Il capolavoro di Lisippo, trovato 51 anni fa al largo di Fano, potrebbe tornare in Italia!

 “Il Lisippo è dell’Italia”, la Cassazione rigetta il ricorso del museo Getty: “Confisca contraria a diritto internazionale”

Martina Milone

La storia lunga più di 50 anni potrebbe essere vicina alla fine. Dopo il massimo grado di giudizio raggiunto in Italia, ora la parola passa agli Stati Uniti ai quali l’autorità giudiziaria della penisola invierà una rogatoria internazionale. Il museo californiano: “Continueremo a difendere il nostro diritto legale ad avere l’opera”
Il Lisippo è dell’Italia. Con una sentenza della Cassazione l’affaire sulla ‘nazionalità’ della statua di bronzo contesa tra il nostro paese e gli Stati Uniti, potrebbe essere (quasi) definitivamente chiuso. I giudici della III sessione penale hanno infatti confermato la decisione del giudice di Pesaro Giacomo Gasparini, che a giugno aveva disposto il sequestro dell’opera “ovunque si trovi”, respingendo così il ricorso del museo che attualmente la ospita, il Getty Villa di Malibù. Attribuita allo scultore greco, famoso per essere stato il ritrattista ufficiale di Alessandro Magno, l’opera,  ritrovata a largo della costa marchigiana nel 1967 e chiamata per questo l’Atleta di Fano, è infatti conservata dal 1977 nel museo californiano. Ora, dopo “l’ultima parola della giustizia italiana”, come ha sottolineato il pm che da anni segue la battaglia, Silvia Cecchi, la palla passa agli Usa ai quali l’Italia si rivolgerà con una rogatoria internazionale ovvero una richiesta di assistenza giudiziaria.

Intanto però, il museo della West Coast, tramite un comunicato stampa, ha fatto sapere che non intende restituire la statua. “Riteniamo che qualsiasi ordine di confisca sia contrario al diritto americano e internazionale”, si legge nella nota che sottolinea comunque la cooperazione in ambito culturale tra i due paesi. “Difenderemo il nostro diritto legale ad avere l’opera”, continua il documento scritto dalla responsabile comunicazione della compagnia filantropica J. Paul Getty Trust, che ripercorre la storia dal punto di vista Usa. Secondo gli americani, infatti, il bronzo sarebbe stato pescato in acque internazionali, senza alcuna evidenza che “questo appartiene all’Italia”. In ogni caso, secondo le leggi del tempo, l’esportazione dell’opera sarebbe stata illegale, sia che questa fosse stata ritrovata in acque nazionali che internazionali, perché comunque ripescata da un’imbarcazione battente bandiera italiana.

Dal ritrovamento all’ultima sentenza: una storia lunga 51 anni – Nel 1964 il peschereccio “Ferruccio Ferri” di Romeo Pirani, pescatore fanese morto nel 2004, trova la statua. Il luogo della scoperta è tutt’ora incerto, ma secondo il racconto dell’equipaggio, la scultura si trovava sul fondale di una zona al largo del Monte Conero, chiamata “Scogli di Pedaso”. Dopo aver issato l’opera sull’imbarcazione, Pirani sotterra il bronzo in un campo di cavoli, mette in circolazione la fotografia e vende la statua. I racconti sono imprecisi e, soprattutto, senza nomi, ma parlano di una vendita di 3 milioni e 500mila lire. Da qui i contorni della storia si fanno meno nitidi.

La statua viene cercata e per la sua sparizione vanno a processo quattro persone, tre commercianti di Gubbio Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti e don Giovanni Nagni. Dopo quattro anni di udienze gli imputati vengono assolti in secondo grado a Roma il 18 novembre 1970. Impossibile, secondo i giudici, accertare l’interesse artistico, storico e archeologico della statua, nel frattemposcomparsa. Nel 1974 l’opera riappare al Museo Getty che l’ha pagata 3,9 milioni di dollari. Come questa sia arrivata negli Stati Uniti entrando a far parte della collezione, però, resta un mistero. Secondo lo storico fanese Alberto Berardi l’Atleta lascia Gubbio con una spedizione di forniture mediche inviate in Brasile ad un missionario parente dei Barbetti e acquistata alla morte di Paul Getty dopo essere restaurata al Dorner Institut di Monaco.

Le indagini comunque si interrompono per anni, fino al 1990, quando il ministero dei Beni culturali italiano segnala a quello degli Esteri che un nuovo frammento del Lisippo è stato dissotterrato dal campo di cavoli di Carrara di Fano. La battaglia Italia – Usa, però, si riapre solo con il ministro Rocco Buttiglione. Una prima conquista avviene nel 2006, quando il vice premier Francesco Rutelli vince un braccio di ferro con il Getty, ottenendo la restituzione di 39 opere esportate illegalmente, fra cui la Venere di Morgantina. L’Atleta di Fano, chiamato “Victorius Youth” dagli americani, viene però trattenuto. La città di Fano e la regione Marche non accettano la mancata restituzione e nel 2007, l’associazione culturale Le Cento Città presenta un esposto alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando.

Il procedimento giudiziario prosegue per anni, fino a quando il gip Lorenza Mussoni nel 2009 dichiara il bronzo “patrimonio indisponibile dello Stato” e nel 2010 dispone il sequestro dell’opera. Inutili le battaglie e i ricorsi del museo statunitense, oggi nuovamente invitato alla restituzione della statua di Lisippo.

 

FQ, 4.12.2018

Benvenuto al nuovo museo ravennate

A Ravenna apre un nuovo Museo d’arte, storia e archeologia.

A Ravenna apre un nuovo Museo d'arte, storia e archeologia. Le foto

Apre a Ravenna, il primo dicembre 2018, il nuovo Museo della Città e del Territorio, che prenderà il nome di Classis Ravenna: il nuovo istituto avrà sede nell’ex Zuccherificio di Classe e sarà il punto culturale di riferimento per chiunque voglia conoscere compiutamente la storia di Ravenna, dai primi insediamenti alla civiltà etrusca, poi al ruolo importante della città in epoca romana quindi a Ravenna Capitale dell’Esarcato Bizantino.

Leggi tutto “Benvenuto al nuovo museo ravennate”

Microcosmo fiammingo a New York

Van Eyck, una cella claustrale nel cuore di Manhattan

Alla Frick Collection di New York, “The Charterhouse of Bruges: Jan van Eyck, Petrus Christus, and Jan Vos”, a cura di Emma Capron. Rilievi mariani, grani intagliati, piccole ancone ‘da camera’, figurine di «priant» fanno corona alla preziosa tavola eyckiana di proprietà Frick

Jan van Eyck, “Madonna col Bambino, Santa Barbara e Sant’Elisabetta con il donatore Jan Vos”, New York, The Frick Collection

Leggi tutto “Microcosmo fiammingo a New York”

Addio Museo Nazionale di Arte Orientale?

Se gli scavi di Tucci si spostano a Roma Eur

La controversia museografica sul Museo Nazionale d’Arte Orientale. La vecchia sede di Palazzo Brancaccio non era più adatta a conservare le splendide collezioni del MNAO. La nuova promette, specie in termini di spazio: ma l’inizio non è dei migliori…

Dininità stellare della longevità Shouxing laoren, gres a invetriatura qingbai, epoca Ming (1368-1644), dalle fornaci di Dongxin, Roma, Museo Nazionale d’Arte Orientale

Leggi tutto “Addio Museo Nazionale di Arte Orientale?”

Il nuovo allestimento degli Uffizi: si può pensare di aggiungere valore a Michelangelo?Tondo Doni

E’ presuntuoso credere di accrescere il valore di un’opera come il Tondo Doni.

