Romanticismo alla riscossa: la mostra di Milano

Romanticismo italiano, bilancio del riscatto

A Milano, Gallerie d’Italia e Museo Poldi Pezzoli, “Romanticismo” di Ferdinando Mazzocca. Messo in scena l’Ottocento odiato da Roberto Longhi e riscoperto negli anni settanta: centrale la Milano di Hayez, poetica fenomenica al Sud…

Hayez, Molteni, d’Azeglio, Canella, Giuseppe e Luigi Bisi, Podesti, Inganni, Domenico e Girolamo Induno e scultori come Bartolini, Fraccaroli, Puttinati, Strazza, Vela, non si elencano più da molto come fossero pregiudicati. Colpevoli di essere ombre di ombre di qualche grande artista moderno, o solo portatori di patria retorica su stampe ingiallite nei corridoi della bisnonna. Leggi tutto “Romanticismo alla riscossa: la mostra di Milano”

Sublime e misteriosa colonna

Colonnati divini miti e misteri

Architettura. Elementi simili in ogni parte del mondo a significare il modello cosmico dell’universo

Il Cairo moschea di Al Amr

Dagli albori dell’Arte architettonica, i cui fondamenti esoterici nascono col tempo stesso dell’umanità, la colonna è stata la struttura portante per antonomasia. Molto più che altre componenti – architravi, ogive, trabeazioni – essa rappresenta infatti l’elevazione e, al tempo stesso, la forza, la stabilità e la bellezza, caratteristiche che la rendono centrale nella simbologia delle costruzioni sacre, basti pensare solo alle due grandi colonne, Jakin e Boaz, descritte nella Bibbia all’ingresso del Tempio di Salomone.

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La vita dei centri storici città autentico presidio democratico contro al degrado che è sempre culturale in prima istanza

Approvate questa legge per salvare i centri storici

di Tomaso Montanari, Fatto Quotidiano 19-11-2018

Una sfida a Camera e Senato. Alla maggioranza “del cambiamento”, e alla minoranza “della responsabilità”. Una sfida costruttiva: capace di riportare nelle aule parlamentari lo sguardo lungimirante e la lingua chiara e profonda della Costituzione.

 

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Alla Carrara piccola ma bella mostra su Botticelli e la congiura dei Pazzi

La Congiura dei Pazzi, l’evento che cambiò per sempre il volto di Firenze e dell’Italia. La storia attraverso l’arte

Sandro Botticelli, Ritratto di Giuliano de' Medici (1478 circa; tempera su tavola, 54 x 36 cm; Bergamo, Accademia Carrara)
Sandro Botticelli, Ritratto di Giuliano de’ Medici (1478 circa; tempera su tavola, 54 x 36 cm; Bergamo, Accademia Carrara)
La Congiura dei Pazzi fu un evento che cambiò per sempre il volto di Firenze e dell’Italia. Ripercorriamo la storia dell’attentato contro Lorenzo e Giuliano de’ Medici attraverso la storia dell’arte.

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Felicori: nessun rimpianto, ha trasformato la reggia in un brand pubblicitario

Tomaso Montanari, Felicori lascia una Reggia brandizzata quanto fragile

 

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Pubblicità per Thun-house sulla Reggia di Caserta

Mauro Felicori santo subito. L’ex direttore dei Cimiteri comunali di Bologna proiettato dalla riforma dei musei del suo conterraneo Dario Franceschini alla guida della Reggia di Caserta è un eroe nazionale.

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Riflessioni sul terrorismo in un ottimo libro, certamente non un’emergenza dei nostri tempi, storia, motivazioni conseguenze

Atti brutali per la conquista delle menti

Alessandro Colombo, Alias 11-11-2018

L’attentato di Sarajevo

Sia in Europa che negli Stati Uniti, il terrorismo è la figura centrale delle retoriche e delle pratiche di sicurezza degli Stati. Lo è in maniera quasi ossessiva a partire dall’11 settembre 2001 e dopo i successivi attacchi che hanno colpito buona parte dei paesi europei. Ma lo era già, in realtà, mano a mano che il declino prima e la scomparsa poi della minaccia sovietica avevano indotto a cercarle un sostituto altrettanto unitario e, soprattutto, altrettanto globale, in grado di racchiudere sotto la stessa etichetta la varietà dei conflitti e dei soggetti politici emergenti.

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Le chiese del Fondo Edifici Culto a pagamento?

Salvini potrebbe introdurre un biglietto a pagamento per visitare le chiese italiane?

Federico Giannini, 4-11-2018

A qualcuno potrà suonare come un paradosso, ma è noto che il Ministero dell’Interno gestisce un vastissimo patrimonio culturale, uno dei più preziosi del mondo: è il patrimonio del Fondo Edifici di Culto (FEC), un ente che detiene la proprietà di oltre ottocento chiese in tutta Italia. Fanno parte del FEC chiese importanti come Santa Croce e Santa Maria Novella a Firenze (oltre ai loro complessi monumentali), Santa Maria in Aracoeli, Santa Maria del Popolo, Sant’Ignazio, Santa Maria sopra Minerva e Santa Maria della Vittoria a Roma, e ancora la chiesa del Gesù di Palermo, la basilica di San Domenico a Bologna, San Domenico Maggiore, Santa Chiara e San Gregorio Armeno a Napoli.

Firenze, la Basilica di Santa Maria Novella. Ph. Credit Finestre sull'Arte

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Città d’arte come sfondi per il turismo massificato: la perdita dell’anima

Tomaso Montanari, La “bellezza inutile” delle città

Spopolamento; espulsione dei residenti, degli artigiani e dei negozi di necessità; moltiplicazione degli alberghi e soprattutto degli airbnb, dei negozi di gadget; crescita verticale del turismo; pianificazione urbanistica che inverte le priorità, preferendo infrastrutture per i visitatori a quelle per i residenti.

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Il bacio più famoso della storia della pittura

Il bacio di Francesco Hayez: quante e quali sono le versioni?

di Federico Giannini e Ilaria Baratta, 22-2-2017

Le tre versioni del Bacio di Hayez in mostra a Milano tra 2015 e 2016

Le tre versioni del Bacio di Francesco Hayez in mostra a Milano tra 2015 e 2016

Uno dei momenti più suggestivi delle ultime stagioni espositive in Italia è stata la contemporanea presenza in mostra a Milano, sulla stessa parete, di tre versioni del Bacio, uno dei dipinti più celebri di Francesco Hayez (Venezia, 1791 – 1882), il grande genio del romanticismo italiano. L’occasione di vedere le tre opere riunite fu offerta dalla grande mostra, interamente dedicata ad Hayez (e intitolata, appunto, Hayez), che si tenne tra la fine del 2015 del 2016 alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano. L’esposizione dei tre “baci” generò tuttavia (e genera tuttora) un po’ di confusione sul numero esatto delle versioni del Bacio oggi note. Quante e quali sono, dunque, le versioni della celeberrima opera che si conoscono?

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Fortini metteva in luce la cecità comunista anche in campo artistico. Un libro da leggere anche oggi

Franco Fortini e i nostri «dieci inverni»

I comunisti. L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989

Rossana Rossanda, il manifesto, 28-10-2018

Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta.

Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga».

Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini.

Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia.

In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari».

Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale.

Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica.

IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione.

Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile.

Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»).

NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento.

Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante.

Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin.

Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora.

ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj.

IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte.

L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi.

Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico).