I monumenti fascisti vanno distrutti?

Se ci sentiamo toccati sui monumenti fascisti, forse abbiamo ancora qualche conto in sospeso

di Federico Giannini, 31-10-2017

Iscrizione sulla Torre Civica di Sermide (Mantova). Ph. Credit Finestre sull'Arte

Iscrizione sulla Torre Civica di Sermide (Mantova) con la scritta “fascista” abrasa. Alle ultime elezioni del piccolo comune lombardo, una lista con il fascio littorio nel simbolo è entrata in consiglio comunale. Ph. Credit Finestre sull’Arte

Riflessione su monumenti fascisti, eredità del nostro passato: abbiamo riflettuto abbastanza, o abbiamo ancora qualche conto in sospeso?

Trovare una risposta unica alla domanda lanciata dal già ampiamente discusso articolo del New Yorker firmato da Ruth Ben-Ghiat, che si chiedeva per quale motivo in Italia esistano ancora così tanti monumenti del ventennio fascista, è impresa praticamente impossibile, dacché occorrerebbe ripercorrere la storia d’ognuna delle singole vestigia del regime che ancora rimangono intatte. Per rispondere al quesito si può però partire da una necessaria premessa storica: in Italia, la defascistizzazione avanzò in modo piuttosto confuso e caotico, e senza rispondere ad alcun sistematico coordinamento, con la conseguenza che il processo incontrò non poche difficoltà, non riuscì a essere veramente incisivo (anche per il fatto che molti funzionarî coinvolti dalla defascistizzazione, che doveva riguardare tutti gli aspetti della sfera pubblica, dalla scuola all’amministrazione, dall’esercito alla magistratura e via dicendo, erano loro stessi implicati col regime), e sul piano politico sperimentò un’importante battuta d’arresto con l’amnistia Togliatti al punto che, a detta della stragrande maggioranza degli storici, gli esiti furono pressoché fallimentari. Leggi tutto “I monumenti fascisti vanno distrutti?”

Riflessioni sulla statua celebrativa di Dannunzio e dell’impresa di Fiume

No alle santificazioni di Gabriele d’Annunzio, ma no anche alle semplificazioni di Tomaso Montanari

Gabriele d'Annunzio nel 1904

Pochi giorni fa Tomaso Montanari ha preso posizione contro l’idea di erigere, a Trieste, un monumento a Gabriele d’Annunzio. Fornendo però un sunto banalizzato dei rapporti tra il poeta e il fascismo. Leggi tutto “Riflessioni sulla statua celebrativa di Dannunzio e dell’impresa di Fiume”

Quando il fascismo tentò di esportare la sua estetica negli USA

Il lancio estetico del fascismo nell’America del New Deal

Sergio Cortesini, “One day we must meet. Le sfide dell’arte e dell’architettura italiane in America (1933-1941)”, Johan & Levi. Il saggio illustra il tentativo del fascismo di esportare in U.S.A il proprio modello estetico modernista. A rappresentare l’arte italiana, Vittorio Mussolini e Margherita Sarfatti. Ma il bilancio fu abbastanza fallimentare, con un paradosso: più che la retorica monumentale si fece strada il realismo intimista

 Corrado Cagli,

Corrado Cagli, “Giocatori di carte”, 1937, Piacenza, collezione privata, presentato nella sede newyorkese della galleria La Cometa nel 1937

E’ l’autunno del 1937 quando Vittorio Mussolini, figlio del duce, incontra il presidente degli Stati Uniti d’America Roosvelt nel corso di un suo soggiorno volto alla scoperta di Hollywood e del cinema americano. Alla fine di quel colloquio, il presidente lo avrebbe congedato indirizzando un messaggio all’autorevole genitore, che Sergio Cortesini ha usato come titolo del suo densissimo libro edito da Johan & Levi: One day we must meet (pp. 325, 70 illustrazioni b/n, euro 28,00). Era la consacrazione di un’apertura al dialogo fra i due paesi che già informava, come recita il sottotitolo del volume, Le sfide dell’arte e dell’architettura italiane in America (1933-1941).

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