Il Direttore degli Uffizi Eike Scmidt davanti al Tondo Doni. Ph. Turismo Italia News

Il Direttore degli Uffizi Eike Schmidt davanti al Tondo Doni. Ph. Turismo Italia News

 

Uffizi, il Tondo Doni nel vecchio allestimento

Uffizi, il Tondo Doni nel vecchio allestimento

Infuriano le polemiche e le discussioni sul nuovo allestimento del Tondo Doni agli Uffizi

Sparite le pareti rosso cardinale che ospitavano il Tondo, la stanza trova una sua cifra minimale anche dal punto di vista dei colori e dei supporti. Il doppio Ritratto di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, ad esempio, è sospeso (o intrappolato?) tra cliniche lastre di vetro (dal sapore un po’ didattico, in verità), mentre altri dipinti sono inserite in nicchie rettangolari, che un chiaro gusto per la “confezione” ha ritagliato in mega pannelli laterali, asettici anch’essi, ancorché molto presenti.
Ripensato anche il colore. Muri reinventati radicalmente da un grigio chiaro, morbidamente steso per aumentare la luce e archiviare la patina classica delle tipiche raccolte museali storiche. Spazio freddo, neutrale, contemporaneo.
Infine, con un colpo d’occhio che ha scatenato polemiche, lo strepitoso Tondo Doni si ritrova incastonato in una nicchia circolare profonda, grigia anch’essa, imponente come un occhio piazzato in mezzo a un tempio. Impossibile non azionare l’immaginazione. L’oblò di una lavatrice, un possente subwoofer, un’opera di Anish Kapoor, un tiro al bersaglio, l’espositore di un negozio di cosmetici super chic o di una gioielleria, la finestra di una casa futuristica in un film di fantascienza Anni Settanta. Insomma, nulla che rimandi a un museo, a una collezione cinquecentesca, a certe architetture aristocratiche o religiose. (Helga Marsala in Art Tribune, 6-6-2018)

Perchè così non si poteva leggere e rileggere come era prima? Non dico che non bisogni mai cambiare la posizione delle opere e l’allestimento delle sale, ma la spettacolarizzazione proposta a volte mi sembra gratuita e fatta giusto per far parlare di sé e dell’allestimento invece che per fornire ai visitatori uno strumento in più per comprendere il silenzioso, anzi silenziosissimo, linguaggio delle opere. Interessanti quindi gli accostamenti con la testa di Alessandro e le opere di Raffaello, storicamente e criticamente assai pertinenti (confronti analoghi e altrettanto seducenti erano d’altronde presenti nel precedente allestimento).

Ma forse che Michelangelo necessitava di una nuova cornice, che tra l’altro svilisce la sua autentica e bellissima, per essere letto? Per essere capito? per essere apprezzato???? Che l’essere inserito in quel contenitore ne aumenti il valore e la leggibilità? A me sembra che si sposti in tal modo l’attenzione, soprattutto agli occhi del visitatore, che spesso è “sprovveduto” , dal quadro alla cornice, capovolgendo e magari annichilendo o smorzando la capacità di trasmettere senso dell’opera stessa. Quindi, in definitiva, si diseduca a leggere l’opera, cioè il contenuto, fissando l’attenzione sulla cornice, il contenitore. Se il contenitore fa aggio sul contenuto si rischia di smarrire il messaggio dell’opera, la sua formidabile potenza evocativa ed educativa. Rimane quasi solo la possibilità di interpretare criticamente il contenitore, esercizio che stiamo facendo, ma che è povera cosa rispetto alla riflessione su Michelangelo. In pratica oggi vediamo più Eike Schmidt che il fiorentino, e tutto sommato Eike Schmidt non ha minimamente lo stesso interesse. Più che aiutarci a interpretare la storia finisce per manipolarla. Il che può essere corretto in un museo d’arte contemporanea, ma non nei confronti di un’opera del passato, dove la riflassione storico-critica ha una funzione ineludibile.

Michelangelo non ha bisogno di orpelli, ma solo di una corretta esposizione. La sua forza centrifuga è tutta nell’opera, e innesta un moto perpetuo che innerverà la pittura per ceninaia di anni. Nessun elemento esterno può aumentare questa forza dirompente.

Così trattata una delle opere più sconvolgenti della storia della pittura è giustamente ridotta al rango di oggetto di irrisione sui social forum. A ogni direttore il suo pubblico. Peccato che chi ci rimette sia la collettività, che vede svilita una delle più preziose opere che il direttore (qui grazie alla riforma franceschini) ha trattato come se fosse un gadget di lusso da mettere in vetrina. Inammissibile.

