Quando essere Muti equivale a parlare a vanvera

Muti (e incompetenti) sul Caravaggio

di Tomaso Montanari, FQ  12 Marzo 2019

Risultati immagini per sette opere di misericordia

La religione del fare, il culto del sì alla qualunque, il sipuotismo a prescindere, la retorica dello “sbloccare l’Italia” ha un altro illustrissimo sacerdote: Riccardo Muti, che ieri ha tuonato dalla prima pagina di Repubblica (con lo spazio e
l’evidenza che gli competono, e col fragore di una intera sezione di fiati) contro il “danno all’Italia” che sarebbe stato inferto dalla decisione del ministero per i Beni culturali di non consentire il prestito di una pala d’altare di Caravaggio conservata in una chiesa napoletana a una mostra altrettanto napoletana.

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Una mostra di qualità su Caravaggio e Genova

L’Ecce Homo di Genova è veramente un’opera di Caravaggio? La risposta alla mostra di Palazzo della Meridiana

Recensione della mostra “Caravaggio e i Genovesi. Committenti, collezionisti, pittori”, a Genova, Palazzo della Meridiana, dal 14 febbraio al 24 giugno 2019

Caravaggio, Ecce Homo (1605-1610 circa; olio su tela, 128 x 103 cm; Genova, Musei di Strada Nuova - Palazzo Bianco)

Caravaggio, Ecce Homo (1605-1610 circa; olio su tela, 128 x 103 cm; Genova, Musei di Strada Nuova – Palazzo Bianco)

Solo nell’ultimo anno si sono registrate almeno un paio d’interessanti opportunità che, sebbene slegate tra loro, hanno offerto a pubblico e studiosi molto materiale per aprire un’approfondita discussione sugli sviluppi del caravaggismo a Genova. Nel primo caso s’è trattato della mostra milanese L’ultimo Caravaggio: a dispetto della titolazione altisonante ed escogitata ammiccando al richiamo che il nome di Caravaggio (Michelangelo Merisi, Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) esercita sul pubblico, la rassegna delle Gallerie d’Italia s’è configurata come una proposta d’elevatissimo valore scientifico che, partendo dalle vicende collezionistiche di Marco Antonio Doria (Genova, 1572 – 1651) e mossa dall’assunto secondo cui Genova avrebbe recepito in maniera quanto meno fredda la lezione del Merisi, giungeva a concludere che l’arte del grande lombardo, malgrado avesse affascinato diversi artisti genovesi, non ebbe modo d’incidere in maniera determinante sul capoluogo ligure.

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Come volevasi dimostrare: il Caravaggio farlocco “legittimato” dal direttore di Brera all’asta per 150 milioni di euro

Spostare il Caravaggio? Il folle marketing culturale

Tomaso Montanari, 4-3-2019

La polemica a Napoli – Le “Sette opere di Misericordia” potrebbero lasciare la chiesa per il museo di Capodimonte

È un crudele paradosso quello per cui Caravaggio – che sacrificò successo e vita sull’altare di una verità sbattuta in faccia al mondo – si trova oggi al centro di un infinito gioco di specchi, in cui la verità scompare

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Sarebbe bello …

Giuseppe Lo Bianco, Il Caravaggio di Cosa nostra “è integro e si trova in Sicilia”

 

Sparito da Palermo la notte del 17 ottobre 1969, al centro di molti racconti e rivelazioni di pentiti, oggi è di nuovo tirato in ballo dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo

Rubato una notte di pioggia da una batteria di ladri, poi consegnato alla mafia e rivenduto in Svizzera a ricettatori senza scrupoli che l’hanno frantumato in sei-otto parti, come sostiene la commissione Antimafia, oppure ancora integro nel suo originario splendore e conservato a casa di un boss palermitano, come sostiene uno dei collaboratori più informati dei segreti tra Stato e Cosa nostra, Franco Di Carlo?

