Viaggio a Ravenna, 28 maggio – 1 giugno 2019, per vedere l’invisibile

RAVENNA

LA VISIONE DELL’INVISIBILE

28 maggio – 1 giugno 2019

viaggio a cura di Luca Mozzati – organizzazione tecnica Adenium

La storia dell’arte libera la mente

 

Ravenna è stata, per tre volte, capitale di tre imperi: dell’Impero Romano d’Occidente, di Teodorico Re dei Goti, dell’Impero di Bisanzio in Europa.

Questo prestigioso passato è testimoniato dalle basiliche e dai battisteri, dove si conserva il più ricco patrimonio di mosaici dell’umanità risalente al V e VI secolo, tanto che ben otto suoi monumenti sono inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Qui l’arte di rendere percepibile la divinità del cosmo e dei suoi rappresentanti terreni raggiunse vertici ineguagliati, conferendo alla città e ai suoi monumenti un sapore unico.

Conclude l’itinerario la visita di Comacchio e Pomposa

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Ravenna 2019 programma

Un ottimo direttore lombardo

La tutela come asse per l’esplosiva crescita del Polo Museale della Lombardia. Parla il direttore Stefano L’Occaso

Stefano Giannini, 14-12-2018

l Polo Museale della Lombardia ha conosciuto risultati notevoli negli ultimi tre anni, grazie a un’azione fondata sulla tutela. Ne abbiamo parlato con il direttore Stefano L’Occaso.

Il Polo Museale della Lombardia, soggetto che riunisce diversi musei della regione tra cui alcuni siti celeberrimi come il Cenacolo vinciano, la Rocca Scaligera e le Grotte di Catullo di Sirmione, il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (primo sito UNESCO in Italia) e il Museo della Certosa di Pavia, negli ultimi tre anni ha conosciuto una crescita esplosiva, segnando un +15% sul numero dei visitatori, e addirittura un +69,8% sugli introiti. Ma non solo: numerosissimi interventi di restauro, nuovi allestimenti, le sponsorizzazioni di qualità che hanno puntato tutto sul concetto “burocrazia minima” per i privati, e poche mostre che hanno però puntato sulla qualità e sulle collezioni. Il dato interessante è che questi risultati sono stati raggiunti avendo come faro la tutela, vero asse strategico cui è strettamente legata la buona valorizzazione. Abbiamo incontrato il direttore che ha guidato il Polo verso i successi di questi ultimi tre anni, Stefano L’Occaso, il cui mandato è scaduto il 31 ottobre di quest’anno (era in carica dal 2015). E ci siamo fatti raccontare com’è stato possibile raggiungere questi ragguardevoli risultati. L’intervista è a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

L'Ultima cena di Leonardo da Vinci

FG. Dottor L’Occaso, il Suo mandato come direttore del Polo Museale della Lombardia è terminato il 31 ottobre di quest’anno. Lei era in carico dal 2015, e potremmo cominciare l’intervista parlando di numeri, dal momento che i visitatori dei musei del Polo sono passati dai 962mila del 2015 al milione e centomila del 2017 (per il 2018 ovviamente i dati non sono ancora disponibili). Se guardiamo invece agli introiti, è stato siglato il quasi raddoppio, dal momento che i 3 milioni e 600mila del 2015 sono stati portati ai 6 milioni e 100mila del 2017, e l’ottica è ancora di crescita, dato che a metà 2018 i musei del Polo avevano incassato tre milioni e mezzo di euro. In definitiva un ottimo risultato, che è un risultato peraltro corale, perché se è vero che la gran parte degli incassi si concentra sul Cenacolo Vinciano, è anche vero che, più o meno nelle stesse proporzioni, sono cresciuti anche quasi tutti gli altri musei…
SL. Sì, abbiamo svolto un lavoro di gruppo, un lavoro corale per l’appunto, che ha portato ottimi risultati, di cui possiamo essere orgogliosi. Abbiamo quasi raddoppiato gli introiti puntando principalmente sulla bigliettazione del Cenacolo, ma grandissimi aumenti in termini di introiti sono arrivati, per esempio, da Sirmione, dove la Rocca Scaligera ha superato il milione di euro di incassi sia nel 2017 che certamente nel 2018. L’aumento dei visitatori sarà graduale anche nel corso del 2018 perché prevediamo di arrivare almeno attorno al milione e 150mila: a novembre 2018 abbiamo pareggiato il risultato del 2017, con 1.103.995 visitatori. Per quel che riguarda il Cenacolo ci dovremo attestare attorno ai 420-430mila visitatori, alla Rocca Scaligera con novembre abbiamo già superato i 300mila visitatori, con le Grotte di Catullo che seguiranno a ruota. Quindi, all’interno del Polo, dovremmo avere tre dei trenta musei più visitati d’Italia. Inoltre il Polo è un istituto che gode di ottima salute dal punto di vista economico, e che finalmente da quest’anno, con un adeguato organico, può permettersi di funzionare e di lavorare al 100%. Possiamo (dobbiamo) anche aiutare istituti meno fortunati.

Concentriamoci sul Cenacolo vinciano: è un museo che del resto fa registrare circa il 60% degli introiti del Polo Museale, quindi è naturale riservargli attenzione per primo. Nel corso di questi anni sono stati realizzati moltissimi interventi, dall’apertura della nuova biglietteria alla realizzazione del sistema di emergenza di monitoraggio sismico, dalla creazione di una nuova aula didattica, un nuovo bookshop e nuovi servizî igienici fino alle opere di valorizzazione, perché il Cenacolo ha un nuovo logo, una nuova guida, ci sono state aperture serali, e l’apertura di nuovi canali di comunicazione digitale. Si può dire che si è lavorato bene cercando quell’equilibrio tra tutela e valorizzazione che dev’essere perfetto perché i musei debbano funzionare bene…
Io sono convinto che la valorizzazione non possa che essere una diretta conseguenza delle azioni di tutela. In tre anni non ho costruito alcun progetto di mostra, se non quella attualmente ospitata al Cenacolo, con dieci disegni di Leonardo provenienti dalle Collezioni Reali inglesi ed esposti vis-à-vis davanti all’opera. Il nostro lavoro è stato principalmente quello d’intervenire sull’impiantistica, sulla sicurezza e quindi sulla struttura dei siti culturali che abbiamo in gestione, valutando che, se si offre un servizio di buona qualità, facendo trovare i siti puliti, in ordine e sicuri, l’effetto di tam tam dei visitatori possa essere sufficiente per portare nuovi utenti. Questa politica è stata premiata dai numeri, forse frutto anche di casualità, ma in ogni caso posso dire che, al termine del mandato, lascio i siti presi in consegna in uno stato certamente migliore. Anche dal punto di vista dei restauri: abbiamo portato avanti imponenti campagne, basti pensare solamente alla Rocca di Sirmione dove abbiamo rifatto qualcosa come cinquecento metri quadrati di pavimentazione e già restaurato all’incirca duemila metri quadrati di intonaci, e stanno partendo nuovi appalti per il prospetto settentrionale, e per il lato ovest della darsena che è stata finalmente aperta al pubblico a marzo 2018. Insomma, azioni fatte per durare nel tempo e per consentire a chi verrà dopo di me di poter essere immediatamente operativo senza dover investire grandi cifre sulla manutenzione e sulla conservazione. Abbiamo anche cercato di evitare grandi interventi di restauro puntando semmai sulla manutenzione programmata, una cosa di cui si sente parlare molto spesso, e che noi abbiamo concretamente realizzato. E abbiamo fatto tutto ciò in grande carenza di organico: fino alla fine del 2017, il Polo Museale della Lombardia ha operato in condizioni di assoluta emergenza e soltanto dal 2018, con la conclusione del concorso per i cinquecento nuovi funzionarî, c’è stata una sorta di meiosi del personale dell’istituto. Fino ad allora abbiamo dovuto tirare la cinghia e lavorare tantissimo anche per diventare stazione appaltante e per far partire una serie di gare adeguandoci a una normativa che non è affatto semplice da gestire, ma sempre con ottimi risultati. Tra i primi musei in Italia e prima ancora di tanti musei autonomi, abbiamo dato avvio con Consip anche al bando per la concessione dei servizî aggiuntivi del Cenacolo, che è un bando con base di gara da 29 milioni di euro, per quanto purtroppo ancora non abbiamo un’aggiudicazione.