Un meme che prende in giro il nuovo allestimento pensato per il Tondo Doni agli Uffizi

L’accesso al patrimonio culturale deve essere gratuito. Un chiaro e semplice articolo di MiRiconosci?

Perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale

Risultati immagini per galleria nazionale d'arte antica in palazzo barberini roma rm

Chi ci segue l’ha percepito da alcuni nostri post e articoli, “Mi Riconosci?” difende l’accesso gratuito alla cultura: una posizione che, almeno nel nostro Paese, è ancora di minoranza, e che anche nella nostra pagina Facebook ha sollevato alcune polemiche. Per questo abbiamo deciso di spiegarvi il perché di questo nostro convincimento: la centralità dei professionisti dei beni culturali si avrà solo quando raggiungeremo la centralità della cultura nella coscienza collettiva, e uno dei modi, forse il più importante, è quello di abbattere tutti gli ostacoli economici per l’accesso ai luoghi di cultura. Volete saperne di più? Non ne siete convinti?

Per definizione il museo è un’istituzione al servizio della collettività, la cui finalità primaria è di preservare e mettere a disposizione dei pubblici il proprio patrimonio artistico. Non si fa solo ed esclusivamente riferimento alla tutela o all’accesso fisico, ma anche alla capacità di essere un’istituzione culturale attiva nella creazione e nella diffusione della conoscenza, garantendo l’accesso indipendentemente dalla condizioni economiche. Le politiche culturali in Italia, purtroppo, procedono in direzioni opposte. Queste dovrebbero garantire un modello di inclusione e democrazia culturale, pari dignità e opportunità di espressione a tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli a rischio di esclusione sociale, dunque culturale e formativa.

Il concetto di “democrazia culturale” è emerso ufficialmente in occasione della Conferenza intergovernativa dei ministri europei della cultura promossa dall’Unesco a Helsinki nel 1972. Nelle Raccomandazioni finali della Conferenza, a una concezione elitaria di “democratizzazione (dall’alto verso il basso) di una cultura ereditata dal passato”, veniva infatti contrapposta l’idea di una democrazia culturale da conseguirsi dal basso verso l’alto, sostituendo a un consumo passivo la creatività individuale. Ma ancora prima, nel 1948, nel conosciutissimo articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, stilato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si chiarisce che: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Eppure in Italia si fatica ancora a uscire dalla concezione (del tutto inattuabile, peraltro) secondo la quale i luoghi di cultura debbano finanziarsi ad ogni costo grazie ai biglietti d’ingresso. Una cultura per pochi.

Le politiche tariffarie di Franceschini, fra potenzialità ed evidenti limiti

Lo sappiamo, in molti casi i musei e i siti archeologici garantiscono già delle agevolazioni economiche, ma quasi sempre le fasce orarie di apertura gratuita dei musei (es: il martedì pomeriggio dalle 14 alle 18, oppure l’ultima ora prima della chiusura del museo dalle 17 alle 18) non permettono l’accesso a chi è impegnato in attività lavorative. Nel 2014 il Ministro Franceschini annunciava la sua “rivoluzione” del piano tariffario per i musei statali e dei siti archeologici. Tale decisione è stata dettata dall’intenzione di rendere il sistema tariffario in linea con quanto avviene negli altri paesi dell’Unione Europea.

Questi sono i principali punti contenuti nel decreto ministeriale: la gratuità spetta ai ragazzi sotto i 18 anni d’età (mentre sono previsti degli sconti fino ai 25 anni), e ad alcune categorie come quella degli insegnanti, invece è scomparsa la gratuità per gli over 65. Soluzione che serve allo Stato per racimolare solo un po’ di spiccioli, poiché gli over 65 non rappresentano una grossa fetta dei visitatori museali. Da una ricerca condotta sul pubblico dei musei per fascia d’età si evince che in Italia, anche quando c’era la gratuità sul biglietto di ingresso per gli over 65, la percentuale dei visitatori si aggirava attorno al 10 %. Inoltre, è evidente come tale misura denuncia un’evidente coperta corta: si concede da un lato togliendo dall’altro.

