Ricordate gli orsi in Sicilia, la strana favola di Buzzati?

Un festoso apparato filologico per gli orsi di Buzzati

Una strenna per l’infanzia. La favola grafica di Dino Buzzati, nata sul «Corriere dei Piccoli», torna in un Oscar grande formato contenente bozzetti, appunti, scartafacci, varianti, stadi precedenti e le nuove animazioni di Mattotti per il film

Giorgio Villani, Alias 22-12-2019

Dino Buzzati, alcune tavole da

Il nostro non è un paese di bibliofili. In una città come Parigi, nelle bottegucce antiquarie di alcuni passages, è possibile trovare cassette di vecchi libri sforacchiati sui quali, tuttavia, tra una gora d’umido e un piccolo strappo al margine della pagina, è impresso il segno dell’amoroso affetto del loro proprietario nelle forme d’un ex-libris o d’una rilegatura in mezza pelle; nei nostri mercatini, invece, i Treves d’inizio secolo si vedono butterati dal caffè, anchilosati nelle pose più sconvenienti, mozzati delle loro copertine come poveri insetti senz’ali, e i più non hanno che una firma o una dedica a rivendicarne la paternità, altrimenti vanno sconci e ignudi come figli della colpa.

E questo tiepido trasporto per gli oggetti editoriali ha sempre distinto il nostro paese dall’Inghilterra o dalla Francia. Sicché vien proprio da rallegrarsi ogni qual volta si vede un’edizione riccamente guarnita in cui un frontespizio da incunabolo reciti «Dino Buzzati. La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Edizione speciale. Con le pagine del “Corriere dei Piccoli”. I disegni inediti dell’autore. E il racconto della genesi del film animato di Lorenzo Mattotti, con immagini, bozzetti e tavole preparatorie; a cura di Lorenzo Viganò» fra due orsi alabardieri. Tanto più che la sontuosità grafica non fa di questo libro un prodotto esteriore, votato esclusivamente alla gioia degli occhi, ma come un piccolo «Meridiano», dotato d’un suo, seppur gaio e festoso, apparato filologico, contenente i bozzetti, gli appunti, gli scartafacci, le varianti d’autore per così dire e gli stadi precedenti del racconto di Buzzati.
D’altra parte, le vicende che portarono la fiaba alla sua forma definitiva furono molteplici e tribolate come quelle dei suoi eroici protagonisti. Essa nacque nella fantasia di Buzzati come trattenemiento de peccerille, delle due nipotine cioè, figlie della sorella Nina e di Eppe Ramazzotti, per le quali abbozzò circa otto disegni a matita. Allorché poi nel 1945 Emilio Radius gli propose di scrivere e illustrare un racconto per bambini da destinare al «Corriere dei Piccoli», Buzzati riprese le vecchie tavole e da esse fece pian piano germogliare la vicenda. Nelle ricche appendici del libro si trovano molte scene disegnate che non trovarono posto nella storia, testimonianze preziose di questa prima, copiosa genitura figurativa. La prima versione del racconto era suddivisa in due parti distinte, «La famosa invasione degli orsi» e «Vecchi orsi, addio», e così comparve sulle pagine del «Corrierino», prima che le vicende belliche obbligassero il giornale a chiudere, lasciando ancipite e incerto il destino dei baldanzosi orsacchiotti. Ripresa poi da Buzzati, la storia venne completata, al Granducato di Maremma, dove originariamente si svolgevano gli eventi, fu sostituita la Sicilia, e il testo s’arricchì d’alcune parti in versi e d’una presentazione dei personaggi con deliziose silhouette. In questa forma il racconto uscì per Rizzoli nel 1945, poi con alcune piccole modifiche per Aldo Martello nel 1958, infine, a partire dal 1977, il libro passò al catalogo Mondadori dove venne ripubblicato in un formato più striminzito e compresso. L’edizione presente (Oscar Moderni «Baobab», pp. 208, € 38,00) si riaccosta invece alle dimensioni dell’originale del ’45, pur risultando queste illustrazioni più pastose e levigate alla stampa di quanto non fossero quelle dell’edizione Rizzoli e della Martello.