Abbiamo parlato di investimenti e di restauri. Uno degli aspetti per i quali il Cenacolo si è distinto sono le nuove sponsorizzazioni, su tutte quella di Eataly, finita anche sulle prime pagine della stampa non specializzata. Ovviamente a favore della sponsorizzazione ha giocato il nome di Leonardo, che possiamo considerare una sorta di brand al pari di quello d’una grande azienda: si tratta però d’un risultato tutt’altro che scontato, dal momento che l’Italia è ancora indietro, rispetto ad altri paesi, se si parla di capacità di attirare sponsorizzazioni, erogazioni liberali ed investimenti di privati nel settore dei beni culturali. In questo senso, qual è il lavoro che è stato fatto dal Polo Museale della Lombardia per attivare questo proficuo rapporto di collaborazione tra pubblico e privato?
Quello di cui mi posso in qualche modo vantare è di essere riuscito a concretizzare i buoni intenti, perché sappiamo che il privato molto spesso si spaventa nel momento in cui deve interagire con le pesantezze di un ente pubblico. Quello che ho cercato di fare è di minimizzare l’impatto della burocrazia per il privato e di rendere tutto agevole, risolvendo a monte ogni problema di carattere amministrativo, quindi sostanzialmente provvedendo a ogni forma di manifestazione pubblica d’interesse, ai bandi, a tutto quello che riguardava la trasparenza e la pubblicità per queste sponsorizzazioni: a questo abbiamo pensato direttamente noi, facendo sì che al privato arrivasse al netto la possibilità di stipulare un contratto, senza soffrire il calvario di una burocrazia molto complessa e di una normativa particolarmente estesa e non sempre di facile interpretazione. Questo ha portato introiti al Polo, nel triennio, vicini al milione di euro, perché la sola sponsorizzazione di Eataly è di 680mila euro. Oltre a questa ci sono stati poi diversi altri accordi di valorizzazione, spesi principalmente per lavori di restauro e d’impiantistica ma anche per ampliare la fruibilità dei musei: un aspetto al quale ho tenuto moltissimo e sul quale ho trovato grande collaborazione del personale di accoglienza e vigilanza dei Musei, è stato il tentativo di miglioramento di ogni servizio, ossia far trovare sempre i musei aperti e ampliare gli orari di apertura dei siti. A Sirmione, che d’estate vive una stagione turistica straordinaria, siamo riusciti, per due anni di fila, a tenere entrambi i musei aperti sette giorni su sette da giugno a settembre, quindi dando la massima disponibilità possibile nei confronti dei turisti. Questo è stato un grosso sacrificio per il personale, però l’equilibrio è stato trovato con i sindacati e questo ha consentito di portare anche ingenti introiti in più all’istituto.

Sempre rimanendo sul Cenacolo, la Sua direzione è stata segnata anche dallo sciopero del personale che, nello scorso aprile, ha incrociato le braccia per chiedere garanzie di continuità lavorativa in vista del rinnovo dell’appalto per la concessione dei servizi. Si è trattato, peraltro, della seconda volta in due anni che i lavoratori del Cenacolo hanno scioperato, e due anni prima era accaduto anche in altri musei del Polo. E sono state scene che negli ultimi anni abbiamo visto succedersi con una certa frequenza in tutta Italia. A Suo avviso, nel settore dei beni culturali, si fa abbastanza per tutelare i diritti dei lavoratori?
Il dipendente pubblico è sicuramente molto tutelato. Nel nostro caso specifico c’è stata un’agitazione per l’applicazione della clausola sociale nel bando gestito da Consip per la concessione dei servizî aggiuntivi, ma i limiti dell’applicazione della clausola sociale sono stati ben definiti da numerose sentenze dei Tar e del Consiglio di Stato, e noi ci siamo attenuti a tali indicazioni, che tutelano anche la libertà organizzativa dell’impresa subentrante; questo è necessariamente anche un vincolo alla clausola sociale che non può essere applicata in maniera eccessivamente restrittiva. Ci fu, appunto, anche uno sciopero nell’aprile del 2016, che portò per un giorno alla chiusura del Cenacolo, stante l’inapplicazione del “decreto Colosseo”, ma in quel caso specifico i sindacati (lo ricordo con molta precisione) non vollero stipulare l’accordo per la garanzia dei servizî minimi, che noi proponemmo, per quanto all’ultimo secondo, perché non fummo avvertiti tempestivamente dagli organi competenti.

