De La Tour tra mistica della luce ed esistenza arrogante. La mostra di Milano

Notturni a lume di candela. Il caravaggismo di Georges de La Tour. In mostra a Milano

di Ilaria Baratta, Finestre sukll’arte, 18-7-2020

Georges de La Tour, Maddalena penitente (1635 - 1640; olio su tela, 113 x 92,7 cm; Washington, National Gallery of Art)

Recensione della mostra “La Tour. L’Europa della luce”, a Milano, fino al 27 settembre 2020.

Uno dei maggiori artisti del Seicento francese, Georges de La Tour (Vic-sur-Seille, 1593 – Lunéville, 1652), è stato riscoperto ben tre secoli più tardi, quando nel 1915 lo storico dell’arte tedesco Hermann Voss attribuì Il neonato del Musée des Beaux-Arts di Rennes e altre due opere conservate nel museo di Nantes, Il sogno di Giuseppe e La negazione di Pietro, al pittore Georges Dumesnil de La Tour, confrontandoli con ricerche d’archivio compiute nell’Ottocento dallo studioso lorenese Alexandre Joly. Leggi tutto “De La Tour tra mistica della luce ed esistenza arrogante. La mostra di Milano”

Caravaggio maltese

Caravaggio e Mattia Preti: due geni italiani a Malta, nell’Oratorio di Alof de Wignacourt

da Finestre sull’arte, 12-11-2019

Caravaggio, Ritratto di Alof de Wignacourt (1607-1608; olio su tela, 195 x 134 cm; Parigi, Louvre)
Caravaggio, Ritratto di Alof de Wignacourt (1607-1608; olio su tela, 195 x 134 cm; Parigi, Louvre)

Nell’oratorio di San Giovanni Decollato a Malta si conservano le opere di due grandi artisti italiani: Caravaggio e Mattia Preti. Scopriamo la storia di questo singolare edificio e delle opere che vi sono conservate.

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Un capolavoro di difficile attribuzione

Caravaggio o Spadarino? La storia del “Narciso” della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini

Claudia Farini, 20-10-2019 Finestre sull’arte

Caravaggio o Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, Narciso (1597-1599 o 1645; olio su tela, 112 x 92 cm; Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini)

La Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma ospita una delle nostre più ricche e interessanti collezioni di dipinti caravaggeschi, di opere, cioè, realizzate nel Seicento da artisti diversi, influenzati in vario modo dal potente e innovativo linguaggio pittorico di Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610). Leggi tutto “Un capolavoro di difficile attribuzione”

Video su Giacomo Serpotta, il mago degli stucchi che abbiamo visto a Palermo

“Lo scultore degli angeli” Giacomo Serpotta, tra Caravaggio e van Dyck. Il video integrale del 1957

Fotogramma de Lo scultore degli angeli di Aldo Franchi, 1957.

Uno straordinario ritrovamento: un documentario del 1957 su Giacomo Serpotta, lo “scultore degli angeli”, grande artista sei-settecentesco dello stucco.

Finora la sua visione era stata un privilegio per pochi, non essendo disponibile nemmeno nelle cineteche specializzate. In rete, circolava un frammento iniziale di appena due minuti. Parliamo de Lo scultore degli angeli, documentario dedicato a Giacomo Serpotta (Palermo, 1656 – 1732), l’artista palermitano dalla straordinaria capacità di modellare in stucco anche figure tra le più delicate e graziose come appunto quelle angeliche, con le quali arricchì in particolare gli oratori concittadini. Leggi tutto “Video su Giacomo Serpotta, il mago degli stucchi che abbiamo visto a Palermo”

Quando essere Muti equivale a parlare a vanvera

Muti (e incompetenti) sul Caravaggio

di Tomaso Montanari, FQ  12 Marzo 2019

Risultati immagini per sette opere di misericordia

La religione del fare, il culto del sì alla qualunque, il sipuotismo a prescindere, la retorica dello “sbloccare l’Italia” ha un altro illustrissimo sacerdote: Riccardo Muti, che ieri ha tuonato dalla prima pagina di Repubblica (con lo spazio e
l’evidenza che gli competono, e col fragore di una intera sezione di fiati) contro il “danno all’Italia” che sarebbe stato inferto dalla decisione del ministero per i Beni culturali di non consentire il prestito di una pala d’altare di Caravaggio conservata in una chiesa napoletana a una mostra altrettanto napoletana.

