Il capolavoro di Lisippo, trovato 51 anni fa al largo di Fano, potrebbe tornare in Italia!

 “Il Lisippo è dell’Italia”, la Cassazione rigetta il ricorso del museo Getty: “Confisca contraria a diritto internazionale”

Martina Milone

La storia lunga più di 50 anni potrebbe essere vicina alla fine. Dopo il massimo grado di giudizio raggiunto in Italia, ora la parola passa agli Stati Uniti ai quali l’autorità giudiziaria della penisola invierà una rogatoria internazionale. Il museo californiano: “Continueremo a difendere il nostro diritto legale ad avere l’opera”
Il Lisippo è dell’Italia. Con una sentenza della Cassazione l’affaire sulla ‘nazionalità’ della statua di bronzo contesa tra il nostro paese e gli Stati Uniti, potrebbe essere (quasi) definitivamente chiuso. I giudici della III sessione penale hanno infatti confermato la decisione del giudice di Pesaro Giacomo Gasparini, che a giugno aveva disposto il sequestro dell’opera “ovunque si trovi”, respingendo così il ricorso del museo che attualmente la ospita, il Getty Villa di Malibù. Attribuita allo scultore greco, famoso per essere stato il ritrattista ufficiale di Alessandro Magno, l’opera,  ritrovata a largo della costa marchigiana nel 1967 e chiamata per questo l’Atleta di Fano, è infatti conservata dal 1977 nel museo californiano. Ora, dopo “l’ultima parola della giustizia italiana”, come ha sottolineato il pm che da anni segue la battaglia, Silvia Cecchi, la palla passa agli Usa ai quali l’Italia si rivolgerà con una rogatoria internazionale ovvero una richiesta di assistenza giudiziaria.

Intanto però, il museo della West Coast, tramite un comunicato stampa, ha fatto sapere che non intende restituire la statua. “Riteniamo che qualsiasi ordine di confisca sia contrario al diritto americano e internazionale”, si legge nella nota che sottolinea comunque la cooperazione in ambito culturale tra i due paesi. “Difenderemo il nostro diritto legale ad avere l’opera”, continua il documento scritto dalla responsabile comunicazione della compagnia filantropica J. Paul Getty Trust, che ripercorre la storia dal punto di vista Usa. Secondo gli americani, infatti, il bronzo sarebbe stato pescato in acque internazionali, senza alcuna evidenza che “questo appartiene all’Italia”. In ogni caso, secondo le leggi del tempo, l’esportazione dell’opera sarebbe stata illegale, sia che questa fosse stata ritrovata in acque nazionali che internazionali, perché comunque ripescata da un’imbarcazione battente bandiera italiana.

Dal ritrovamento all’ultima sentenza: una storia lunga 51 anni – Nel 1964 il peschereccio “Ferruccio Ferri” di Romeo Pirani, pescatore fanese morto nel 2004, trova la statua. Il luogo della scoperta è tutt’ora incerto, ma secondo il racconto dell’equipaggio, la scultura si trovava sul fondale di una zona al largo del Monte Conero, chiamata “Scogli di Pedaso”. Dopo aver issato l’opera sull’imbarcazione, Pirani sotterra il bronzo in un campo di cavoli, mette in circolazione la fotografia e vende la statua. I racconti sono imprecisi e, soprattutto, senza nomi, ma parlano di una vendita di 3 milioni e 500mila lire. Da qui i contorni della storia si fanno meno nitidi.

La statua viene cercata e per la sua sparizione vanno a processo quattro persone, tre commercianti di Gubbio Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti e don Giovanni Nagni. Dopo quattro anni di udienze gli imputati vengono assolti in secondo grado a Roma il 18 novembre 1970. Impossibile, secondo i giudici, accertare l’interesse artistico, storico e archeologico della statua, nel frattemposcomparsa. Nel 1974 l’opera riappare al Museo Getty che l’ha pagata 3,9 milioni di dollari. Come questa sia arrivata negli Stati Uniti entrando a far parte della collezione, però, resta un mistero. Secondo lo storico fanese Alberto Berardi l’Atleta lascia Gubbio con una spedizione di forniture mediche inviate in Brasile ad un missionario parente dei Barbetti e acquistata alla morte di Paul Getty dopo essere restaurata al Dorner Institut di Monaco.