La Rocca Scaligera di Sirmione
La Rocca Scaligera di Sirmione

Spostiamoci da Milano a Mantova: Lei conosce benissimo Palazzo Ducale, dal momento che nel 2000 è arrivato in Soprintendenza a Mantova, è stato per quasi un anno direttore ad interim del Museo di Palazzo Ducale nel 2011 per poi coprire di nuovo quest’incarico nel 2017 durante il periodo della sospensione di Peter Assmann a seguito dell’ormai famoso ricorso contro il Ministero, e per un anno e mezzo, tra il 2014 e il 2015, è stato direttore del Castello di San Giorgio. Mantova è una realtà davvero singolare perché, in una città che non conta neppure 50.000 abitanti abbiamo un museo autonomo, Palazzo Ducale, abbiamo un museo di pertinenza statale, che è il Museo Archeologico che fino a maggio 2018 ha fatto parte del Polo che lei ha diretto e che è diventato poi parte del complesso di Palazzo Ducale, ci sono i musei civici come Palazzo Te e San Sebastiano, c’è il museo diocesano, ci sono i musei privati come Palazzo d’Arco, e sono peraltro tutti musei di grande importanza. Come è possibile tenere insieme realtà così diverse?
Non è facilissimo: peraltro si tratta di uno dei compiti del direttore del Polo Museale della Lombardia, ma ammetto che non sia sempre facile raggiungere delle intese. In realtà, per quanto riguarda Mantova accordi ci sono già, perché abbiamo una carta per i musei mantovani, che consente l’ingresso all’intero circuito dei musei cittadini, ci sono accordi di bigliettazione congiunta che risalgono a diversi anni fa, perché già in occasione della mostra sugli arazzi dei Gonzaga del 2010 fu sperimentata una bigliettazione unica tra Palazzo Te e Palazzo Ducale, e poi esistono forme di collaborazione diversa. Personalmente spero che si riesca ad arrivare a una visione unitaria per la mostra di Giulio Romano programmata per il 2019. C’è però da dire che lo Stato non può entrare più di tanto nel merito delle scelte degli enti locali o dei privati, e viceversa, quindi oltre a cercare forme di coordinamento che già ci sono (perché esistono dei tavoli nei quali si possono condividere le scelte e le politiche gestionali), rimane per certi versi necessario salvaguardare le libertà dei singoli istituti.

E sempre a Mantova, avete fatto davvero un gran lavoro con il Museo Archeologico Nazionale…
Un museo che tra l’altro non fa più parte del Polo Museale della Lombardia, perché a maggio di quest’anno, con il decreto 88 del 2018, l’abbiamo consegnato a Peter Assmann perché diventasse parte del complesso di Palazzo Ducale. E questo dopo aver fatto tantissimi lavori: l’ho preso che era una stanza e adesso è un museo. Abbiamo restaurato gli affreschi del voltone d’ingresso, trasformato la cieca fine del pian terreno in una veduta panoramica sul lungolago, restaurato decine, forse centinaia di reperti, progettato e realizzato tutto l’allestimento del pianterreno e del primo piano. Per me è stata una grandissima soddisfazione: io vivo a Mantova da diciott’anni (ho raggiunto la maggiore età a settembre!) e quindi per me questi interventi sono stati un piacere, oltre che un dovere civico. Abbiamo dunque consegnato il museo ormai pronto ad Assmann con numeri in crescita straordinarî (è passato in due anni da 4mila a 17mila visitatori), affinché diventasse parte di un unico complesso: scelta sacrosanta, perché in una gestione unitaria il Museo potrà aprirsi al foltissimo pubblico del Palazzo Ducale.

Ma non ci sono solo i numeri, o i progetti per i nuovi allestimenti, i restauri e la manutenzione. Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova ha conosciuto anche diversi progetti di valorizzazione: in particolare, sono state realizzate diverse mostre di vario genere, tra quelle volte a promuovere la cultura del territorio e quelle che, per esempio, hanno fatto entrare l’arte contemporanea al museo archeologico. Qual è secondo Lei la formula per organizzare, in un contesto di medie dimensioni quale è appunto quello del Museo Archeologico Nazionale di Mantova, mostre di qualità, che non prendano il sopravvento sul museo?
Questo è un grosso problema. Io non sono mai stato un entusiasta delle mostre di arte contemporanea all’interno dei siti statali, ravvisando sempre un pericolo di conflitto d’interesse, di potenziale commercializzazione di quello che viene esposto all’interno del Museo. Lo stesso valga poi per opere di collezioni private. Sono sempre stato molto attento a questo aspetto. Nel caso del Museo Archeologico Nazionale di Mantova, abbiamo unito le due diverse esperienze, ovvero abbiamo fatto delle mostre con dei budget abbastanza ridotti ma con una forte carica etica e pubblica, come la mostra Salvare la memoria del 2016 che era sul salvataggio del patrimonio dopo eventi drammatici come guerre o terremoti, così come abbiamo accolto anche mostre d’arte contemporanea, che sono servite più che altro per richiamare l’attenzione del pubblico su di un contenitore che all’epoca era vuoto. Quindi, in fase di progettazione e di realizzazione dei lavori di allestimento, e già prevedendo il recupero dei materiali archeologici dei depositi e la loro esposizione all’interno di un volume architettonicamente interessantissimo, abbiamo pensato che si potesse in qualche modo richiamare il pubblico portandolo a vedere anche mostre con dei temi talvolta completamente disgiunti rispetto al contenitore. È una cosa che però in altri contesti come Sirmione o il Cenacolo vinciano non ho voluto accogliere: in questo caso il tornaconto della pubblica amministrazione difficilmente sarebbe stato adeguato e proporzionale rispetto al beneficio che un collezionista o un artista potrebbe avere esponendo le sue opere all’interno di questi siti.

Il Polo Museale si è impegnato in certa misura anche sul fronte della valorizzazione con realtà che non appartengono al mondo della cultura, per esempio per il 2017 a Sirmione è stato siglato un accordo con il Consorzio degli Albergatori e dei Ristoratori per garantire l’aumento dell’offerta museale domenicale della Rocca Scaligera e delle Grotte di Catullo, e inoltre è stata avanzata una proposta di bigliettazione unica a Milano che congiunga Cenacolo, Castello Sforzesco e Brera, oltretutto tre musei che afferiscono a tre soggetti diversi: si fa abbastanza secondo lei per avvicinare i vari istituti tra loro, e per avvicinare i musei ad altri ambiti?
Non sempre si fa abbastanza, ma non in tutte le realtà è facile coinvolgere il privato. A Sirmione questo aspetto è stato affrontato e ha portato degli ottimi risultati perché proprio questo rapporto di collaborazione ha consentito l’ampliamento degli orari dei musei, quindi se nel 2015 di domenica la Rocca chiudeva a ora di pranzo, grazie a questo accordo abbiamo fatto sì che rimanesse aperta fino alle sei del pomeriggio nel periodo estivo. È stato importante dal punto di vista degli introiti ma soprattutto in termini di servizio pubblico: credo che un sito culturale gestito dallo Stato debba essere prima di tutto aperto e visitabile.

Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova
Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova

 

Stefano L'Occaso durante i lavori di allestimento al Museo Archeologico Nazionale di Mantova
Stefano L’Occaso durante i lavori di allestimento al Museo Archeologico Nazionale di Mantova

Lei, oltre che storico dell’arte, è anche restauratore, con all’attivo diverse esperienze su opere importanti. Il Suo è dunque un caso particolare perché molto difficilmente un direttore d’un museo è allo stesso tempo storico dell’arte e restauratore: che tipo di sensibilità garantisce essere l’una e l’altra figura contemporaneamente, e come ha orientato il Suo lavoro in questi anni?
Questa caratteristica ha sicuramente indirizzato il mio lavoro, fa parte della mia personalità e mi spinge a essere istintivamente più incline alla tutela che alla valorizzazione: per questo ho puntato sulla tutela come forma di valorizzazione. Detto questo, un’esperienza specifica nel restauro certamente è uno strumento molto utile perché permette di entrare nel merito delle scelte di restauro e quindi della programmazione di tutti gli interventi necessarî all’interno dei nostri siti. Vi è da dire che in realtà, per un dirigente, questo aspetto non dovrebbe essere determinante, perché un dirigente oggi è chiamato principalmente a guidare, particolarmente nel caso del Polo Museale della Lombardia, una complessa macchina amministrativa e gestionale, e quindi una grossa architettura contabile e burocratica, piuttosto che entrare nel merito delle singole scelte tecniche. È ovvio che però questo aiuta: continuo a ritenere che per dirigere un istituto del MiBAC bisogna avere molto chiaro l’obiettivo principale, ovvero la tutela del bene. Possiamo avere degli ottimi manager che ci possono insegnare tantissimo sulla comunicazione e su ogni altro aspetto gestionale: rimane il fatto che non credo si possa disgiungere il governo del bene culturale dalla conoscenza del manufatto e quindi da un approccio in termini di tutela nei confronti del manufatto stesso. Il rischio sarebbe altrimenti quello di avvicinarci a un museo o un sito archeologico come a un luogo neutro, e noi dobbiamo assolutamente scongiurare questo rischio. Credo quindi che sia corretto che nei ranghi dei dirigenti del ministero vi siano persone che abbiano acquisito un’esperienza specifica in termini di gestione dei beni culturali, per quanto, ribadisco, ho tantissimo da imparare su valorizzazione, comunicazione, gestione manageriale. Credo che un più proficuo dialogo non possa che essere una chiave di lettura ideale per il futuro.

E, appunto, un campo su cui forse bisognerebbe avere un approccio più manageriale, e un campo per il quale spesso ci si lamenta delle lacune palesate dai musei italiani, è proprio quello della comunicazione, specialmente se pensiamo ai mezzi digitali, alla presenza sul web e sui social e quant’altro. Che tipo di attenzione ha rivolto, durante il Suo mandato, all’argomento comunicazione? E cosa c’è da fare per migliorare in Italia?
Abbiamo alcuni ottimi esempî anche in campo museale, qui a Milano basti vedere il lavoro fatto a Brera sulla comunicazione, certamente esemplare da questo punto di vista o, per la didattica, lo splendido Museo della Scienza e Tecnica. La direzione generale dei musei, nella persona del direttore Antonio Lampis, sta premendo molto per migliorare negli aspetti della comunicazione. Io devo confessare che, soprattutto nei primi due anni di direzione, un po’ per carenza d’organico, un po’ per la necessità di risolvere problemi di natura strutturale, ho dedicato molta più attenzione a questi aspetti che non alla comunicazione. Oggi invece abbiamo uno staff adeguato, abbiamo la consapevolezza di quello che dobbiamo fare, e siamo quindi partiti: stiamo varando un nuovo sito internet, ci stiamo accreditando sui social media, abbiamo iniziato a dialogare direttamente coi giornali creando un piccolo ufficio stampa, e abbiamo gestito la mostra dei disegni di Leonardo senza appalti a società di comunicazioni esterne, proprio per imporci di crescere in questo ambito. Rimane molto da fare, ma a Roma la direzione generale musei sta creando gli strumenti per la crescita attraverso continui momenti di confronto.

Che cosa attende il Polo Museale della Lombardia nel futuro, quali i problemi irrisolti, cosa fare per migliorare ulteriormente?
Intanto il Polo attende un interpello affinché possa essere nominato un dirigente di ruolo al quale io possa passare le consegne e in qualche modo traghettare l’esperienza di questo triennio particolarmente intenso e complesso. C’è da lavorare sulla comunicazione, c’è da impegnarsi ancora contro il bagarinaggio nei Musei, si può lavorare anche sulla valorizzazione con progetti che vengano possibilmente costruiti dall’interno e non acquistati come pacchetti prefabbricati: abbiamo le competenze e il personale che si può occupare di tutti gli aspetti necessarî alla valorizzazione, perché abbiamo architetti, archeologi, storici dell’arte, funzionarî della comunicazione. In questo momento il Polo Museale della Lombardia è un istituto in piena salute e con un discreto organico: abbiamo carenze nel profilo degli amministrativi, oltre che gravi carenze sul personale di vigilanza dei musei, ma la struttura centrale di Palazzo Litta è pronta per lavorare su qualsiasi progetto.

Per concludere, quali sono i Suoi progetti futuri?
Sono al servizio dello Stato, quindi sono pronto a lavorare in qualsiasi circostanza possa essere ritenuto utile e, come l’acqua, trovo sempre la mia strada.

Musei e mercato

I musei sono pubblici, ma gli interessi privati

Tomaso Montanari

Gratis – Il Consiglio di Stato invita a concertare le aperture domenicali con i soggetti turistici coinvolti
 Nella storia della nostra trasformazione da economia a società di mercato, cioè nella storia che racconterà come la parola “valore” si sia ridotta a un unico significato (quello economico), le osservazioni del Consiglio di Stato sulle aperture gratuite dei Musei statali (01631/2018) meriteranno una piccola nota a piè di pagina.

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Il capolavoro di Lisippo, trovato 51 anni fa al largo di Fano, potrebbe tornare in Italia!

 “Il Lisippo è dell’Italia”, la Cassazione rigetta il ricorso del museo Getty: “Confisca contraria a diritto internazionale”

Martina Milone

La storia lunga più di 50 anni potrebbe essere vicina alla fine. Dopo il massimo grado di giudizio raggiunto in Italia, ora la parola passa agli Stati Uniti ai quali l’autorità giudiziaria della penisola invierà una rogatoria internazionale. Il museo californiano: “Continueremo a difendere il nostro diritto legale ad avere l’opera”
Il Lisippo è dell’Italia. Con una sentenza della Cassazione l’affaire sulla ‘nazionalità’ della statua di bronzo contesa tra il nostro paese e gli Stati Uniti, potrebbe essere (quasi) definitivamente chiuso. I giudici della III sessione penale hanno infatti confermato la decisione del giudice di Pesaro Giacomo Gasparini, che a giugno aveva disposto il sequestro dell’opera “ovunque si trovi”, respingendo così il ricorso del museo che attualmente la ospita, il Getty Villa di Malibù. Attribuita allo scultore greco, famoso per essere stato il ritrattista ufficiale di Alessandro Magno, l’opera,  ritrovata a largo della costa marchigiana nel 1967 e chiamata per questo l’Atleta di Fano, è infatti conservata dal 1977 nel museo californiano. Ora, dopo “l’ultima parola della giustizia italiana”, come ha sottolineato il pm che da anni segue la battaglia, Silvia Cecchi, la palla passa agli Usa ai quali l’Italia si rivolgerà con una rogatoria internazionale ovvero una richiesta di assistenza giudiziaria.

