure della dotrina cristiana. Così il pellicano, che uccide i suoi piccoli e poi li risuscita versando il suo sangue sui loro corpi, significa Cristo, che con il suo sangue ci ha ridato la vita. Così l’aquila, che brucia nel sole le sue vecchie ali e poi rinnova la sua giovinezza immergendosi in una fonte, rappresenta il cristiano, che dopo essersi spogliato dell’«uomo vecchio» si immerge nel fonte battesimale rinnovandosi spiritualmente. Così la fenice, che ogni cinquecento anni si incendia sull’altare di Eliopoli e dopo tre giorni rinasce dalle sue ceneri, è simbolo di Cristo, per noi risuscitato il terzo giorno.
Già l’Antico Testamento offriva, accanto alla simbologia visionaria di Daniele e di Ezechiele, numerosi esempi di figure e di allegorie tratti dal mondo animale: a partire di qui Filone Alessandrino, in ambito giudaico, sviluppa un’interpretazione simbolica, ripresa poi da Origene e da Agostino. Sono i presupposti teologici del bestiario: tutte le realtà materiali sono immmagini o specchi della realtà spirituale e divina, tutto il mondo è un simbolo. Come leggiamo nella Lettera ai romani (I, 20): «Ciò che Dio ha di invisibile fin dalla creazione del mondo si rende visibile all’intelletto attraverso le sue opere». Molto suggestive sono le pagine che Zambon scrive sulla «teologia negativa» nella Gerarchia celeste dello pseudo Dionigi l’Areopagita e in Giovanni Scoto Eriugena – dove sui «simboli somiglianti» si privilegiano i «simboli dissomiglianti» delle creature più basse, infime e spregevoli come il verme, a misuarare la distanza che separa il simbolo dalla realtà simboleggiata, liberandoci così dal compiacimento antropomorfico e dal pericolo dell’idolatria – e sulla «nominazione degli animali da parte di Adamo», narrata in Genesi 2, 19-20.
I nomi coniati da Adamo
Adamo, a cui Dio ha chiesto di dare i nomi agli animali, conia dei nomi perfettamente corrispondenti alla loro natura. L’esatta nominazione conferma l’armonia dell’universo. E Cristo, che è venuto a restaurare la condizione paradisiaca perduta dall’uomo in seguito al peccato originale, è come un secondo Adamo: «Del resto, la miniatura che orna il capitolo sul leone in uno dei più antichi bestiari illustrati, Il Fisiologo di Berna, – scrive Zambon – rappresenta lo stssso Cristo in una posizione simile a quella del primo nomenclatore, circondato dagli animali pacificati in un mondo redento».
Il nucleo del volume è costituito dal Fisiologo, insieme alla lunga serie delle traduzioni, dai testi latini – le Fenici di Claudiano e dello Pseudo-Lattanzio, il Fisiologo di Tebaldo, l’Aviarium di Ugo di Fouilloy, il Bestiario di Oxford – e dai testi italiani e francesi: il Libro della natura degli animali, il Bestiario moralizzato di Gubbio, i Bestiaires di Philippe de Thaün, di Guillaume le Clerc, di Gervaise, di Pierre de Beauvais. Ma non potevano mancare gli autori che scrivono sugli animali attingendo al patrimonio dei bestiari sacri, ma che seguono felicemente altre vie. Sono Isidoro di Siviglia, nel libro XII delle Etymologiae, Brunetto Latini, nel primo libro del Tresor, Cecco d’Ascoli, nel terzo libro dell’Acerba, il Liber monstrorum e Li Bestiares d’amours di Richart de Fournival. Possiamo capire perché Borges, e prima di lui il Flaubert della Tentation de Saint Antoine, amassero il Liber monstrorum, un groviglio di fenomeni contro natura, di fantastiche, grottesche deformazioni, svuotate di ogni referente sacrale. Con una felice mossa a sorpresa, Richart de Fournival applica gli exempla dei bestiari alla casuistica d’amore, costruendo come una lunga canzone in prosa vòlta a vincere le resistenze della sua dama. Tra le righe, in questo curioso travestimento erotico delle nature animali traspare una sottile ironia.

Prendendo in mano questa preziosa silloge di zoologia letteraria, il lettore potrà anche godere della grande diversità delle situazioni, delle atmosfere, degli umori, dgli stili. La misteriosa laconicità, implacabilmente tassonomica, del Fisiologo greco, dove improvvisamente il terrore si mescola agli incanti. Lo sconfinato enciclopedismo di Isidoro di Siviglia, con le sue intelligentissime e bizzarre etimologie: «Le fiere [ferae] hanno preso il nome dal fatto che si lasciano trasportare [feruntur] dal proprio desiderio», «Lepre [lepus], quasi a dire dal piede leggero [levipes], in quanto corre velocemente».
Nel Liber monstrorum, un’acuta nostalgia per la scomparsa dei mostri, «definitivamente sradicati da ogni nascondiglio in tutto il pioaneta, e sconfitti», e spesso, tra tante deformità, una sorta di amabile grazia: «Il corpo azzurrino, tutto nudo, Proteo conduce per i mari un cocchio trainato da cavalli con due sole zampe». Nella metafisica, sapienziale Acerba di Cecco d’Ascoli, un dettato aspro e onirico: «Del sangue di la lupula (upupa ndr) chi s’onge, / da spiriti, dormendo, vederasse / essere preso che non par che songe (sogni ndr). / Io non vorria che ogn’om sapesse / quanta virtute in lei natura atrasse (immise ndr): / non seria furo chi suo core avesse». Nel De ave phoenice dello Pseudo-Lattanzio, tra splendori e cenere, il mistero della vita e della morte: «Fortunato per la sua sorte e la sua fine, l’uccello / a cui Dio accordò di nascere da se stesso! / Femmina o maschio, senza sesso alcuno, / felice di non obbedire alle leggi di Venere. / Per lui, Venere è la morte, il solo piacere è nella morte: / al fine di poter nascere, aspira subito a morire. / (…)/ La fenice identica a sé, non però la medesima, / giunge alla vita eterna col bene della morte». E come dimenticare l’elogio del canto del gallo, così intimo e sereno, che il Fisiologo latino, versione C, prende da Ambrogio: «Come un buon inquilino sveglia chi dorme, stimola chi è preoccupato e conforta chi è in viaggio, segnalando con il suo canto che la notte sta finendo. Al suo canto il bandito interrompe gli agguati; al suo canto anche la stella del mattino si ridesta e sorge ad illuminare il cielo. Al suo canto il marinaio inquieto perde la malinconia, e si placano tutte le tempeste e le burrasche che spesso sono suscitate dalle correnti della sera».
Quello che Zambon, ricordando Saba, Borges, il bestiario di Marianne Moore, dice dei moderni, puo valere forse – e sarebbe un bell’elogio – anche per gli autori raccolti in questo volume: «Il moderno autore di bestiari è una specie d’Adamo che, scacciato dal paradiso, si aggira fra animali smarriti e senza nome cercando di ritrovare indizi dell’ordine perduto o certificandone la perdita definitiva o inventando, a partire dalle tracce degli antichi, nuovi ordini e nuove tassonomie possibili».

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