Le indagini comunque si interrompono per anni, fino al 1990, quando il ministero dei Beni culturali italiano segnala a quello degli Esteri che un nuovo frammento del Lisippo è stato dissotterrato dal campo di cavoli di Carrara di Fano. La battaglia Italia – Usa, però, si riapre solo con il ministro Rocco Buttiglione. Una prima conquista avviene nel 2006, quando il vice premier Francesco Rutelli vince un braccio di ferro con il Getty, ottenendo la restituzione di 39 opere esportate illegalmente, fra cui la Venere di Morgantina. L’Atleta di Fano, chiamato “Victorius Youth” dagli americani, viene però trattenuto. La città di Fano e la regione Marche non accettano la mancata restituzione e nel 2007, l’associazione culturale Le Cento Città presenta un esposto alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando.

Il procedimento giudiziario prosegue per anni, fino a quando il gip Lorenza Mussoni nel 2009 dichiara il bronzo “patrimonio indisponibile dello Stato” e nel 2010 dispone il sequestro dell’opera. Inutili le battaglie e i ricorsi del museo statunitense, oggi nuovamente invitato alla restituzione della statua di Lisippo.

 

FQ, 4.12.2018

J’incapacità di leggere la storia e gli spazi vuoti e il partito traversale del cemento

Tomaso Montanari: Gli Arconi di Perugia stuprati

E sì che Raffaello a Perugia dovrebbe essere di casa. Ma nulla, non sarebbe potuto cadere più nel vuoto il suo appello, rivolto nel 1519 a papa Leone X, a mettere pace tra passato e presente, a costruire, sì, “grandi edifici”, ma “lasciando vivo il paragone degli antichi”.

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Prima il mercato, poi l’arte. La piazza in mano ai venditori di fuffa

Vuoi vedere la Torre di Pisa? Prima passi dalle bancarelle. Si studia percorso da stazione di servizio autostradale

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In questi giorni a Pisa è in corso un duro braccio di ferro tra le associazioni dei commercianti e la Soprintendenza, e il motivo del contendere è la presenza delle bancarelle di souvenir: un tempo in piazza del Duomo (meglio conosciuta come piazza dei Miracoli), sistemate su uno dei lati della piazza, quello che corre proprio lungo i celeberrimi monumenti (Battistero, Duomo e Torre), nel 2013 sono state spostate in piazza Manin (appena fuori da Porta Nuova, la storica porta delle mura pisane da cui si accede direttamente in piazza) per permettere i lavori di restauro del Museo delle Sinopie, che si trova nell’edificio, un tempo antico corpo dell’ospedale di Pisa, collocato nello stesso lato della piazza. I lavori al Museo sono però finiti, e i venditori di souvenir vorrebbero tornare in piazza del Duomo, ma la Soprintendenza è fermamente contraria.

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La vita dei centri storici città autentico presidio democratico contro al degrado che è sempre culturale in prima istanza

Approvate questa legge per salvare i centri storici

di Tomaso Montanari, Fatto Quotidiano 19-11-2018

Una sfida a Camera e Senato. Alla maggioranza “del cambiamento”, e alla minoranza “della responsabilità”. Una sfida costruttiva: capace di riportare nelle aule parlamentari lo sguardo lungimirante e la lingua chiara e profonda della Costituzione.

 

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Felicori: nessun rimpianto, ha trasformato la reggia in un brand pubblicitario

Tomaso Montanari, Felicori lascia una Reggia brandizzata quanto fragile

 

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Pubblicità per Thun-house sulla Reggia di Caserta

Mauro Felicori santo subito. L’ex direttore dei Cimiteri comunali di Bologna proiettato dalla riforma dei musei del suo conterraneo Dario Franceschini alla guida della Reggia di Caserta è un eroe nazionale.

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Città d’arte come sfondi per il turismo massificato: la perdita dell’anima

Tomaso Montanari, La “bellezza inutile” delle città

Spopolamento; espulsione dei residenti, degli artigiani e dei negozi di necessità; moltiplicazione degli alberghi e soprattutto degli airbnb, dei negozi di gadget; crescita verticale del turismo; pianificazione urbanistica che inverte le priorità, preferendo infrastrutture per i visitatori a quelle per i residenti.