Intanto però, il museo della West Coast, tramite un comunicato stampa, ha fatto sapere che non intende restituire la statua. “Riteniamo che qualsiasi ordine di confisca sia contrario al diritto americano e internazionale”, si legge nella nota che sottolinea comunque la cooperazione in ambito culturale tra i due paesi. “Difenderemo il nostro diritto legale ad avere l’opera”, continua il documento scritto dalla responsabile comunicazione della compagnia filantropica J. Paul Getty Trust, che ripercorre la storia dal punto di vista Usa. Secondo gli americani, infatti, il bronzo sarebbe stato pescato in acque internazionali, senza alcuna evidenza che “questo appartiene all’Italia”. In ogni caso, secondo le leggi del tempo, l’esportazione dell’opera sarebbe stata illegale, sia che questa fosse stata ritrovata in acque nazionali che internazionali, perché comunque ripescata da un’imbarcazione battente bandiera italiana.

Dal ritrovamento all’ultima sentenza: una storia lunga 51 anni – Nel 1964 il peschereccio “Ferruccio Ferri” di Romeo Pirani, pescatore fanese morto nel 2004, trova la statua. Il luogo della scoperta è tutt’ora incerto, ma secondo il racconto dell’equipaggio, la scultura si trovava sul fondale di una zona al largo del Monte Conero, chiamata “Scogli di Pedaso”. Dopo aver issato l’opera sull’imbarcazione, Pirani sotterra il bronzo in un campo di cavoli, mette in circolazione la fotografia e vende la statua. I racconti sono imprecisi e, soprattutto, senza nomi, ma parlano di una vendita di 3 milioni e 500mila lire. Da qui i contorni della storia si fanno meno nitidi.

La statua viene cercata e per la sua sparizione vanno a processo quattro persone, tre commercianti di Gubbio Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti e don Giovanni Nagni. Dopo quattro anni di udienze gli imputati vengono assolti in secondo grado a Roma il 18 novembre 1970. Impossibile, secondo i giudici, accertare l’interesse artistico, storico e archeologico della statua, nel frattemposcomparsa. Nel 1974 l’opera riappare al Museo Getty che l’ha pagata 3,9 milioni di dollari. Come questa sia arrivata negli Stati Uniti entrando a far parte della collezione, però, resta un mistero. Secondo lo storico fanese Alberto Berardi l’Atleta lascia Gubbio con una spedizione di forniture mediche inviate in Brasile ad un missionario parente dei Barbetti e acquistata alla morte di Paul Getty dopo essere restaurata al Dorner Institut di Monaco.

Le indagini comunque si interrompono per anni, fino al 1990, quando il ministero dei Beni culturali italiano segnala a quello degli Esteri che un nuovo frammento del Lisippo è stato dissotterrato dal campo di cavoli di Carrara di Fano. La battaglia Italia – Usa, però, si riapre solo con il ministro Rocco Buttiglione. Una prima conquista avviene nel 2006, quando il vice premier Francesco Rutelli vince un braccio di ferro con il Getty, ottenendo la restituzione di 39 opere esportate illegalmente, fra cui la Venere di Morgantina. L’Atleta di Fano, chiamato “Victorius Youth” dagli americani, viene però trattenuto. La città di Fano e la regione Marche non accettano la mancata restituzione e nel 2007, l’associazione culturale Le Cento Città presenta un esposto alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando.

Il procedimento giudiziario prosegue per anni, fino a quando il gip Lorenza Mussoni nel 2009 dichiara il bronzo “patrimonio indisponibile dello Stato” e nel 2010 dispone il sequestro dell’opera. Inutili le battaglie e i ricorsi del museo statunitense, oggi nuovamente invitato alla restituzione della statua di Lisippo.

 

FQ, 4.12.2018

Benvenuto al nuovo museo ravennate

A Ravenna apre un nuovo Museo d’arte, storia e archeologia.

A Ravenna apre un nuovo Museo d'arte, storia e archeologia. Le foto

Apre a Ravenna, il primo dicembre 2018, il nuovo Museo della Città e del Territorio, che prenderà il nome di Classis Ravenna: il nuovo istituto avrà sede nell’ex Zuccherificio di Classe e sarà il punto culturale di riferimento per chiunque voglia conoscere compiutamente la storia di Ravenna, dai primi insediamenti alla civiltà etrusca, poi al ruolo importante della città in epoca romana quindi a Ravenna Capitale dell’Esarcato Bizantino.

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Microcosmo fiammingo a New York

Van Eyck, una cella claustrale nel cuore di Manhattan

Alla Frick Collection di New York, “The Charterhouse of Bruges: Jan van Eyck, Petrus Christus, and Jan Vos”, a cura di Emma Capron. Rilievi mariani, grani intagliati, piccole ancone ‘da camera’, figurine di «priant» fanno corona alla preziosa tavola eyckiana di proprietà Frick

Jan van Eyck, “Madonna col Bambino, Santa Barbara e Sant’Elisabetta con il donatore Jan Vos”, New York, The Frick Collection

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Addio Museo Nazionale di Arte Orientale?

Se gli scavi di Tucci si spostano a Roma Eur

La controversia museografica sul Museo Nazionale d’Arte Orientale. La vecchia sede di Palazzo Brancaccio non era più adatta a conservare le splendide collezioni del MNAO. La nuova promette, specie in termini di spazio: ma l’inizio non è dei migliori…

Dininità stellare della longevità Shouxing laoren, gres a invetriatura qingbai, epoca Ming (1368-1644), dalle fornaci di Dongxin, Roma, Museo Nazionale d’Arte Orientale

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Il nuovo allestimento degli Uffizi: si può pensare di aggiungere valore a Michelangelo?Tondo Doni

E’ presuntuoso credere di accrescere il valore di un’opera come il Tondo Doni.

Il Direttore degli Uffizi Eike Scmidt davanti al Tondo Doni. Ph. Turismo Italia News

Il Direttore degli Uffizi Eike Schmidt davanti al Tondo Doni. Ph. Turismo Italia News

 

Uffizi, il Tondo Doni nel vecchio allestimento

Uffizi, il Tondo Doni nel vecchio allestimento

Infuriano le polemiche e le discussioni sul nuovo allestimento del Tondo Doni agli Uffizi

Sparite le pareti rosso cardinale che ospitavano il Tondo, la stanza trova una sua cifra minimale anche dal punto di vista dei colori e dei supporti. Il doppio Ritratto di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, ad esempio, è sospeso (o intrappolato?) tra cliniche lastre di vetro (dal sapore un po’ didattico, in verità), mentre altri dipinti sono inserite in nicchie rettangolari, che un chiaro gusto per la “confezione” ha ritagliato in mega pannelli laterali, asettici anch’essi, ancorché molto presenti.
Ripensato anche il colore. Muri reinventati radicalmente da un grigio chiaro, morbidamente steso per aumentare la luce e archiviare la patina classica delle tipiche raccolte museali storiche. Spazio freddo, neutrale, contemporaneo.
Infine, con un colpo d’occhio che ha scatenato polemiche, lo strepitoso Tondo Doni si ritrova incastonato in una nicchia circolare profonda, grigia anch’essa, imponente come un occhio piazzato in mezzo a un tempio. Impossibile non azionare l’immaginazione. L’oblò di una lavatrice, un possente subwoofer, un’opera di Anish Kapoor, un tiro al bersaglio, l’espositore di un negozio di cosmetici super chic o di una gioielleria, la finestra di una casa futuristica in un film di fantascienza Anni Settanta. Insomma, nulla che rimandi a un museo, a una collezione cinquecentesca, a certe architetture aristocratiche o religiose. (Helga Marsala in Art Tribune, 6-6-2018)