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Una mostra di qualità su Caravaggio e Genova

L’Ecce Homo di Genova è veramente un’opera di Caravaggio? La risposta alla mostra di Palazzo della Meridiana

Recensione della mostra “Caravaggio e i Genovesi. Committenti, collezionisti, pittori”, a Genova, Palazzo della Meridiana, dal 14 febbraio al 24 giugno 2019

Caravaggio, Ecce Homo (1605-1610 circa; olio su tela, 128 x 103 cm; Genova, Musei di Strada Nuova - Palazzo Bianco)

Caravaggio, Ecce Homo (1605-1610 circa; olio su tela, 128 x 103 cm; Genova, Musei di Strada Nuova – Palazzo Bianco)

Solo nell’ultimo anno si sono registrate almeno un paio d’interessanti opportunità che, sebbene slegate tra loro, hanno offerto a pubblico e studiosi molto materiale per aprire un’approfondita discussione sugli sviluppi del caravaggismo a Genova. Nel primo caso s’è trattato della mostra milanese L’ultimo Caravaggio: a dispetto della titolazione altisonante ed escogitata ammiccando al richiamo che il nome di Caravaggio (Michelangelo Merisi, Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) esercita sul pubblico, la rassegna delle Gallerie d’Italia s’è configurata come una proposta d’elevatissimo valore scientifico che, partendo dalle vicende collezionistiche di Marco Antonio Doria (Genova, 1572 – 1651) e mossa dall’assunto secondo cui Genova avrebbe recepito in maniera quanto meno fredda la lezione del Merisi, giungeva a concludere che l’arte del grande lombardo, malgrado avesse affascinato diversi artisti genovesi, non ebbe modo d’incidere in maniera determinante sul capoluogo ligure.

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Come volevasi dimostrare: il Caravaggio farlocco “legittimato” dal direttore di Brera all’asta per 150 milioni di euro

Spostare il Caravaggio? Il folle marketing culturale

Tomaso Montanari, 4-3-2019

La polemica a Napoli – Le “Sette opere di Misericordia” potrebbero lasciare la chiesa per il museo di Capodimonte

È un crudele paradosso quello per cui Caravaggio – che sacrificò successo e vita sull’altare di una verità sbattuta in faccia al mondo – si trova oggi al centro di un infinito gioco di specchi, in cui la verità scompare

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Sarebbe bello …

Giuseppe Lo Bianco, Il Caravaggio di Cosa nostra “è integro e si trova in Sicilia”

 

Sparito da Palermo la notte del 17 ottobre 1969, al centro di molti racconti e rivelazioni di pentiti, oggi è di nuovo tirato in ballo dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo

Rubato una notte di pioggia da una batteria di ladri, poi consegnato alla mafia e rivenduto in Svizzera a ricettatori senza scrupoli che l’hanno frantumato in sei-otto parti, come sostiene la commissione Antimafia, oppure ancora integro nel suo originario splendore e conservato a casa di un boss palermitano, come sostiene uno dei collaboratori più informati dei segreti tra Stato e Cosa nostra, Franco Di Carlo?