La novità più rilevante, e positiva, portata dal ministro Franceschini, è stata l’iniziativa “Domenica al museo” che prevede l’entrata gratuita ai luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. L’iniziativa ha registrato grandi numeri, palesando l’interesse della cittadinanza e il potenziale delle politiche tariffarie per implementare l’accesso ai musei statali e i grandi luoghi di interesse culturale. Ad esempio, nelle prime sei edizioni del 2014 il numero degli ingressi gratuiti è stato più di un milione e mezzo, e allo stesso tempo si è visto che solitamente aumentano a ruota anche gli ingressi nei giorni ad accesso non gratuito, in alcuni casi si crea una nuova attenzione e abitudine al Museo. Ma ci chiediamo, data proprio la grande affluenza, in un unico giorno d’apertura, quale sarà stata la qualità delle visite guidate o autonome dei visitatori dopo ore di coda, sale affollate e tempi ristretti? Inoltre, questo sistema finisce per favorire, con alcune eccezioni, la sola frequentazione occasionale dei musei e dei luoghi della cultura. Sono proprio queste giornate eccezionali e sporadiche a tenere lontani i visitatori dagli spazi museali e archeologici, poiché diventano il pretesto per visitarli gratuitamente una volta all’anno invece di frequentarli abitualmente. E perché le porte si sono aperte solo per i musei? Seguendo questo criterio, perché non garantire l’ingresso gratuito anche a teatri, cinema, auditorium ecc?

Per capirne di più: una comparazione su scala internazionale

Quanto costa accedere nei musei statali? L’ingresso alla Galleria degli Uffizi ha un costo di 12,00 euro (ridotto 6,50), un biglietto per visitare le Gallerie dell’Accademia a Venezia costa 15,00 euro (ridotto 12,00), per la Galleria Borghese a Roma si spendono 11,00 euro (esclusa la commissione di servizio per la prenotazione obbligatoria per tutte le tipologie di visitatori che ammonta a 2,00 euro), per comperare un biglietto per i Musei Capitolini si spendono 14,00 euro (ridotto 12,00) e per la Pinacoteca di Brera 10,00 euro (ridotto 7,00). Questo per quanto riguarda alcuni dei musei più importanti. Per quanto riguarda siti o musei piccoli o secondari, c’è confusione e difformità enorme: l’entrata in alcuni splendidi Musei cittadini, regionali o addirittura Nazionali spesso costa meno di alcuni piccoli musei civici (per scelta dell’amministrazione); per edifici storici e siti archeologici succede la stessa cosa, può capitare di entrare gratis o quasi in un sito eccezionale, e di pagare un prezzo eccessivo per visitare una realtà decisamente poco attrattiva: quando la gestione è privata, questa difformità si aggrava ancora di più. In alcuni musei inoltre sono spesso presenti mostre temporanee le quali solitamente hanno un costo aggiuntivo rispetto al biglietto d’ingresso, anche per i visitatori ai quali è normalmente garantita la gratuità; in questi casi peraltro i costi sono aumentati dal 2007 a oggi di circa 3-5 euro.

Ma cosa accade negli altri Paesi? Nei musei statali di New York i visitatori pagano un contributo ad offerta libera, viene suggerita una tariffa, in genere di 20 dollari, ma ogni visitatore è libero di versare quanto ritiene opportuno. Lo stesso accade per i grandi musei della Gran Bretagna, non ci sono casse e non c’è biglietteria, un contenitore invita i visitatori a lasciare una donazione. In Spagna, molti musei hanno una tariffa ridotta per le ultime ore d’apertura ed è previsto l’ingresso gratuito per le famiglie numerose, i disoccupati e i cittadini europei al di sotto dei 26 anni di età. Nei musei indiani e russi la tariffa per i rispettivi cittadini è notevolmente inferiore a quella praticata ai turisti, e questo avviene anche in diverse parti d’Europa. Questa può sembrare una misura discriminatoria, ma si basa sul presupposto che i cittadini già finanzino attraverso le tasse la gestione del patrimonio artistico nazionale, e che il cittadino, a differenza dell’ospite proveniente da un paese differente per motivi di svago, deve essere favorito nella libera fruizione del patrimonio culturale pubblico.