Perchè così non si poteva leggere e rileggere come era prima? Non dico che non bisogni mai cambiare la posizione delle opere e l’allestimento delle sale, ma la spettacolarizzazione proposta a volte mi sembra gratuita e fatta giusto per far parlare di sé e dell’allestimento invece che per fornire ai visitatori uno strumento in più per comprendere il silenzioso, anzi silenziosissimo, linguaggio delle opere. Interessanti quindi gli accostamenti con la testa di Alessandro e le opere di Raffaello, storicamente e criticamente assai pertinenti (confronti analoghi e altrettanto seducenti erano d’altronde presenti nel precedente allestimento).

Ma forse che Michelangelo necessitava di una nuova cornice, che tra l’altro svilisce la sua autentica e bellissima, per essere letto? Per essere capito? per essere apprezzato???? Che l’essere inserito in quel contenitore ne aumenti il valore e la leggibilità? A me sembra che si sposti in tal modo l’attenzione, soprattutto agli occhi del visitatore, che spesso è “sprovveduto” , dal quadro alla cornice, capovolgendo e magari annichilendo o smorzando la capacità di trasmettere senso dell’opera stessa. Quindi, in definitiva, si diseduca a leggere l’opera, cioè il contenuto, fissando l’attenzione sulla cornice, il contenitore. Se il contenitore fa aggio sul contenuto si rischia di smarrire il messaggio dell’opera, la sua formidabile potenza evocativa ed educativa. Rimane quasi solo la possibilità di interpretare criticamente il contenitore, esercizio che stiamo facendo, ma che è povera cosa rispetto alla riflessione su Michelangelo. In pratica oggi vediamo più Eike Schmidt che il fiorentino, e tutto sommato Eike Schmidt non ha minimamente lo stesso interesse. Più che aiutarci a interpretare la storia finisce per manipolarla. Il che può essere corretto in un museo d’arte contemporanea, ma non nei confronti di un’opera del passato, dove la riflassione storico-critica ha una funzione ineludibile.

Michelangelo non ha bisogno di orpelli, ma solo di una corretta esposizione. La sua forza centrifuga è tutta nell’opera, e innesta un moto perpetuo che innerverà la pittura per ceninaia di anni. Nessun elemento esterno può aumentare questa forza dirompente.

Così trattata una delle opere più sconvolgenti della storia della pittura è giustamente ridotta al rango di oggetto di irrisione sui social forum. A ogni direttore il suo pubblico. Peccato che chi ci rimette sia la collettività, che vede svilita una delle più preziose opere che il direttore (qui grazie alla riforma franceschini) ha trattato come se fosse un gadget di lusso da mettere in vetrina. Inammissibile.

Un meme che prende in giro il nuovo allestimento pensato per il Tondo Doni agli Uffizi

L’accesso al patrimonio culturale deve essere gratuito. Un chiaro e semplice articolo di MiRiconosci?

Perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale

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Chi ci segue l’ha percepito da alcuni nostri post e articoli, “Mi Riconosci?” difende l’accesso gratuito alla cultura: una posizione che, almeno nel nostro Paese, è ancora di minoranza, e che anche nella nostra pagina Facebook ha sollevato alcune polemiche. Per questo abbiamo deciso di spiegarvi il perché di questo nostro convincimento: la centralità dei professionisti dei beni culturali si avrà solo quando raggiungeremo la centralità della cultura nella coscienza collettiva, e uno dei modi, forse il più importante, è quello di abbattere tutti gli ostacoli economici per l’accesso ai luoghi di cultura. Volete saperne di più? Non ne siete convinti?

Per definizione il museo è un’istituzione al servizio della collettività, la cui finalità primaria è di preservare e mettere a disposizione dei pubblici il proprio patrimonio artistico. Non si fa solo ed esclusivamente riferimento alla tutela o all’accesso fisico, ma anche alla capacità di essere un’istituzione culturale attiva nella creazione e nella diffusione della conoscenza, garantendo l’accesso indipendentemente dalla condizioni economiche. Le politiche culturali in Italia, purtroppo, procedono in direzioni opposte. Queste dovrebbero garantire un modello di inclusione e democrazia culturale, pari dignità e opportunità di espressione a tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli a rischio di esclusione sociale, dunque culturale e formativa.

Il concetto di “democrazia culturale” è emerso ufficialmente in occasione della Conferenza intergovernativa dei ministri europei della cultura promossa dall’Unesco a Helsinki nel 1972. Nelle Raccomandazioni finali della Conferenza, a una concezione elitaria di “democratizzazione (dall’alto verso il basso) di una cultura ereditata dal passato”, veniva infatti contrapposta l’idea di una democrazia culturale da conseguirsi dal basso verso l’alto, sostituendo a un consumo passivo la creatività individuale. Ma ancora prima, nel 1948, nel conosciutissimo articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, stilato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si chiarisce che: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Eppure in Italia si fatica ancora a uscire dalla concezione (del tutto inattuabile, peraltro) secondo la quale i luoghi di cultura debbano finanziarsi ad ogni costo grazie ai biglietti d’ingresso. Una cultura per pochi.

Le politiche tariffarie di Franceschini, fra potenzialità ed evidenti limiti

Lo sappiamo, in molti casi i musei e i siti archeologici garantiscono già delle agevolazioni economiche, ma quasi sempre le fasce orarie di apertura gratuita dei musei (es: il martedì pomeriggio dalle 14 alle 18, oppure l’ultima ora prima della chiusura del museo dalle 17 alle 18) non permettono l’accesso a chi è impegnato in attività lavorative. Nel 2014 il Ministro Franceschini annunciava la sua “rivoluzione” del piano tariffario per i musei statali e dei siti archeologici. Tale decisione è stata dettata dall’intenzione di rendere il sistema tariffario in linea con quanto avviene negli altri paesi dell’Unione Europea.

Questi sono i principali punti contenuti nel decreto ministeriale: la gratuità spetta ai ragazzi sotto i 18 anni d’età (mentre sono previsti degli sconti fino ai 25 anni), e ad alcune categorie come quella degli insegnanti, invece è scomparsa la gratuità per gli over 65. Soluzione che serve allo Stato per racimolare solo un po’ di spiccioli, poiché gli over 65 non rappresentano una grossa fetta dei visitatori museali. Da una ricerca condotta sul pubblico dei musei per fascia d’età si evince che in Italia, anche quando c’era la gratuità sul biglietto di ingresso per gli over 65, la percentuale dei visitatori si aggirava attorno al 10 %. Inoltre, è evidente come tale misura denuncia un’evidente coperta corta: si concede da un lato togliendo dall’altro.