Per risolvere il giallo del Caravaggio rubato dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, la Procura riparte dall’interrogatorio di Guido De Santis, uno dei (presunti) ladri che quella notte, secondo il pentito Gaetano Grado, staccarono dalla cornice la tela con un taglierino, la caricarono su un furgone Om per poi, scoperti da Grado, consegnarla allo stesso boss, che l’affidò al suo capo mandamento Stefano Bontade e da questi venne infine “girata” all’allora capo dei capi Tano Badalamenti, in contatto con un ricettatore svizzero venuto in Sicilia per acquistarla. E per dividerla “in sei o otto pezzi”, come si usava allora per accarezzare l’ego degli acquirenti, tutti così possessori di un pezzo del Caravaggio, e ovviamente realizzare il massimo profitto. Ma questa è solo l’ultima verità raccolta dalla commissione Antimafia che riscrive 25 anni di indagini dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico, più volte arrivati ad un passo dalla tela che il pentito Giovanni Brusca indicò come uno dei prezzi della Trattativa (Natività in cambio di un alleggerimento del 41 bis) e Salvatore Cancemi come un “trofeo” esposto da Cosa nostra durante le riunioni della Cupola.

Per anni gli investigatori dell’Arma seguirono una pista che partiva da un’imbeccata del fratello di un boss della famiglia di Porta Nuova, interrogato in un paesino della Calabria, dove faceva il commerciante: “Il Caravaggio me lo ricordo bene – disse –, ci ho pure passeggiato sopra, visto che lo avevano srotolato nella stanza dove era sistemata la mia brandina. Ricordo che era rovinato in uno degli angoli, lo hanno strappato leggermente tirandolo fuori dall’ascensore”. Da quella casa nei pressi di corso Tukory, nella zona dell’Università, il quadro sarebbe stato portato a Ponte Ammiraglio e affidato al boss Pietro Vernengo, per poi finire nelle mani di Rosario Riccobono, a capo della famiglia di Resuttana, dalla parte opposta della città, per poi finire di nuovo alla cosca di Porta Nuova, a Gerlando Alberti, detto ’u paccarè, che l’avrebbe seppellito avvolto in un tappeto dentro una cassa in un terreno di sua proprietà.

A rivelare questi ultimi dettagli fu suo nipote, Vincenzo La Piana, che indirizzò i carabinieri nel luogo del seppellimento avvertendo che probabilmente non avrebbero trovato nulla: “Difficilmente mio zio ha lasciato lì il suo tesoro”. E nulla venne infatti trovato, ma si scoprì che ’u paccarè aveva tentato di vendere il quadro per ben tre volte, come riveleranno altri collaboratori: la prima a Milano, con il trasporto della tela, la seconda nel ’74, nella zona di Torino, e due carabinieri infiltrati arrivarono ad un passo dal recupero. E la terza nel ’79, poco prima dell’omicidio di Boris Giuliano, quando a trattare l’affare fu un agente dell’Fbi, già della Cia e della Dea, amico di Giuliano: Tom Tripodi, una carriera spesa tra la Baia dei Porci a Cuba nel ’62, la custodia di Joe Valachi, il primo pentito di Cosa nostra in Usa e la caccia a Che Guevara in Bolivia. Tripodi si finse un emissario delle famiglie americane e arrivò anche lui ad un passo dal quadro. Che, per l’allora comandante del Nucleo tutela patrimonio artistico, il generale Roberto Conforti, scomparso lo scorso anno, che coordinò con grande passione e professionalità quella lunghissima indagine, sarebbe ancora integro: “Le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia. Probabilmente l’opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata”, dichiarò nel 2002.

Ed è la stessa convinzione del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo, che il quadro ha recentemente dichiarato di averlo visto nella casa di un boss di Partanna Mondello, nel 1981. “Ero stato contattato per via delle mie conoscenze all’estero e dei miei interessi in Inghilterra – ha detto –, mi venne chiesto se avessi potuto adoperarmi per piazzare la tela del Caravaggio presso qualche magnate amante dell’arte o attraverso aste. Ma dopo il 1981, anche a causa della guerra di mafia, non ne seppi più nulla. Secondo me la tela è integra ed è ancora in Sicilia”. E le parole di Grado? “Probabilmente – è la convizione di Di Carlo – fa confusione con un’altra vicenda legata ad un’opera d’arte. Una statua che, quella sì, venne portata in Svizzera, a Ginevra, dopo essere stata periziata da un’esperta”.

Alla Procura il compito di risolvere il nuovo giallo.

Il fatto quotidiano 26-6-2018

Una bella lettura del capolavoro scomparso di Caravaggio.