Analizziamo ora quanto avviene in Francia. Diversamente dal nostro Paese il sistema giuridico francese è storicamente incentrato su un potere statale fortemente protagonista nelle scelte di politica culturale, tanto da rappresentare senz’altro il caso più esemplare.  Anche quando si ha un’apertura al privato, lo Stato sorveglia gli atti di costituzione all’interno di un’ottica regolatrice, intervenendo nella creazione delle stesse in maniera decisiva: ne risulta un sistema basato su un rifiuto radicale di uno squilibrio monetario, a differenza di quanto avviene con i siti a gestione privata nel nostro Paese.

Partiamo da un confronto dapprima quantitativo per poi a ritroso andare a ricostruire come questi numeri si siano prodotti: in Italia i musei risultano essere circa 4000, in Francia appena 1900, eppure in Francia il settore culturale arriva a coprire da solo all’incirca il 4% del PIL, contro il 5,4% italiano (a fronte di un numero di musei più che doppio, e dieci patrimoni Unesco in più) e, addirittura, recenti dati indicano che tutti i musei pubblici italiani cumulativamente considerati guadagnano meno del Louvre considerato singolarmente. In Italia poi solo l’1,1% di questo 5,4% viene reinvestito nel settore che lo produce, mentre in Francia i guadagni risultanti sono quasi interamente capitalizzati in cultura, producendo un circolo virtuoso che ha rigenerato in toto il settore, creando nuove offerte lavorative e  rivalutando e promuovendo varie attività connesse.

Tali differenze di risultato non stupiscono se lette alla luce dei sopramenzionati fattori giuridici, istituzionali e amministrativi. Basti pensare che in Italia lo stesso concetto di museo non è ancora stato pacificamente definito. Storicamente, infatti, al museo italiano non è mai stata attribuita la rilevanza istituzionale tangibile nella maggior parte dei paesi europei e i musei hanno tradizionalmente costituito entità formalmente deboli. Anche se oggi il diritto (art. 115, c. 2, Codice beni culturali) spinge verso un cambiamento di ruolo e percezione dei musei, resta comunque aperto il problema della distinzione tra le funzioni di tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali, dai confini incerti e trasversali e di ambigua attribuzione.

Le politiche tariffarie molto avanzate (gratuità per i giovani, anche stranieri, al di sotto dei 26 anni, agevolazioni per categorie a rischio esclusione sociale, ecc.) riflettono una concezione del patrimonio storico e artistico che ne riconosce il fondamentale valore formativo. Abbattere la povertà culturale e formativa passa non soltanto dalla lotta contro la dispersione scolastica e dall’accesso ai luoghi dell’istruzione formale, ma anche dall’abbattimento degli ostacoli socio-economici nell’accesso alla cultura e dalla messa al centro di musei, patrimoni e siti culturali per un progetto culturale rivolto innanzitutto al territorio e alla cittadinanza e non soltanto al turismo intensivo. Si tratta di una visione che oltre a prendere atto dell’urgenza di rilanciare la cultura per contrastare dati allarmanti per il nostro Paese, quali marginalità sociale e analfabetismo di ritorno, punta anche e soprattutto alla promozione di una cittadinanza più consapevole della propria storia e del ruolo della cultura nello sviluppo della società: una persona non abbiente o non proveniente da una situazione socialmente e culturalmente attiva, vedrà nei costi di accesso alla cultura un’insormontabile ostacolo.