La novità più rilevante, e positiva, portata dal ministro Franceschini, è stata l’iniziativa “Domenica al museo” che prevede l’entrata gratuita ai luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. L’iniziativa ha registrato grandi numeri, palesando l’interesse della cittadinanza e il potenziale delle politiche tariffarie per implementare l’accesso ai musei statali e i grandi luoghi di interesse culturale. Ad esempio, nelle prime sei edizioni del 2014 il numero degli ingressi gratuiti è stato più di un milione e mezzo, e allo stesso tempo si è visto che solitamente aumentano a ruota anche gli ingressi nei giorni ad accesso non gratuito, in alcuni casi si crea una nuova attenzione e abitudine al Museo. Ma ci chiediamo, data proprio la grande affluenza, in un unico giorno d’apertura, quale sarà stata la qualità delle visite guidate o autonome dei visitatori dopo ore di coda, sale affollate e tempi ristretti? Inoltre, questo sistema finisce per favorire, con alcune eccezioni, la sola frequentazione occasionale dei musei e dei luoghi della cultura. Sono proprio queste giornate eccezionali e sporadiche a tenere lontani i visitatori dagli spazi museali e archeologici, poiché diventano il pretesto per visitarli gratuitamente una volta all’anno invece di frequentarli abitualmente. E perché le porte si sono aperte solo per i musei? Seguendo questo criterio, perché non garantire l’ingresso gratuito anche a teatri, cinema, auditorium ecc?

Per capirne di più: una comparazione su scala internazionale

Quanto costa accedere nei musei statali? L’ingresso alla Galleria degli Uffizi ha un costo di 12,00 euro (ridotto 6,50), un biglietto per visitare le Gallerie dell’Accademia a Venezia costa 15,00 euro (ridotto 12,00), per la Galleria Borghese a Roma si spendono 11,00 euro (esclusa la commissione di servizio per la prenotazione obbligatoria per tutte le tipologie di visitatori che ammonta a 2,00 euro), per comperare un biglietto per i Musei Capitolini si spendono 14,00 euro (ridotto 12,00) e per la Pinacoteca di Brera 10,00 euro (ridotto 7,00). Questo per quanto riguarda alcuni dei musei più importanti. Per quanto riguarda siti o musei piccoli o secondari, c’è confusione e difformità enorme: l’entrata in alcuni splendidi Musei cittadini, regionali o addirittura Nazionali spesso costa meno di alcuni piccoli musei civici (per scelta dell’amministrazione); per edifici storici e siti archeologici succede la stessa cosa, può capitare di entrare gratis o quasi in un sito eccezionale, e di pagare un prezzo eccessivo per visitare una realtà decisamente poco attrattiva: quando la gestione è privata, questa difformità si aggrava ancora di più. In alcuni musei inoltre sono spesso presenti mostre temporanee le quali solitamente hanno un costo aggiuntivo rispetto al biglietto d’ingresso, anche per i visitatori ai quali è normalmente garantita la gratuità; in questi casi peraltro i costi sono aumentati dal 2007 a oggi di circa 3-5 euro.

Ma cosa accade negli altri Paesi? Nei musei statali di New York i visitatori pagano un contributo ad offerta libera, viene suggerita una tariffa, in genere di 20 dollari, ma ogni visitatore è libero di versare quanto ritiene opportuno. Lo stesso accade per i grandi musei della Gran Bretagna, non ci sono casse e non c’è biglietteria, un contenitore invita i visitatori a lasciare una donazione. In Spagna, molti musei hanno una tariffa ridotta per le ultime ore d’apertura ed è previsto l’ingresso gratuito per le famiglie numerose, i disoccupati e i cittadini europei al di sotto dei 26 anni di età. Nei musei indiani e russi la tariffa per i rispettivi cittadini è notevolmente inferiore a quella praticata ai turisti, e questo avviene anche in diverse parti d’Europa. Questa può sembrare una misura discriminatoria, ma si basa sul presupposto che i cittadini già finanzino attraverso le tasse la gestione del patrimonio artistico nazionale, e che il cittadino, a differenza dell’ospite proveniente da un paese differente per motivi di svago, deve essere favorito nella libera fruizione del patrimonio culturale pubblico.

Analizziamo ora quanto avviene in Francia. Diversamente dal nostro Paese il sistema giuridico francese è storicamente incentrato su un potere statale fortemente protagonista nelle scelte di politica culturale, tanto da rappresentare senz’altro il caso più esemplare.  Anche quando si ha un’apertura al privato, lo Stato sorveglia gli atti di costituzione all’interno di un’ottica regolatrice, intervenendo nella creazione delle stesse in maniera decisiva: ne risulta un sistema basato su un rifiuto radicale di uno squilibrio monetario, a differenza di quanto avviene con i siti a gestione privata nel nostro Paese.

Partiamo da un confronto dapprima quantitativo per poi a ritroso andare a ricostruire come questi numeri si siano prodotti: in Italia i musei risultano essere circa 4000, in Francia appena 1900, eppure in Francia il settore culturale arriva a coprire da solo all’incirca il 4% del PIL, contro il 5,4% italiano (a fronte di un numero di musei più che doppio, e dieci patrimoni Unesco in più) e, addirittura, recenti dati indicano che tutti i musei pubblici italiani cumulativamente considerati guadagnano meno del Louvre considerato singolarmente. In Italia poi solo l’1,1% di questo 5,4% viene reinvestito nel settore che lo produce, mentre in Francia i guadagni risultanti sono quasi interamente capitalizzati in cultura, producendo un circolo virtuoso che ha rigenerato in toto il settore, creando nuove offerte lavorative e  rivalutando e promuovendo varie attività connesse.

Tali differenze di risultato non stupiscono se lette alla luce dei sopramenzionati fattori giuridici, istituzionali e amministrativi. Basti pensare che in Italia lo stesso concetto di museo non è ancora stato pacificamente definito. Storicamente, infatti, al museo italiano non è mai stata attribuita la rilevanza istituzionale tangibile nella maggior parte dei paesi europei e i musei hanno tradizionalmente costituito entità formalmente deboli. Anche se oggi il diritto (art. 115, c. 2, Codice beni culturali) spinge verso un cambiamento di ruolo e percezione dei musei, resta comunque aperto il problema della distinzione tra le funzioni di tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali, dai confini incerti e trasversali e di ambigua attribuzione.