Per risolvere il giallo del Caravaggio rubato dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, la Procura riparte dall’interrogatorio di Guido De Santis, uno dei (presunti) ladri che quella notte, secondo il pentito Gaetano Grado, staccarono dalla cornice la tela con un taglierino, la caricarono su un furgone Om per poi, scoperti da Grado, consegnarla allo stesso boss, che l’affidò al suo capo mandamento Stefano Bontade e da questi venne infine “girata” all’allora capo dei capi Tano Badalamenti, in contatto con un ricettatore svizzero venuto in Sicilia per acquistarla. E per dividerla “in sei o otto pezzi”, come si usava allora per accarezzare l’ego degli acquirenti, tutti così possessori di un pezzo del Caravaggio, e ovviamente realizzare il massimo profitto. Ma questa è solo l’ultima verità raccolta dalla commissione Antimafia che riscrive 25 anni di indagini dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico, più volte arrivati ad un passo dalla tela che il pentito Giovanni Brusca indicò come uno dei prezzi della Trattativa (Natività in cambio di un alleggerimento del 41 bis) e Salvatore Cancemi come un “trofeo” esposto da Cosa nostra durante le riunioni della Cupola.

Per anni gli investigatori dell’Arma seguirono una pista che partiva da un’imbeccata del fratello di un boss della famiglia di Porta Nuova, interrogato in un paesino della Calabria, dove faceva il commerciante: “Il Caravaggio me lo ricordo bene – disse –, ci ho pure passeggiato sopra, visto che lo avevano srotolato nella stanza dove era sistemata la mia brandina. Ricordo che era rovinato in uno degli angoli, lo hanno strappato leggermente tirandolo fuori dall’ascensore”. Da quella casa nei pressi di corso Tukory, nella zona dell’Università, il quadro sarebbe stato portato a Ponte Ammiraglio e affidato al boss Pietro Vernengo, per poi finire nelle mani di Rosario Riccobono, a capo della famiglia di Resuttana, dalla parte opposta della città, per poi finire di nuovo alla cosca di Porta Nuova, a Gerlando Alberti, detto ’u paccarè, che l’avrebbe seppellito avvolto in un tappeto dentro una cassa in un terreno di sua proprietà.

A rivelare questi ultimi dettagli fu suo nipote, Vincenzo La Piana, che indirizzò i carabinieri nel luogo del seppellimento avvertendo che probabilmente non avrebbero trovato nulla: “Difficilmente mio zio ha lasciato lì il suo tesoro”. E nulla venne infatti trovato, ma si scoprì che ’u paccarè aveva tentato di vendere il quadro per ben tre volte, come riveleranno altri collaboratori: la prima a Milano, con il trasporto della tela, la seconda nel ’74, nella zona di Torino, e due carabinieri infiltrati arrivarono ad un passo dal recupero. E la terza nel ’79, poco prima dell’omicidio di Boris Giuliano, quando a trattare l’affare fu un agente dell’Fbi, già della Cia e della Dea, amico di Giuliano: Tom Tripodi, una carriera spesa tra la Baia dei Porci a Cuba nel ’62, la custodia di Joe Valachi, il primo pentito di Cosa nostra in Usa e la caccia a Che Guevara in Bolivia. Tripodi si finse un emissario delle famiglie americane e arrivò anche lui ad un passo dal quadro. Che, per l’allora comandante del Nucleo tutela patrimonio artistico, il generale Roberto Conforti, scomparso lo scorso anno, che coordinò con grande passione e professionalità quella lunghissima indagine, sarebbe ancora integro: “Le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia. Probabilmente l’opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata”, dichiarò nel 2002.

Ed è la stessa convinzione del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo, che il quadro ha recentemente dichiarato di averlo visto nella casa di un boss di Partanna Mondello, nel 1981. “Ero stato contattato per via delle mie conoscenze all’estero e dei miei interessi in Inghilterra – ha detto –, mi venne chiesto se avessi potuto adoperarmi per piazzare la tela del Caravaggio presso qualche magnate amante dell’arte o attraverso aste. Ma dopo il 1981, anche a causa della guerra di mafia, non ne seppi più nulla. Secondo me la tela è integra ed è ancora in Sicilia”. E le parole di Grado? “Probabilmente – è la convizione di Di Carlo – fa confusione con un’altra vicenda legata ad un’opera d’arte. Una statua che, quella sì, venne portata in Svizzera, a Ginevra, dopo essere stata periziata da un’esperta”.

Alla Procura il compito di risolvere il nuovo giallo.

Il fatto quotidiano 26-6-2018