Per favorire l’accesso gratuito ai luoghi culturali

Senza la pretesa di proporre una politica organica per abbattere gli ostacoli economici nell’accesso alla cultura, mettiamo in conclusione alcuni punti che possono rappresentare i primi passi verso l’accesso gratuito ai luoghi culturali. Innanzitutto, va detto, a differenza di quanto troppo spesso viene ribadito nel dibattito pubblico, che il biglietto non è e non può essere (salvo i casi di alcuni importanti siti o musei) il mezzo principale con cui mantenere in vita il patrimonio culturale italiano, sia esso storico, culturale, archeologico o artistico. Anzi, gli introiti di biglietteria contano ben poco, sapete il perché? Perché ci sono molti interessi sul patrimonio culturale italiano e molti dei soldi finiscono nelle tasche di società private che lucrano senza reinvestire nulla in cultura. In alcuni casi vere e proprie clientele, che all’interno delle strutture culturali, da nord a sud, da molti anni ormai si accaparrano una grande fetta degli incassi. Per i siti archeologici o i monumenti storici, invece, i costi di manutenzione e tutela superano di netto le più ottimistiche entrate ricavabili dalla vendita dei biglietti d’accesso.

Le entrate che molti luoghi di cultura hanno, all’estero ma anche in Italia (ad esempio il Museo Egizio di Torino), vengono dalla vendita di gadget o libri negli appositi bookshop, di cui pochissimi musei italiani sono dotati, o da bar e ristoranti all’interno dei luoghi di cultura stessi: i cosiddetti “servizi aggiuntivi”, che in realtà sono fondamentali per rendere più piacevole ed esaustiva la visita ad un museo o sito archeologico, permettono di “vendere” cultura senza per questo rendere meno accessibile il patrimonio culturale alla cittadinanza. E allo stesso modo, il turismo culturale (gradito accidente nel caso di musei o siti archeologici gestiti al meglio e aperti alla cittadinanza) produce introiti economici soprattutto fuori dai musei stessi, attraverso bar, ristoranti, alberghi nelle città che ospitano luoghi di cultura di rilievo. La visione del biglietto d’ingresso come fonte di reddito per il Paese è assolutamente parziale e priva di riscontri concreti.

Si dovrebbe cominciare dall’introduzione sistematica (e non limitata ad alcune fasce orarie o in singole giornate campali) dell’accesso gratuito per alcune categorie ad alto rischio di marginalità culturale e sociale (disoccupati, redditi bassi, agevolazioni per le famiglie numerose, ecc.) e per le nuove generazioni (fino a 26 anni come in Francia) e tutti coloro che frequentano percorsi formativi: questo sia per contrastare l’esclusione sia per valorizzare il profilo formativo del patrimonio e della cultura.

Andrebbe aperto un ragionamento sull’introduzione di abbonamenti per l’ingresso ai luoghi del patrimonio culturale che garantisca una consistente riduzione dei costi per l’accesso. Inoltre, un sistema per contribuire alla sostenibilità di un museo o di un sito culturale potrebbe essere quello anglosassone, dove si parte da un’offerta libera con cifre suggerite e, rendendo la cultura “attrattiva” si sviluppa un circuito virtuoso per cui chi può permetterselo finanzia i luoghi di cultura stessi attraverso offerte e acquisti: il British Museum, accessibile gratuitamente, fattura milioni ogni anno grazie al merchandising. Allo stesso modo si deve prendere atto che le istituzioni museali, i siti archeologici, i monumenti e il patrimonio culturale in generale, per svolgere al meglio la loro funzione sociale devono essere adeguatamente finanziati dal bilancio statale e attrarre fondi privati senza che questo comporti la svendita del patrimonio o mere occasioni di lucro.

Dal 1993 la legge Ronchey apre le porte dei musei statali ai privati e una grossa parte dei guadagni passa a loro. In questi anni le società come 24 ORE Cultura, Civita Cultura, Electa, CoopCulture si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie ma anche per i servizi di prenotazione, audioguide, cataloghi, ristoranti, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi incredibilmente vantaggiose: oltre l’85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita. Non sarà mica che in Italia non si può garantire la gratuità perché le società che governano anche le biglietterie sono delle vere e proprie lobby?

Di contro, garantire l’accessibilità ai luoghi della cultura significa renderli spazi sicuri, confortevoli e qualitativamente migliori per tutti i potenziali pubblici utenti, garantendo una libera fruizione affinché il museo stesso svolga il suo pieno e consapevole ruolo sociale.

