La mostra di Paul Klee al MUDEC: potrebbe valere la pena

Paul Klee, l’interprete del non visibile. La mostra al MuDEC di Milano

Recensione della mostra ‘Paul Klee. Alle origini dell’arte’ al MuDEC di Milano dal 31 ottobre 2018 al 3 marzo 2019.

di Federico Giannini, 3-2-2019

Sala della mostra Paul Klee. Alle origini dell'arte

Non trascorse molto tempo dalla pubblicazione del suo visionario saggio Lo spirituale nell’arte, che Vasilij Kandinskij (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944) cominciò a maturare il proposito d’avviare la stesura d’un almanacco che raccogliesse riproduzioni delle più disparate creazioni artistiche: dipinti, sculture, disegni, incisioni, arazzi ma anche oggetti etnici, opere d’arte provenienti da culture extraeuropee, lavori creati da bambini. Un’eterogenea collezione che, assieme agli scritti teorici che l’avrebbero accompagnata, si poneva l’intento dichiarato d’estendere i limiti esistenti dell’espressione artistica e si configurava al contempo come pionieristica indagine sugl’impulsi che spingono l’essere umano a fare arte.

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Inutile e dannosa esposizione di (pochi) trofei: la mostra di Antonello a Palermo

Antonello da Messina (pochi) a tutti i costi (troppi)

Recensione della mostra ‘Antonello da Messina’ a Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, dal 14 dicembre 2018 al 10 febbraio 2019.

Antonello da Messina, Annunciata

Non nascondo che, prima di varcare la soglia della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo (il 4 gennaio 2019), avevo grandi aspettative verso la mostra Antonello da Messina, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa, inaugurata il 14 dicembre 2018 e aperta fino al 10 febbraio 2019. Le attese erano lievitate nel corso degli ultimi mesi: si prospettava come seconda alla grande mostra del 2006 alle Scuderie del Quirinale e a quella al Mart di Rovereto del 2013, “mostra dell’anno”, “evento di punta del calendario di Palermo Capitale della Cultura 2018”, “esposte quasi la metà delle opere di Antonello da Messina”.

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Kolomann MOser, protagonista dell’arte viennese in una mostra

Moser, ornamento per lo spazio

La mostra di Koloman Moser a Vienna, Museum für angewandte Kunst. Il suo multiforme e raffinato mondo in cinquecento oggetti, fra dipinti, grafiche, mobili, vetri e tessuti. Con lui la Secessione viennese si qualifica come rigorosa astrazione. Prima simbolista, via via sempre più geometrica, l’illustrazione, esercitata sulla rivista «Ver Sacrum», è la sua vera piattaforma

Un ritratto fotografico anonimo di Kolo Moser, ca. 1903.

Scrisse Hermann Broch che Vienna fin-de-siècle non era «tanto la città dell’arte quanto la città par excellence della decorazione». Loos e Kraus provarono a resistergli, ma il Modern Style, come chiarì Benjamin, si distingue per la «ventata ornamentalista» che se ne impossessa. Nella capitale della monarchia austro-ungherese si raggrumò «stile inglese» e giapponismo, antichità greco-romane e «intrecciati motivi di culture piuttosto diverse e lontane» in modo così «semplice e infantile» da comporre, a detta di Hoffmannsthal, un «regno semplicemente infinito» come quello della natura.

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Una bella mostra a Rancate firmata da Agosti e Stoppa

Ticino, il Rinascimento torna a casa

Alla Pinacoteca Giovanni Züst di Rancate, “Il Rinascimento nelle terre ticinesi 2. Dal territorio al museo” . Si tratta di un capitolo svizzero di arte lombarda. I curatori Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa mostrano come riconnettere, all’interno del museo, le opere di un territorio sparse per il mondo. L’allestimento, in legno di cedro, è del ticinese Mario Botta

Francesco De Tatti, Santo Stefano in giudizio, 1526 circa, Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst

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Le mostre di Milano 2018-19

Milano, ecco tutte le mostre 2019-2020: da Ingres a Leonardo da Vinci, da Monet e van Gogh ad Antonello da Messina

20-12-2018

Milano, ecco tutte le mostre 2019-2020: da Ingres a Leonardo da Vinci, da Monet e van Gogh ad Antonello da Messina

È stato presentato oggi a Milano il programma delle mostre del 2019, con qualche anticipo del 2020. Nella sala conferenze di Palazzo Reale (che, come di consueto, sarà il fulcro del cartellone espositivo milanese) il sindaco Giuseppe Sala e l’assessore alla cultura Filippo Del Corno hanno illustrato la ricca proposta dell’anno prossimo: il cartellone 2019, pur nella ricchezza e varietà della proposta complessiva, è ovviamente centrato sulle celebrazioni del cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, che attraversano tutto l’anno con una serie di progetti espositivi in diversi spazi della città: dal Castello Sforzesco, sede naturale delle celebrazioni leonardesche in quanto “casa” del genio vinciano durante la sua permanenza a Milano a servizio degli Sforza e “set” di uno dei più importanti interventi leonardeschi sopravvissuti al tempo (la Sala delle Asse), passando per lo stesso Palazzo Reale, che dedica tre mostre alla sua opera nelle arti e nelle scienze, e a come Leonardo abbia influenzato il modo di rappresentare la realtà, da allora in poi, fino ad arrivare al Museo del Novecento, che pone un insolito dialogo tra Lucio Fontana e il grande maestro del Rinascimento. Leggi tutto “Le mostre di Milano 2018-19”

Leonardo in mostra all’Ambrosiana

Quattro mostre su Leonardo da Vinci alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, con focus sul Codice Atlantico

Quattro mostre su Leonardo da Vinci alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, con focus sul Codice AtlanticoImmagine: Leonardo da Vinci, Codice Atlantico (Codex Atlanticus), foglio 1069 recto. A sinistra, tubo munito di galleggiante per consentire la respirazione subacquea; macchine per sollevare, pompare e raccogliere acqua; in alto a destra, due lunghe coclee per trasportare l’acqua del fiume verso due torri; in basso a sinistra, secchio con sifone. Copyright Veneranda Biblioteca Ambrosiana/Mondadori Portfolio

In occasione delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla sua scomparsa, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano propone una valorizzazione del suo patrimonio di opere di Leonardo da Vinci (Vinci, 1452 – Amboise, 1519), tra i più importanti al mondo, e degli artisti della sua cerchia, con quattro mostre di alto profilo scientifico. Il ciclo, programmato dal Collegio dei Dottori della Biblioteca Ambrosiana e curato dai maggiori esperti del genio toscano, è patrocinato dal Comitato Nazionale e dal Comitato Territoriale per le celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci. Partner ufficiale della Biblioteca Ambrosiana è Fondazione Fiera Milano, che collaborerà attivamente sia al ciclo di iniziative dedicato alle celebrazioni leonardesche, sia alla valorizzazione del cartone preparatorio di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520) per l’affresco della Scuola di Atene in Vaticano.

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Intorno alla mostra di Antonello da Messina

 Mostre antonelliane tra analogie e differenze

Rosalba Carriera


La raccolta delle opere di Antonello – indipendentemente dalla copiosità  esposta-   è l’unico elemento analogico che connette quella che fu nel ’53 un’operazione scientifica culturale con l’intrapresa promozionale dei beni culturali in corso all’Abatellis dove prevalgono invece “ logiche mercatali”. La differenza è sostanziale: con la prima si realizzò un grande processo di “messa-in-tutela” di un patrimonio storico-artistico comune; con la seconda si realizza un’ iniziativa economico-imprenditoriale di “messa-in-valore” (monetizzazione) di quel che viene definito – tristemente – «giacimento culturale»

La mostra sull’opera di Antonello da Messinaospitata in questi giornia Palermo presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis – da febbraio volerà via a Milano – oltre a registrare tanti entusiasmi, ha avviato molte polemiche che mostrano anch’esse di essere funzionali al successo dell’«Evento», in quanto hanno calamitato più dei rallegramenti l’attenzione e la furia di una parte dell’opinione pubblica.

L’«Evento» viene pubblicizzato con toni trionfalistici e parole che rinviano ad un fatto eccezionale: “Per la prima volta le opere di Antonello riunite a Palazzo Abatellis”.

Se in tanti ricordano la grande mostra dedicata allo stesso pittore presso le Scuderie del Quirinale nel 2006, luogo ormai da tempo adibito al consumo dell’arte, molti non sanno che nel 1953 venne organizzata un’importante esposizione del grande messinese proprio nella sua città natale. Noi abbiamo voluto consultare il catalogo del ’53, per valutare quanto dei presupposti di quella iniziativa culturale siano ancora validi per l’«Evento» che scorre sotto gli occhi degli spettatori contemporanei.

Il volume dal titolo Antonello da Messina e la pittura del ‘400 in Sicilia, a cura di Giorgio Vigni e Giovanni Caradente, con introduzione di Giuseppe Fiocco, indicava tra i promotori dell’iniziativa nomi illustri del mondo accademico come Stefano Bottari, allora ordinario di Storia dell’Arte nell’Università di Catania, e tra i collaboratori Ferdinando Bologna, Raffaello Causa e Federico  Zeri. 