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Bel colpo della Guardia di finanza. Speriamo le opere diventino pubbliche

Bergamo, sequestrate preziosissime opere a un imprenditore: c’è anche una delle versioni del Bacio di Hayez

La Guardia di Finanza di Bergamo ha compiuto un imponente sequestro di opere d’arte a un imprenditore nell’ambito di un’indagine su presunte irregolarità fiscali. L’imprenditore, un cinquantasettenne bergamasco, è un noto collezionista d’arte, e nel 2015 aveva fatto ricorso alla cosiddetta voluntary disclosure (una procedura che permetteva di regolarizzare la propria posizione col fisco a chi deteneva capitali all’estero): secondo l’inchiesta, l’uomo si sarebbe dichiarato collezionista per pagare meno tasse, ma in realtà avrebbe esercitato attività di natura imprenditoriale nell’ambito del commercio di opere d’arte in Italia e all’estero. All’imprenditore viene contestato anche il reato di auto riciclaggio, dal momento che avrebbe ceduto a una sua cliente opere per 11 milioni di euro col fine di ostacolare eventuali accertamenti sulla loro provenienza.

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Una buona notizia ma anche una ipocrisia

Riapre il museo di Damasco, ma la memoria è inquinata dalla guerra

Archeologia. L’atto culturale e la bellezza dei reperti non può far dimenticare la realtà di un paese distrutto, dove moltissimi bambini non vanno a scuola e la gran parte della popolazione non ha accesso alle risorse vitali

Domenica 28 ottobre – sotto l’alto patronato del ministro della cultura Mohammed Al-Ahmad – le porte del Museo Nazionale di Damasco si sono riaperte dopo sei anni di chiusura. In rete sono disponibili foto e video della cerimonia di inaugurazione, salutata sui media italiani come un «segnale importante di avvio della riconciliazione nazionale» (Paolo Matthiae, La Repubblica) e un «altro passo verso il ritorno a una vita normale» (Elena Panarella e Rossella Fabiani, Il Messaggero).

Tomba di Yarhai

SE DA UNA PARTE le immagini degli straordinari reperti provenienti da siti quali Ugarit, Mari, Palmira, Apamea e Dura Europos (il museo venne fondato negli anni Trenta del Novecento per ospitare le scoperte delle spedizioni straniere nei territori dell’Antico Oriente) possono apparire di conforto rispetto alla violenza delle distruzioni operate dallo Stato Islamico e ben note al pubblico per via della massiccia propaganda sul web, dall’altra quelle stesse immagini di ovattata bellezza stridono con la realtà di una guerra ancora in corso.
Ci si chiede, infatti, come il «risorto» museo di Damasco – istituzione nata per conservare e trasmettere l’eredità culturale del popolo siriano – possa fungere da «via maestra verso la pace» accogliendo pochi privilegiati visitatori. Occorre inoltre ricordare agli studiosi che attribuiscono unicamente all’Isis la responsabilità dei danni subiti dai siti archeologici siriani, che fin dal 2012 (quando il Califfo Al-Baghdadi non aveva ancora proclamato il sedicente Stato Islamico) l’Apsa, Association for the Protection of Syrian Archaeology ha documentato l’indegno disinteresse del governo di Bashar al-Assad per la protezione di rovine secolari e identitarie.

NEL DOCUMENTARIO Les derniers remparts du patrimoine, Cheikhmous Ali – tra i fondatori di Apsa e attualmente ricercatore all’Università di Strasburgo – mostra alla telecamera di Jean-Luc Raynaud le immagini girate sul terreno da archeologi militanti, che rivelano i danni irreversibili arrecati dall’esercito regolare siriano ad Apamea, Bosra e Palmira, solo alcuni fra i siti vittime del conflitto e pedine di un complesso scacchiere politico.

«L’ARCHEOLOGIA è un elemento di pacificazione passivo, l’archeologo non fa la pace ma dimostra la pace», dichiara l’assiriologo Franco D’Agostino che, con la sua équipe dell’università La Sapienza, ha deciso di riprendere gli scavi nel sito iracheno di Abu Tbeira solo quando l’Italia è uscita dalla coalizione di guerra e i fondi per l’attività militare sono stati dirottati nella ricostruzione del paese. A D’Agostino fa eco Giovanna Biga – anch’essa storica del Vicino Oriente alla Sapienza – per la quale è inammissibile considerare un atto culturale la riapertura di un museo di un paese distrutto, inquinato, dove moltissimi bambini non vanno a scuola e la gran parte della popolazione non ha accesso alle risorse vitali.

«TRADIZIONI POPOLARI, artigianato e intelligenze – continua Biga – sono stati seppelliti assieme a mezzo milione di civili. Come possiamo ignorare, poi, profughi ed esiliati, fra cui si contano numerosi studenti giunti negli atenei italiani e a cui il ritorno a Damasco è interdetto?». «In un clima del genere, ben lontano da una normalizzazione – rilancia D’Agostino – non si può pensare di rappresentare la pace promuovendo le iniziative di una sola delle parti in conflitto».