L’idea del “biglietto necessario” è niente più che un orpello ideologico che non aiuta in nessun modo il patrimonio culturale a funzionare né dal punto di vista sociale né economico, e nel mondo molti se ne sono resi conto: vogliamo che i beni culturali diventino servizi pubblici essenziali? E dunque lo diventino, anzitutto essendo accessibili a tutti. Ecco perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale nazionale.

il

Per saperne di più:

Testi:
Bollo A., (a cura di) (2008), I pubblici dei musei. Conoscenza e Politiche, Franco Angeli, Milano

Lampis A., Nuovo pubblico per i musei, (2004), in Economia della cultura, anno XIV, n. 4, pp. 587-590

Nomisma (2000), Primo Rapporto Nomisma sull’applicazione della legge Ronchey, Museum Image – Museum Studio, Salone dei Prodotti e dei Servizi dedicati all’arte, Arezzo 25-27 maggio 2001, dattiloscritto

Nomisma (2001), Mercurio e le Muse. Indagine sui comportamenti dei visitatori nei punti vendita dei musei in Italia, Nomisma, Bologna

Solima L. (2008), Individuo, condivisione, connettività: la dimensione polisemica del pubblico della cultura, in De Biase F. (a cura di), “L’arte dello spettatore”, Franco Angeli, Milano.
Siti:
Civita, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.civita.it/centro_studi_gianfranco_imperatori/ricerche_e_indagini

Fondazione Fitzcarraldo, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.fitzcarraldo.it/ricerca/pubblici_musei.htm

http://www.tafterjournal.it/2012/03/01/pubblico-e-privato-nella-gestione-museale-italia-e-francia-a-confronto/

Avete già la tessera di abbonamento ai musei della Lombardia?

Consiglio caldamente di fare la tessera e visitare assiduamente i nostri bellissimi musei e le mostre (non sempre bellissime…). 35 euro spesi benissimo!

link al sito:

https://lombardia.abbonamentomusei.it/

 

L’Abbonamento Musei Lombardia Milano è il modo più conveniente per vivere appieno tutta l’offerta culturale della Lombardia. L’Abbonamento Musei Lombardia Milano è acquistabile online oppure nei  punti vendita di Milano e della Lombardia.

Abbonamento Musei intero: € 45

Abbonamento Musei Senior: € 35

Per persone dai 65 anni

Risultati immagini per brera milano

Leggi tutto “Avete già la tessera di abbonamento ai musei della Lombardia?”

Ma i grandi musei sono in attivo? E il museo deve guadagnare? Come si mantengono Met e Louvre.

Nessun grande museo è “una macchina da soldi”. Tanto più se vuol fare soprattutto cultura.

Vittorio Emiliani in Articolo 21, 13 gennaio 2015

 

Uno degli slogan oggi più in voga per i nostri musei è questo: vanno sprovincializzati, vanno gestiti da manager, vanno resi redditizi, “macchine da soldi” più brutalmente (come disse tempo fa Matteo Renzi per gli Uffizi). Soldi, soldi, soldi, come in un famoso musical di Garinei e Giovannini, nel quale si citavano anche i romaneschi “papabraschi”, cioè i pagamenti a pronta cassa, fra Sette e Ottocento, della famiglia di papa Pio VI Braschi, promotore fra l’altro di Palazzo Braschi e del Museo Pio Clementino, i futuri Musei Vaticani.

Risultati immagini per metropolitan museum

Leggi tutto “Ma i grandi musei sono in attivo? E il museo deve guadagnare? Come si mantengono Met e Louvre.”

Confusione, approssimazione e ignoranza: i programmi dei partiti di fronte ai Beni culturali…

Come parlano di beni culturali i partiti in lizza alle elezioni del 4 marzo? Abbiamo analizzato i programmi

Federici Giannini, Finestre sull’arte, 2-3-2018

È verosimile che ricorderemo la campagna elettorale che (finalmente) s’avvia verso la conclusione come la più squallida dell’intera storia repubblicana. E non soltanto per i toni ai quali le parti sono state in grado d’arrivare, ma anche per la sconfortante assenza di contenuti.

I principali partiti in lizza alle elezioni del 4 marzo 2018

Leggi tutto “Confusione, approssimazione e ignoranza: i programmi dei partiti di fronte ai Beni culturali…”