Facevano, invece, parte della Commissione istituita per la scelta delle opere in mostra, oltre al presidente Giuseppe Fiocco (ordinario di Storia dell’Arte nell’Università di Padova), Giulio Carlo Argan (in quel momento Ispettore Centrale della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti), Cesare Brandi (quale Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro) e altri nomi illustri del panorama nazionale e internazionale: Emilio Lavagnino, Rodolfo Pallucchini, Wart  Arslan, Martin Davies, Charles Sterling, Jan Lauts.

L’esposizione – a cura di Giorgio Vigni e Giovanni Carandente – venne allestita da Carlo Scarpa e Roberto Calandra. L’occasione di tale incontro diede avvio, peraltro, alla proficua collaborazione tra Vigni e Scarpa che avrà come esito felicissimo la realizzazione del percorso espositivo proprio dell’ala quattrocentesca di Palazzo Abatellis, che in questi giorni ha dovuto fare spazio alla mostra di Antonello.

Per asserzione degli organizzatori non vennero “risparmiate le fatiche, per raccogliere i dipinti del grande Messinese, sparsi in Italia e nel mondo: fatiche ardue, per difficoltà reali e per resistenze non sempre comprensibili,  compensate, per fortuna, da spontanei e pronti gesti di solidarietà” che portarono per la prima volta a raccogliere in un’unica esposizione gran parte dell’opera di Antonello per il pubblico godimento e, in particolare, “a vantaggio  di amatori e studiosi” che videro riunite all’interno della medesima mostra pitture del ‘300 e ‘400, provenienti da diversi luoghi dell’Isola. Infatti: “Per onorare Antonello si doveva, anzitutto, comporre il panorama della sua opera”  a partire dalla pittura coeva presente in Sicilia. In merito si esprimeva Salvatore Pugliatti, presidente del comitato esecutivo: “il monte altissimo, non sorge nel vuoto, ma si sistema in un paesaggio, nel quale acquistano e danno senso le altre montagne, anche più basse, ma pur le colline, e le vallate e le pianure, ed anche un casolare o un albero solitario”. 

Si procedette così alla ricognizione delle opere pittoriche: “alcune compromesse dal tempo e dall’incuria, altre coperte da densi strati di sudiciume che seppellivano i toni originari e alteravano i rapporti cromatici; altre rovinate dalle drastiche ripuliture che avevano corroso il tessuto e la sostanza del colore; altre ancora sovraccariche di ridipinture che le avevano del tutto sfigurate”. Pertanto si rese necessario “un vasto e decisivo intervento di restauro” che fu possibile grazie ai finanziamenti della Regione Siciliana e dell’allora Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti. Cosicché, sotto la guida dell’Istituto Centrale del Restauro e della Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’Arte della Sicilia, furono allestiti ben tre laboratori di restauro a Messina, a Catania e a Palermo: nella città dello stretto il cantiere, attrezzato dal Comune, si avvalse del personale tecnico – restauratori, falegnami e fotografi – dell’Istituto Centrale del Restauro; mentre la Soprintendenza alle Gallerie diresse e coordinò i laboratori di Catania (impiantato all’interno dell’Ospizio di Beneficienza della città etnea) e di Palermo (che trovò posto presso quella che sarebbe divenuta la Galleria Nazionale della Sicilia). 

Il carattere meramente divulgativo del catalogo non permise di inserire i dati tecnico-scientifici emersi durante i restauri, che sarebbero stati pubblicati successivamente – come asserito nella presentazione – dall’Istituto Centrale del Restauro nel Bollettino dell’Istituto e dalla Soprintendenza alle Gallerie “in altra pubblicazione”. Stando alle parole degli organizzatori “mai era stata compiuta, nel campo dei restauri, un’opera di così vasta portata in così breve tempo”. Si deve a questa straordinaria impresa anche lo svelamento di alcune opere antonelliane. Infatti, a seguito del lavoro di ripulitura, un successo acclarato fu quello relativo alle “tre tavolette” palermitane che gli studiosi” poterono “con sicura coscienza attribuire ad Antonello” mentre il risultato più ambizioso fu sicuramente quello di avere posto in salvo “gran parte del patrimonio artistico isolano … da sicura rovina e messo in valore”.  

Ritornando ai nostri giorni, alla luce di quanto emerso dalla lettura del catalogo del ’53, ci chiediamo quali siano oggi i presupposti della mostra ospitata a Palazzo Abatellis: No la tutela e la conservazione delle opere in mostra (stante le polemiche suscitate dal trasferimento a Palermo di opere delicatissime come l’Annunciazione di Siracusa e il Polittico di Messina, per le quali vige ancora il decreto di inamovibilità emesso dallo stesso Assessorato che ne ha, tuttavia, disposto e assicurato la presenza nel capoluogo regionale); No lo studio scientifico che consentì allora di inserire nel catalogo dell’artista le tre tavole dell’Abatellis raffiguranti i Dottori della Chiesa. 

