Il bacio più famoso della storia della pittura

Il bacio di Francesco Hayez: quante e quali sono le versioni?

di Federico Giannini e Ilaria Baratta, 22-2-2017

Le tre versioni del Bacio di Hayez in mostra a Milano tra 2015 e 2016

Le tre versioni del Bacio di Francesco Hayez in mostra a Milano tra 2015 e 2016

Uno dei momenti più suggestivi delle ultime stagioni espositive in Italia è stata la contemporanea presenza in mostra a Milano, sulla stessa parete, di tre versioni del Bacio, uno dei dipinti più celebri di Francesco Hayez (Venezia, 1791 – 1882), il grande genio del romanticismo italiano. L’occasione di vedere le tre opere riunite fu offerta dalla grande mostra, interamente dedicata ad Hayez (e intitolata, appunto, Hayez), che si tenne tra la fine del 2015 del 2016 alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano. L’esposizione dei tre “baci” generò tuttavia (e genera tuttora) un po’ di confusione sul numero esatto delle versioni del Bacio oggi note. Quante e quali sono, dunque, le versioni della celeberrima opera che si conoscono?

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Fortini metteva in luce la cecità comunista anche in campo artistico. Un libro da leggere anche oggi

Franco Fortini e i nostri «dieci inverni»

I comunisti. L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989

Rossana Rossanda, il manifesto, 28-10-2018

Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.

Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».

Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.

Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.

In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».

Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.

Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.

IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.

Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.

Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).

NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.

Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.

Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.

Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.

ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.

IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.

L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.

Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).

Patrimonio a rendita: perché no (parte seconda)

Fabio Antonio Grasso, Reggia di Caserta: la valorizzazione tra orsacchiotti e cuoricioni (Parte seconda).

A chi non avesse troppa dimestichezza con gli spazi della Reggia progettata da Luigi Vanvitelli (1700-73) ricordiamo che l’elemento più caratteristico e vincente, nella creazione di quell’immaginario collettivo che è tutto l’edificio, è rappresentato proprio dal piano terra.

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Ancora un condono con la scusa dell’emergenza

Luigi De Falco*, Il condono sull’isola d’Ischia: considerazioni ‘a margine’ sul decreto per Genova

Molti parlamentari sostengono che l’art 25 del decreto “ponte di Genova” intenda snellire i procedimenti di condono a Ischia e così agevolare l’assegnazione dei contributi per la ricostruzione, e vorrebbero emendare il testo solo con l’obbligo di sottoporre i condoni a pareri preventivi.

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La mostra di Mantegna a Roma

Il Mantegna parigino. Le opere del Musée Jacquemart-André

di Federico Giannini, Finestre sull’arte, 21-10-2018

Immagini dalla mostra La stanza di Mantegna

Recensione della mostra ‘La stanza di Mantegna. Capolavori dal Museo Jacquemart André di Parigi’ a Roma, Palazzo Barberini, dal 27 settembre 2018 al 27 gennaio 2019.

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, la pratica degli scambi in blocco d’opere d’arte tra musei internazionali non è una consuetudine recente. Semmai, è degli ultimi tempi l’uso a dare vita a prestiti reciproci che alimentano mostre totalmente inutili da una parte e dall’altra, e spesso è sufficiente che al centro rimangano, ça va sans dire, i grandi nomi, gli artisti capaci più d’altri d’esercitare un fascino magnetico sul pubblico.

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Un acido pamphlet su Milano a firma di Giovanni Agosti

Giovanni Agosti. Le rovine di Milano

Riporto alla vostra attenzione questo libretto del 2011 in quanto ancora attuale. Buona (si fa per dire) lettura

Abbiate pazienza se chioso le parole ma sono quelle che aiutano a capirsi. Il libro viene presentato come feuilleton ed io direi che, essendo il feuilleton una appendice a carattere letterario, è invece il caso di parlare di pamphlet, e cioè opuscolo, libello poiché si tratta di uno scritto a carattere polemico, buttato giù in fretta, in questo caso, per Alias, il supplemento culturale de il Manifesto. Così come non parlerei di rovine, piuttosto di macerie, dato che le macerie sono ciò che rimane delle rovine. Per intenderci, a Cartagine si visitano le rovine (quater sass direbbe un milanese), a Pompei le macerie.

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I limiti della proprietà privata

 Noi non siamo dei talebani: difendiamo l’arte, bene di tutti

Tomaso Montanari

La garbata lettera dell’importante mercante d’arte antica Fabrizio Moretti sulle esportazioni dei beni culturali dall’Italia, uscita sabato su questo giornale, merita una risposta.

Moretti non è tra i falchi del mercato, quelli che vorrebbero mani libere per esportare anche la cupola del Brunelleschi, riuscendo a smontarla. Ma al tempo stesso egli trova il nostro sistema di tutela troppo restrittivo, poco moderno e vessatorio verso i collezionisti e i mercanti onesti. Vediamo se riesco a convincerlo del contrario. Il nostro sistema funziona così: se possiedo un’opera d’arte con più di settant’anni (prima di Franceschini erano cinquanta: da qui l’uscita del Burri Crespi che ha dato il via al dibattito) e la voglio portare fuori dall’Italia, devo mostrarla a un ufficio esportazioni della soprintendenza. Qua storici dell’arte e archeologi la valutano, e decidono se può uscire o se è “bene culturale”.

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