In attesa del viaggio a Palermo un bello spunto di lettura su un’opera che non vedremo …

La Natività di Caravaggio: il capolavoro dipinto a Roma, inviato a Palermo, e rubato nel 1969. Con un parere inedito

Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, la Natività con i santi Lorenzo e Francesco di Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), uno tra i più celebrati capolavori del pittore lombardo, veniva trafugata dal luogo in cui era collocata, l’oratorio di San Lorenzo a Palermo, e da allora non è mai più stata ritrovata. Sul clamoroso furto, attribuito alla mafia, si sono rincorse varie voci (tra le quali quelle più terribili che vogliono il dipinto andato distrutto), ma l’unica certezza è che, purtroppo, al momento non abbiamo piste sicure da seguire, e le speranze di ritrovare l’opera sono pressoché nulle. Malgrado le tristi circostanze, gli studi attorno al dipinto non sono certo cessati: tutt’altro.

Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco
Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco (1600; olio su tela, 268 x 197 cm; Palermo, già nell’oratorio di San Lorenzo, trafugata nel 1969)

 

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Intorno alla mostra “L’ultimo Caravaggio” delle Gallerie d’Italia

“Può esistere una storia dell’arte del Seicento senza Caravaggio”. Parla Alessandro Morandotti

Caravaggio, Martirio di sant'Orsola
Caravaggio, Martirio di sant’Orsola (1610; olio su tela, 143 x 180 cm; Napoli, Gallerie d’Italia, Palazzo Zevallos Stigliano)
Gallerie d’Italia di Milano presenta L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano (nelle prossime ore verrà pubblicata la recensione di Finestre sull’Arte. Tre città a confronto per inquadrare e illustrare le vicende artistiche sviluppatesi nei tre decenni (1610-1640) successivi alla scomparsa di Michelangelo Merisi, cominciando proprio dall’estremo atto di Caravaggio: il Martirio di Sant’Orsola del 1610. Da qui, un confronto con gli artisti del tempo attraverso una cinquantina di opere, lungo un periodo storico-artistico diviso tra il naturalismo caravaggesco e l’esplosione trionfante del Barocco. Tra fascinazione e resistenza al nuovo e rivoluzionario linguaggio. Perché resistenza e indipendenza all’eredità meravigliosamente ingombrante (e feconda) di Caravaggio ci fu, come spiega la mostra. Quindi, tema cardine dell’esposizione: una storia dell’arte nell’Italia seicentesca senza Caravaggio può essere ed esistere. Parola al curatore, Alessandro Morandotti.

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Recensione della bella mostra L’Ultimo Caravaggio alle Gallerie d’Italia. Da vedere e rivedere.

Una storia dell’arte senza Caravaggio

A Milano, Gallerie d’Italia, “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri” . La mostra, a cura di Alessandro Morandotti, individua una linea, tra Genova e Milano, per cui la lezione del Merisi non fu determinante. In tempi di mostre caravaggesche a oltranza, è salutare la provocazione, sostenuta da chiari confronti, di vedere nella pittura di Procaccini e Strozzi una possibile «alternativa»

 

Giulio Cesare Procaccini, “Ultima Cena”, part., Genova, SS. Annunziata del Vastato

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Consigli di lettura sul barocco: un saggio chiave e un’agile introduzione

Arte e architettura in Italia 1600-1750

Rudolf Wittkower

Editore:Einaudi
Anno edizione:2005 (1 ed 1957)

Formato:Tascabile

EAN: 9788806177089

€ 23

“Arte e architettura in Italia”, la cui ultima revisione risale a più di quarant’anni fa, poco prima della morte del suo autore, resta un’opera inattaccabile al passare del tempo, che per fortuna Einaudi continua a ristampare. E’ la migliore sintesi del periodo barocco-rococò dell’arte italiana, con straordinari singoli capitoli densi ma ottimamente leggibili su Bernini (Wittkower ne è considerato tuttora il massimo studioso del ‘900), Borromini, Pietro da Cortona, disquisizioni più sintetiche (ma approfondite nelle note!) degli altri artisti e una visione eccellente della multiculturalità del barocco italiano (dal Trentino alla Sicilia, per intendersi). L’autore fu un grande protagonista di quella riscoperta del Barocco italiano che, tra gli strali degli alfieri del Rinascimento come Berenson, ebbe alfieri i grandi studiosi del mondo germanico emigrati in Inghilterra e in America per le persecuzioni razziali (Wittkower stesso, Otto Kurz, Ernst Gombrich…) e soprattutto lo straordinario Warburg Institute, trapiantato a Londra dalla natia Amburgo negli anni ’30 per lo stesso motivo.

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