Per altri versi la mostra già nel titolo “Antonello da Messina” rende esplicita l’aspirazione circoscritta all’opera dell’artista, senza avvantaggiarsi dell’esposizione permanente nella sede ospitante, non solo di alcune delle opere del Trecento e del Quattrocento che nel ’53 servirono a creare il contesto da cui l’arte di Antonello prese le mosse ma anche della presenza straordinaria dei dipinti di alcuni pittori fiamminghi che operarono pressoché nella stessa epoca di Antonello – i quali hanno ceduto per l’occasione la loro saletta al grande messinese – e il cui confronto visivo sarebbe stato quanto meno auspicabile.

Infine spiace constatare la pratica ormai consolidata che a dettare le regole del godimento del patrimonio culturale siano le imprese che usufruiscono degli spazi in totale autonomia: una gestione “quasi privatistica” legittimata da una legislazione al limite della costituzionalità. Una linea confermata anche nella specifico dell’esposizione presso la la Galleria pubblica panormita, dove il volto mercantile domina allorquando si  pretende che anche le scuole paghino il biglietto di ingresso alla mostra di Antonello (euro 5), quando per regolamento a Palazzo Abatellis – così come negli altri siti museali e archeologici della Regione Siciliana- agli studenti in visita scolastica viene “staccato” il biglietto gratuito, e questo non per liberalità dell’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, ma in ossequio ai principi fondamentali didattici e formativi, di cui agli artt. 9 e 34 della Costituzione Italiana.

La qualità di una mostra, opzione sempre meno necessaria

Come si organizza una mostra seria. Il caso di “Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche”

Ilaria Baratta e Federico Giannini

Una sala della mostra: da notare il rispetto totale e l'ingombro minimo degli ambienti storici di Palazzo Buonaccorsi

Come si organizza una mostra seria? Un esempio nel dettaglio: la mostra su Lorenzo Lotto nelle Marche a Macerata.

Se nelle pubblicazioni che accompagnano le mostre è naturale aspettarsi contributi che facciano luce sulle motivazioni che hanno portato all’ideazione dell’esposizione (o almeno, questo è quanto normalmente ci s’attende da parte d’una mostra fondata su di un progetto scientifico serio), non è invece altrettanto frequente trovare, nel catalogo d’una mostra, un saggio, redatto dal curatore, che racconti al lettore come sia nato il progetto espositivo, quali le fasi realizzative e operative della rassegna, quali le ragioni che hanno portato alla scelta della sede espositiva, quali le difficoltà che si sono incontrate durante il percorso.

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Leonor Fini: surrealista a la page e glamour, donna e narcisista

Il bal masqué di Leonor Fini

Leonor Fini in mostra a New York, Museum of Sex. In mostra le opere più ambiziose della pittrice surrealista, che impose i suoi travestimenti a guerra finita, fra savoir-vivre della vecchia aristocrazia e nuovo jet-set in technicolor

Leonor Fini, “Les Aveugles”, 1968

Nel 1946, a guerra ormai finita, la festa mobile – spentasi all’improvviso, in tutta Europa, nel turbine delle conquiste nazi-fasciste – si riaccese, in maniera repentina, nei salons eleganti di una Parigi liberata, oltre i sobri prospetti londinesi, nelle piazze, nei palazzi di un’Italia resa al cicaleccio brillante e alla mondanità cosmopolita, lontana dai fasti autarchici della crème mussoliniana.

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Una mostra a Venezia sul primo scalmanarsi del giovane Tintoretto

Il giovane Tintoretto, dagli esordî fino allo spettacolare Miracolo dello schiavo

Recensione della mostra ‘Il giovane Tintoretto’, a Venezia, Gallerie dell’Accademia dal 7 settembre 2018 al 6 gennaio 2019

“Essendo molto inclinato da natura al disegno, si diede con gran diligenza à disegnare tutte le cose buone a Vinegia, e fece grande studio sopra le statue rappresentanti Marte, e Nettuno di Jacopo Sansovino, e poscia si prese per principal maestro l’opere del divino Michelagnolo, non riguardando à spesa alcuna per haver formate le sue figure della Sacrestia di San Lorenzo e parimente tutti i buoni modelli delle migliori statue che siano in Firenze […] ma nel colorire dice havere imitato la natura, e poi particolarmente Tiziano”: così scrisse, nel 1584, il letterato e critico d’arte Raffaello Borghini (Firenze, 1537 – 1588) a proposito di Jacopo Robusti detto Tintoretto (Venezia, 1519 – 1594).

Sala della mostra Il giovane Tintoretto a Venezia, Gallerie dell'Accademia

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