Le strade romane come mezzo di conquista

Appia, luogo di epifanie per il «viator»

Scaffale. «Andare per le vie militari romane» di Giovanni Brizzi, per Il Mulino

di Federico Gurgone , il manifesto, 16-10-2020

Giovanni Brizzi, docente di storia romana presso l’Alma Mater di Bologna, torna a scandagliare le mitopoiesi radicate nella topografia antica con Andare per le vie militari romane, agile volume pubblicato dal Mulino nella collana «Ritrovare l’Italia» (pp. 144, euro 12).

L’autore, ottimo divulgatore delle gesta anti-romane di Annibale e Spartaco, suggerisce questa volta al lettore itinerari all’aria aperta, per guidarlo lungo la spina dorsale di quel potere tutto materiale che né il cartaginese né lo schiavo ribelle seppero scalfire: la rete stradale. La narrazione scorre nei centoventicinque anni intercorsi tra il 312 a. C. dell’elezione a censore di Appio Claudio Cieco, nel pieno della Seconda guerra sannitica, e il consolato nel 187 a. C. di Marco Emilio Lepido. Nel mezzo, la censura di Caio Flaminio Nepote, che solo tre anni dopo la fondazione della via dedicatagli sarebbe morto combattendo contro Annibale. Tre magistrature per altrettante strade, dette – semplificando – consolari, nelle circa quattro generazioni necessarie a Roma per diventare grande on the road, prendendosi prima l’Italia, quindi il Mediterraneo.
Brizzi, volendo tessere le trame delle tre direttrici principali della Penisola, ne insegue le tracce dell’anima: l’arcaismo della religione per l’Appia, l’attitudine militaristica della Flaminia, una liminalità più concettuale che geografica inscritta nel cuore della Via Emilia.

NELLA STRATEGIA ROMANA, la mappatura del territorio era l’anticamera del trionfo. Che il paesaggio dovesse essere ridotto in forme adatte al dominio, Appio, Lepido e Flaminio lo avevano capito con due millenni di anticipo sul prefetto Haussmann, ideatore per conto di Napoleone III di un’urbanistica anti-barricate a Parigi. Certo le consolari insistevano su una base etrusca, ma fu l’aggiunta dei caementa a fornire il legante perfetto per la pietra filosofale del dominio. Il cemento fu per Cesare ciò che l’elettricità avrebbe dovuto essere per Lenin.
L’Appia è, secondo Brizzi, epifania di una religione primitiva. Inizia con una teoria di necropoli, tanto più ataviche quanto vicine al centro della città. Tombe abitate da morti che non disdegnavano, attraverso le epigrafi, di dialogare con il viator.
Alle porte di Roma si incuneava severo un bosco sacro, quasi un’introduzione ai cupi riti di Nemi; la fonte Egeria era innamorata di Numa Pompilio, istitutore del collegio dei pontefici; nel fiume Almone avveniva il lavaggio cerimoniale del meteorite nero di Cibele, lo stesso che era stato razziato dalla Frigia per salvare l’Urbe durante la Seconda guerra punica.
Allo spauracchio di Annibale faceva forse riferimento anche l’oscura etimologia del dio Redicolo, la cui radice richiama il verbo redire: «tornare indietro». Presso un tempio innalzato in suo onore, all’inizio dell’Appia, il grande africano potrebbe aver ordinato al suo esercito di invertire la marcia verso Roma, oppure nello stesso punto San Pietro avrebbe agito al contrario, lasciando le impronte dei piedi nel luogo dove sarebbe sorta la chiesetta di Domine, Quo Vadis?
Fatto sta che, qui, l’Appia è metafora di viaggio. E a Sperlonga, infatti, fa la sua comparsa l’eroe dei viandanti, Odisseo, che nella grotta di Tiberio assurse a simbolo di un’ermetica critica del principe al padre adottivo Augusto

SE L’APPIA, concepita da un politico espresso da banchieri e pubblicani e amante più del liberismo che della guerra, rappresentava lo strumento di un imperialismo ancora difensivo, la Flaminia fu pienamente figlia della consapevolezza di una vocazione all’impero universale. Nacque per portare i coloni del Sud oltre Rimini; fu percorsa da ogni armata che muovesse dalle Alpi verso Roma.
L’Aemilia era differente. Le altre strade erano nate per collegare città da tempo esistenti, bisognose di infrastrutture, ma ai bordi della creatura di Marco Emilio Lepido i centri abitati si svilupparono posticci per dare man forte a una via sorta dritta e imponente tra boschi e paludi, abitati da Galli inoffensivi e ridotti in miseria. Roma era padrona della terra e del mare, però il mondo senza tessuto viario al di là delle Alpi faceva paura. Fu un’Emilia paranoica a decretare l’esordio di una forma mentis tipicamente romana: il limes.

 

Una risposta a “Le strade romane come mezzo di conquista”

  1. Avevo già notato questo titolo e senz’altro lo metto in nota per i prossimi acquisti in libreria.
    Giovanni Brizzi mi è noto fin dai tempi di “Annibale” di Paolo Rumiz.

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