Beni culturali

Musei e visitatori, le cifre che sballano

Patrimonio. Fuori dal tartassamento mediatico e dai proclami pre-elettorali, come leggere i dati della crescita del consumo culturale. E l’appello di ex soprintendenti, docenti, archeologi, magistrati e ambientalisti che smaschera il caos della riforma Franceschini

 

Sapere che le persone vanno al museo, visitano mostre e siti archeologici, e lo fanno con numeri di massa, non può che rendere felici. Così, l’aumento del turismo nel nostro paese e la conseguente crescita – si spera – di benessere e civiltà per tutti. La cultura al centro del pensiero politico del governo potrebbe essere il talismano del futuro, ma le cifre sbandierate da Franceschini con toni trionfalistici (la campagna elettorale è già in corso) vanno letti anche per quello che realmente sono.

Va ricordato, per esempio, che gli incassi maggiori risentono del rincaro del prezzo dei biglietti, altrimenti si rischia di pasticciare con i conti. Che gli over 65 non sono più fruitori non paganti, e che i numeri gratificanti di visitatori sono dovuti anche alle domeniche gratuite – dato da tenere presente in sede di bilanci. Il tartassamento mediatico va, infine, ricalibrato alla luce dei tempi che viviamo. Il turismo premia l’Italia certamente per le sue incontrovertibili bellezze artistiche, ma anche perché si sono chiuse molte frontiere, a causa di guerre e atti terroristici.

In un paese dove i libri svaporano nelle case – soltanto il 40% degli italiani legge almeno un libro all’anno – e in cui le iscrizioni all’università sono in calo, la riforma Franceschini, che punta sulla parola «valorizzazione» (sinonimo di monetizzazione), non è tutta rosa e fiori. A testimoniare e riassumere il senso di caos che si respira nei beni culturali è un appello in cui ex soprintendenti e docenti universitari manifestano la loro preoccupazione in merito alla messa all’angolo, sempre più evidente, degli organi preposti alla ormai desuetissima «tutela». E se all’interno del ministero chi è ancora al lavoro è imbavagliato e non può fare dichiarazioni, allora in campo scendono gli «altri», ex soprintendenti, ambientalisti, associazioni, magistrati, letterati, archeologi, urbanisti, architetti. «Tocca a noi quindi – si legge nel loro Manifesto per la tutela – denunciare pubblicamente la gravità di una situazione in cui ministro e Ministero continuano a magnificare conquiste straordinarie, mentre la spesa statale per la cultura rimane una delle più basse d’Europa, un terzo di quella francese, metà di quella spagnola, e i suoi recenti relativi incrementi, beninteso rispetto al minimo dello 0,19% del bilancio statale toccato nel 2011 (governo Berlusconi IV) rispetto al 0,39% del 2000 (governo Amato II), vengono indirizzati su obiettivi futili o sbagliati».

Un esempio è l’investimento di 18 milioni di euro per l’arena del Colosseo, per non parlare del musical Divo Nerone sul Palatino, o ancora le gare di canottaggio nella vasca della Reggia di Caserta. La tattica di fondo è coerentissima: indebolire le soprintendenze e svuotare le leggi che proteggono il paesaggio. « La rete dissestata della tutela va letteralmente ricostruita – chiedono i firmatari al futuro parlamento – con la scelta strategica di far prevalere di nuovo l’interesse pubblico sugli appetiti privati, premiando i capaci e meritevoli, riempiendo i vuoti negli organici dei beni culturali, evitando la chiusura per ’vecchiezza’ di archivi e bibliotche dove l’età media del personale supera i 60/65 anni».

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