Nel racconto degli orsi che, stremati dalla fame e dalla carestia, scendono a valle dove muovono guerra a un tiranno fatuo ed esagitato come una marionetta espressionista s’è ravvisata un’allusione alle contemporanee vicende storiche; nei fantastici marchingegni d’assedio, comuni tuttavia a molta letteratura d’immaginazione ottocentesca, le macchine della più recente tecnologia bellica; nelle rappresaglie del Granduca il ricordo di più moderni Erodi; anche se d’austriaco i personaggi della corte granducale non hanno in fine dei conti che il vago sapore d’operetta, tutto galloni e mossette. In questo campionario di fiaba, il professore De Ambrosiis ricorda Coppelius, l’espediente dell’orso Frangipane per espugnare la rocca quelli del barone di Münchhausen, la morte del Gatto Mammone, ucciso dall’eroe che se ne lascia ingollare, quella dell’Orca di Ebuda da parte di Orlando, il castello che disappare al tocco della bacchetta La fata delle briciole di Charles Nodier: tutto trasfigurato in una località che dovrebbe essere la Sicilia «del tempo dei tempi» ma che ha dello smagato e dell’astratto, con «monti alti e dirupati» e città «circondate da mura altissime e da munite fortezze», circhi equestri, teatri e casini da gioco, come di gotico e di mitteleuropeo insieme.
Visivamente le tavole richiamano spesso Bruegel il Vecchio o Bosch (al quale Buzzati dedicò un racconto, Il Maestro del Giudizio Universale) per la disposizione delle figure e la suddivisione del quadro in tante scenette autonome. La tavola dedicata al Mistero del parco delle Globigerine, con gli orsi che si concedono senza più verecondia alla bisboccia e alla crapula, sembra quasi una declinazione buzzatiana dei Proverbi fiamminghi del grande artista di Brega; e lo stesso può dirsi delle tavole Il furto della bacchetta magica e La bisca, quadro variopinto di costumi viziosi. Più ancora della freschezza delle invenzioni figurative e della varietà della narrazione, che dall’esordio picaresco e avventuroso si fa più ambigua ed enigmatica, tuttavia, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, stupisce per l’originale amalgama dei due linguaggi, dei quali quello visivo non si limita al ruolo ancillare. Queste tavole, che dell’invenzione narrativa sono state, come s’è detto, il germoglio, ne contengono già tutti gli sviluppi diegetici. Sicché a immaginare questi testi li si dovrebbe figurare come le strisce dipinte di un ventaglio che snodano l’immagine concentrata nella stecca. La prima delle illustrazioni della battaglia fra l’esercito granducale e le schiere degli orsi, per dire un esempio, riunisce in un unico quadro momenti distinti del racconto: l’inizio della pugna, gli ordini del granduca, il cannoneggiamento, lo scoramento degli orsi e la loro riscossa per intervento dell’erculeo Babbone; e lo stesso avviene in quella dedicata alla seconda battaglia, che porta alla presa della città, la quale raccoglie nella medesima scena l’inizio e la fine dell’assedio. Così di tavola in tavola il testo svolge la storia ch’è come acciambellata nell’immagine, similmente alle fanciulle delle melarance nella fiaba di Gozzi. E se l’illustrazione classica tende a descrivere il culmine dell’azione, queste di Buzzati sembrano contenerle tutte in potenza: l’autore le ha poi dipanate attraverso la prosa e, nella seconda versione, i versi.
D’una medesima copiosa genitura figurativa parlano le piccole figurine, gli schiccheri e i ghiribizzi che vanno qui e lì rubricando il testo come mostriciattoli d’antiche cattedrali. Molti di questi trucioli del lavoro immaginativo sono, si diceva, raccolti nelle belle appendici, assieme ai disegni di Mattotti; il quale, per restare negli stessi termini, sembra aver completato col suo film animato il lavoro di Buzzati. Cos’altro era da fare infatti se non svolgere ancora quel ch’era in embrione nelle tavole? Il segno di Mattotti è certo più morbido e rotondo di quello di Buzzati ma la materia è quella dei disegni originali, stesa in una pasta più lucente e spettacolare. Il regista ha aggiunto scene, raccordi, spiegazioni, enfatizzato le scene epiche, calcato i toni d’alcuni episodi: ha dato insomma continuità al racconto, come il testo aveva fatto con le tavole. E questa edizione infine coi suoi lussureggianti apparati ha dato a sua volta continuità al tutto. Rallegriamoci che si facciano ancora libri gioiosamente belli.

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