Riflessioni sulla “riforma” del MiBac

L’ennesima riforma del Mibac: cambio di rotta a piccole dosi

di Tomaso Montanari, FQ 12-6-2019

Beni culturali – Luci e ombre del testo, per ora noto solo in bozza, del ministro Bonisoli: troppo centralismo e qualche buona idea

Nella riorganizzazione del Mibac disegnata dal ministro Alberto Bonisoli – e ora nota almeno in bozza – si colgono luci e ombre. La prima ombra è, per così dire, sistemica: ci si chiede se ogni benedetto ministro dei Beni culturali debba necessariamente riorganizzare un dicastero allo stremo, continuando a cambiare l’abito al cadavere invece che provare a resuscitarlo. Una resurrezione che si tradurrebbe in una sola parola: assunzioni.

Per funzionare, il Mibac dovrebbe avere 25.000 dipendenti, anche se Dario Franceschini mise nero su bianco che ne bastavano 19.000. Oggi siamo a 12.000, mentre incombe “quota 100”: la morte della struttura è dunque ormai vicinissima. E forse è questo il vero desiderio di chi continua ad approvare decreti sblocca-cemento-e-semplifica-la-qualunque che presuppongono il definitivo silenzio assenso di un corpo morto. Bonisoli ha promesso almeno una parte di queste assunzioni (ha parlato di 4000) e c’è da sperare che tutto il governo sia d’accordo.

Ma torniamo alla riorganizzazione: se proprio la si voleva fare, la questione sul tavolo era macroscopica. E si chiama Riforma Franceschini. Il M5S la contestò in piazza: e dunque ci si sarebbe aspettato un suo radicale ribaltamento. Invece è prevalso un timidissimo elenco di parziali correttivi, spesso assai difficili da comprendere. Perché, per esempio, togliere l’autonomia alla Galleria dell’Accademia di Firenze (cosa in sé sensata: era un’autonomia decisa solo in base al maxi-sbigliettamento del David michelangiolesco), o all’Appia (e perché non anche al Colosseo, se l’intento fosse stato quello, lodevole, di ricucire Roma?) invece di porsi il problema dei limiti e del senso dell’autonomia in sé? È fin troppo evidente, infatti, che quella riforma dei musei non funziona, vista l’amputazione di ogni legame col territorio e la totale autoreferenzialità dei direttori-autocrati. Invece di affrontare questo nodo centrale, ci si è dedicati a rafforzare il peso del centro, moltiplicando le direzioni generali e soprattutto corazzando in modo francamente incomprensibile il ruolo del segretario generale, che ora diventa il padrone dei Beni culturali. Il che non è una buona cosa, perché se il segretario generale non sa nulla di beni culturali (come accade, per dire, oggi), i risultati possono essere drammatici: si deve, infatti, ricordare che il Mibac è un ministero a trazione tecnico-scientifica. O, almeno, lo era. Non mancano, lo si diceva, le luci. Le più incoraggianti riguardano la volontà di riportare al centro le decisioni più importanti del ministero, quelle sui vincoli: che spetteranno (se lo schema sarà rispettato) alla Direzione delle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio.

Questo significa allontanare la sede decisionale dalla pressione degli interessi locali e andare in direzione diametralmente opposta alla devoluzione regionalistica prevista dalla riforma delle autonomie tratteggiata a suo tempo dal Centrosinistra, mezza attuata dal Pd e ora brandita come una bandiera da Salvini. Una tutela più forte significa garantire che l’interesse generale dei cittadini a un patrimonio culturale integro e a un ambiente sano non sia sacrificato sull’altare degli interessi privati. Merita un cenno la questione degli Uffici Esportazione, ridotti a quattro, dei quali due saranno i principali. Anche questa è una importante inversione di tendenza rispetto al lassismo dei tempi di Franceschini. Meno uffici con più tecnici, più controllati e più autorevoli significa, infatti, offrire meno anfratti e zone franche a chi tenta di esportare capolavori gabbando gli organi della tutela. Dunque, qualche passo falso e qualche cosa giusta: ma nel complesso manca quella visione, un progetto, un passo nuovo che giustificherebbero l’ennesima riforma della riforma della riforma. Ma sarebbe ingeneroso e miope darne la colpa al garbato Bonisoli: perché mentre era purtroppo chiarissima la visione del Pd di Renzi e Franceschini (bastava rovesciare l’art. 9 della Costituzione nel suo contrario), nessuno saprebbe dire quale sia, se c’è, l’idea della funzione del patrimonio culturale nutrita da questa maggioranza politica. Non per caso la cultura era clamorosamente assente dal famigerato contratto di governo. E non perché fosse cosa troppo alta e importante per regolarla attraverso quel verbale da condominio: più banalmente perché nessuno ne aveva la più pallida idea.

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