Le allegre vite dei santi. Spunti di letture

Corpi dei santi, in bilico tra straordinari privilegi e quotidiana familiarità

Medioevo. Dagli studi di André Vauchez all’età di mezzo di Jack Hartnell, tra vita e morte

di Marina Montesano, il manifesto 12-6-2020

Andrea Orcagna, Redentore e santi, 1357: Polittico della Cappella Strozzi, Mantova

Andrea Orcagna, Redentore e santi, 1357: Polittico della Cappella Strozzi, Mantova

Una forma di racconto che ha le sue origini nell’età tardoantica e che rivestì grande importanza nei secoli successivi è data dalle Passiones, poi Vitae dei santi. L’agiografia rappresenta un genere letterario fondamentale per comprendere il medioevo, al di là della sterile distinzione tra gli elementi fantastici (prevalenti) e quelli reali delle biografie dei santi, peraltro già ampiamente operata dai padri «bollandisti» a partire XVII secolo.

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Altri consigli di lettura per comprendere meglio San Francesco

San Francesco e i doni profetici

Medioevo. Un percorso di letture intorno alla figura del frate, al di là delle leggende. La complessità delle fonti dà vita anche a un romanzo in cui ci si chiede se le tante censure operate dall’ufficialità dell’Ordine non abbiano nascosto particolari della sua vita

di Marina Montesano, il manifesto, 12-6-2020

«La Predica agli uccelli», dal ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, attribuiti a Giotto

«La Predica agli uccelli», dal ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, attribuiti a Giotto

La «questione francescana» ha ormai riempito biblioteche e l’interesse straordinario dei Mendicanti spinge la ricerca in mille direzioni diverse: dalle fonti sulla vita del fondatore – un vero giallo – al suo ruolo centrale nel mutare il cristianesimo medievale, dall’espansione dell’Ordine alle continue scissioni interne, alle riforme, alle persecuzioni dei suoi rami ritenuti ereticali; senza tacere il ruolo dei francescani, dal Duecento a oggi, in Terrasanta con la Custodia, e molto oltre, nell’Oriente asiatico dove si sono recati per secoli in qualità di missionari. Leggi tutto “Altri consigli di lettura per comprendere meglio San Francesco”

Ha senso rimuovere le statue simbolo del passato?

Le statue della vergogna. Celebrano il passato, ipotecando il presente

Il dibattito. Non solo i gerarchi sudisti negli Stati Uniti, ma i simboli del fascismo in Italia e del colonialismo in tutta Europa. Robert E. Lee e i suoi pari non sono pericolosi perché ricordano una guerra dell’Ottocento ma perché legittimano la centralità del razzismo ancora oggi, nel terzo millennio

di Alessandro Portelli, il manifesto, 12-6-2020

Rilievi per abbattere la statua del generale confederato Robert E. Lee a Richmond in Virginia foto AP
Rilievi per abbattere la statua del generale confederato Robert E. Lee a Richmond in Virginia foto AP

In questi giorni, molte persone colte che non avevano visto niente di biasimevole nella distruzione o rimozione delle statue di Marx e Lenin in Europa orientale si sono sentite offese dalla rivendicazione (e dalla pratica) dei movimenti afroamericani negli Stati Uniti di rimuovere le statue dei generali e degli uomini politici del Sud schiavista. Leggi tutto “Ha senso rimuovere le statue simbolo del passato?”

Fortini metteva in luce la cecità comunista anche in campo artistico. Un libro da leggere anche oggi

Franco Fortini e i nostri «dieci inverni»

I comunisti. L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989

Rossana Rossanda, il manifesto, 28-10-2018

Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.

Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».

Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.

Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.

In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».

Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.

Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.

IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.

Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.

Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).

NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.

Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.

Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.

Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.

ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.

IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.

L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.

Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).