Le politiche tariffarie molto avanzate (gratuità per i giovani, anche stranieri, al di sotto dei 26 anni, agevolazioni per categorie a rischio esclusione sociale, ecc.) riflettono una concezione del patrimonio storico e artistico che ne riconosce il fondamentale valore formativo. Abbattere la povertà culturale e formativa passa non soltanto dalla lotta contro la dispersione scolastica e dall’accesso ai luoghi dell’istruzione formale, ma anche dall’abbattimento degli ostacoli socio-economici nell’accesso alla cultura e dalla messa al centro di musei, patrimoni e siti culturali per un progetto culturale rivolto innanzitutto al territorio e alla cittadinanza e non soltanto al turismo intensivo. Si tratta di una visione che oltre a prendere atto dell’urgenza di rilanciare la cultura per contrastare dati allarmanti per il nostro Paese, quali marginalità sociale e analfabetismo di ritorno, punta anche e soprattutto alla promozione di una cittadinanza più consapevole della propria storia e del ruolo della cultura nello sviluppo della società: una persona non abbiente o non proveniente da una situazione socialmente e culturalmente attiva, vedrà nei costi di accesso alla cultura un’insormontabile ostacolo.

Per favorire l’accesso gratuito ai luoghi culturali

Senza la pretesa di proporre una politica organica per abbattere gli ostacoli economici nell’accesso alla cultura, mettiamo in conclusione alcuni punti che possono rappresentare i primi passi verso l’accesso gratuito ai luoghi culturali. Innanzitutto, va detto, a differenza di quanto troppo spesso viene ribadito nel dibattito pubblico, che il biglietto non è e non può essere (salvo i casi di alcuni importanti siti o musei) il mezzo principale con cui mantenere in vita il patrimonio culturale italiano, sia esso storico, culturale, archeologico o artistico. Anzi, gli introiti di biglietteria contano ben poco, sapete il perché? Perché ci sono molti interessi sul patrimonio culturale italiano e molti dei soldi finiscono nelle tasche di società private che lucrano senza reinvestire nulla in cultura. In alcuni casi vere e proprie clientele, che all’interno delle strutture culturali, da nord a sud, da molti anni ormai si accaparrano una grande fetta degli incassi. Per i siti archeologici o i monumenti storici, invece, i costi di manutenzione e tutela superano di netto le più ottimistiche entrate ricavabili dalla vendita dei biglietti d’accesso.

Le entrate che molti luoghi di cultura hanno, all’estero ma anche in Italia (ad esempio il Museo Egizio di Torino), vengono dalla vendita di gadget o libri negli appositi bookshop, di cui pochissimi musei italiani sono dotati, o da bar e ristoranti all’interno dei luoghi di cultura stessi: i cosiddetti “servizi aggiuntivi”, che in realtà sono fondamentali per rendere più piacevole ed esaustiva la visita ad un museo o sito archeologico, permettono di “vendere” cultura senza per questo rendere meno accessibile il patrimonio culturale alla cittadinanza. E allo stesso modo, il turismo culturale (gradito accidente nel caso di musei o siti archeologici gestiti al meglio e aperti alla cittadinanza) produce introiti economici soprattutto fuori dai musei stessi, attraverso bar, ristoranti, alberghi nelle città che ospitano luoghi di cultura di rilievo. La visione del biglietto d’ingresso come fonte di reddito per il Paese è assolutamente parziale e priva di riscontri concreti.

Si dovrebbe cominciare dall’introduzione sistematica (e non limitata ad alcune fasce orarie o in singole giornate campali) dell’accesso gratuito per alcune categorie ad alto rischio di marginalità culturale e sociale (disoccupati, redditi bassi, agevolazioni per le famiglie numerose, ecc.) e per le nuove generazioni (fino a 26 anni come in Francia) e tutti coloro che frequentano percorsi formativi: questo sia per contrastare l’esclusione sia per valorizzare il profilo formativo del patrimonio e della cultura.

Andrebbe aperto un ragionamento sull’introduzione di abbonamenti per l’ingresso ai luoghi del patrimonio culturale che garantisca una consistente riduzione dei costi per l’accesso. Inoltre, un sistema per contribuire alla sostenibilità di un museo o di un sito culturale potrebbe essere quello anglosassone, dove si parte da un’offerta libera con cifre suggerite e, rendendo la cultura “attrattiva” si sviluppa un circuito virtuoso per cui chi può permetterselo finanzia i luoghi di cultura stessi attraverso offerte e acquisti: il British Museum, accessibile gratuitamente, fattura milioni ogni anno grazie al merchandising. Allo stesso modo si deve prendere atto che le istituzioni museali, i siti archeologici, i monumenti e il patrimonio culturale in generale, per svolgere al meglio la loro funzione sociale devono essere adeguatamente finanziati dal bilancio statale e attrarre fondi privati senza che questo comporti la svendita del patrimonio o mere occasioni di lucro.

Dal 1993 la legge Ronchey apre le porte dei musei statali ai privati e una grossa parte dei guadagni passa a loro. In questi anni le società come 24 ORE Cultura, Civita Cultura, Electa, CoopCulture si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie ma anche per i servizi di prenotazione, audioguide, cataloghi, ristoranti, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi incredibilmente vantaggiose: oltre l’85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita. Non sarà mica che in Italia non si può garantire la gratuità perché le società che governano anche le biglietterie sono delle vere e proprie lobby?

Di contro, garantire l’accessibilità ai luoghi della cultura significa renderli spazi sicuri, confortevoli e qualitativamente migliori per tutti i potenziali pubblici utenti, garantendo una libera fruizione affinché il museo stesso svolga il suo pieno e consapevole ruolo sociale.

L’idea del “biglietto necessario” è niente più che un orpello ideologico che non aiuta in nessun modo il patrimonio culturale a funzionare né dal punto di vista sociale né economico, e nel mondo molti se ne sono resi conto: vogliamo che i beni culturali diventino servizi pubblici essenziali? E dunque lo diventino, anzitutto essendo accessibili a tutti. Ecco perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale nazionale.

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Per saperne di più:

Testi:
Bollo A., (a cura di) (2008), I pubblici dei musei. Conoscenza e Politiche, Franco Angeli, Milano

Lampis A., Nuovo pubblico per i musei, (2004), in Economia della cultura, anno XIV, n. 4, pp. 587-590

Nomisma (2000), Primo Rapporto Nomisma sull’applicazione della legge Ronchey, Museum Image – Museum Studio, Salone dei Prodotti e dei Servizi dedicati all’arte, Arezzo 25-27 maggio 2001, dattiloscritto

Nomisma (2001), Mercurio e le Muse. Indagine sui comportamenti dei visitatori nei punti vendita dei musei in Italia, Nomisma, Bologna

Solima L. (2008), Individuo, condivisione, connettività: la dimensione polisemica del pubblico della cultura, in De Biase F. (a cura di), “L’arte dello spettatore”, Franco Angeli, Milano.
Siti:
Civita, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.civita.it/centro_studi_gianfranco_imperatori/ricerche_e_indagini

Fondazione Fitzcarraldo, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.fitzcarraldo.it/ricerca/pubblici_musei.htm

http://www.tafterjournal.it/2012/03/01/pubblico-e-privato-nella-gestione-museale-italia-e-francia-a-confronto/