Confusione, approssimazione e ignoranza: i programmi dei partiti di fronte ai Beni culturali…

Come parlano di beni culturali i partiti in lizza alle elezioni del 4 marzo? Abbiamo analizzato i programmi

Federici Giannini, Finestre sull’arte, 2-3-2018

È verosimile che ricorderemo la campagna elettorale che (finalmente) s’avvia verso la conclusione come la più squallida dell’intera storia repubblicana. E non soltanto per i toni ai quali le parti sono state in grado d’arrivare, ma anche per la sconfortante assenza di contenuti.

I principali partiti in lizza alle elezioni del 4 marzo 2018

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Pessima variante al Regolamento Urbanistico: si favorisce la speculazione e l’interesse privato

 

Ilaria Agostini, Dietro la facciata niente. Firenze dimentica il restauro

 

Tutelare o demolire? Conservare la scena urbana di Firenze, il brand che fa cassa, o favorire la speculazione immobiliare sull’edilizia storica? Un dubbio lacerante, ma la risposta è pronta: scavare case e palazzi, mantenerne le facciate e inserire al loro interno nuove strutture e nuove funzioni. È quanto prevede il documento di avvio di una Variante che introdurrà nel Regolamento Urbanistico fiorentino una pratica di intervento finora impedita dalla cultura del restauro e dal sistema di tutela nazionale.

Un po’ di storia. Nel 2017 i grandi cantieri nella città storica sono congelati in conseguenza di una sentenza della Corte di Cassazione (sez. Terza Penale, n. 6863) che censurava l’impiego della SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) per interventi di frazionamento edilizio e cambio di destinazione d’uso.

Per risolvere la situazione di stallo, il sindaco chiede aiuto a Roma. Roma risponde con la modifica al Testo Unico dell’Edilizia (DPR 380/2001). La modifica all’art. 3, apportata con un emendamento entrato in extremis nella “mini manovra” finanziaria (L 96/2017), inserisce nella categoria del “restauro” il mutamento della destinazione d’uso, purché compatibile e conforme alle previsioni di piano.

Il Piano Strutturale di Firenze sarebbe sufficientemente lasco per favorire i cambiamenti auspicati, eppure il Comune non si accontenta e rivendica maggior libertà per gli “investitori”. Ricorre dunque alla succitata Variante all’art. 13 delle norme tecniche di attuazione del RU (dicembre 2017), che ha appena avviato il suo iter.

Tentiamo di illustrare la ratio che ispira la Variante. A causa delle modifiche al TUE, il restauro sarebbe divenuto una categoria d’intervento troppo ampia, persino pericolosa per gli edifici storici del «centro Unesco»: per la loro efficace protezione gli uffici devono perciò provvedere ad «aggiornare la definizione dell’intervento massimo ammissibile sul patrimonio» di valore storico. I tecnici zelanti individuano allora la «limitazione massima ammissibile» in una classe d’intervento ancor più “permissiva”: cioè nella ristrutturazione edilizia «“semplice” o “leggera”» prevista da un decreto legge, relativo peraltro esclusivamente a normare procedimenti amministrativi (DL 222/2016, all. A; dal quale allegato si coglie fior da fiore, omettendo tuttavia di assumere che nella ristrutturazione “leggera” possono rientrare i soli interventi che non «comporti[no] mutamento d’uso urbanisticamente rilevante nel centro storico», p. 84).

Insomma, è la tutela all’inverso. È l’abbassare gli argini, affermando di rafforzarli. Un’azione disorientante vòlta ad ampliare le manovre speculative.

Il trucco sta tutto nel porre «limitazioni» alla ristrutturazione edilizia, che, ricordiamo, consente un insieme di opere che «possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente» (lett. d), art. 3, TUE). A Firenze, le limitazioni si “limitano” alla salvaguardia integrale della sagoma e «sostanziale» della facciata. È tutto, o quasi. Si salvano solo «androni, corpi scale» e i solai qualora non siano «privi di interesse» [sic]. Da questo meccanismo sono esclusi gli edifici vincolati, naturalmente finché restano in vita le Soprintendenze.

È urgente dunque ostacolare l’iter della Variante, non ancora adottata. Chiamiamo perciò all’azione residenti e turisti, comitati e associazioni, università e istituzioni culturali, italiane ed estere, affinché questo pericoloso dispositivo possa essere bloccato, in nome della tutela del patrimonio urbano, unico e irripetibile. Patrimonio privato, pubblico, ma innanzitutto comune.

Università in smantellamento

Salvatore Settis, Gli Atenei accattoni svendono il sapere

 

Definanziando ricerca, laboratori, biblioteche, l’Italia si allontana dai Paesi civili divenendo serbatoio in cui pescare talenti: così studiosi di prim’ordine, formati a spese del contribuente, emigrano
L’ ospizio di mendicità meglio noto come “università italiana” fu inaugurato festosamente dal duo Tremonti-Gelmini fra leggi, tagli di bilancio, mortaretti e champagne. Prima di quel raid punitivo, all’università si riconoscevano pregi e difetti. Fra i pregi, un alto livello di produttività scientifica, vicino a quello di Paesi con ben maggiori investimenti di settore (pubblici e privati), e un’alta capacità formativa, di cui è prova la prestigiosa collocazione in tutto il mondo degli studiosi formati in Italia. Fra i difetti, una crescente auto-referenzialità e la tendenza al nepotismo di scuola e talora di famiglia.

I due picchiatori allora al governo, contando sulla passività di docenti e studenti, misero in atto un piano ben congegnato, perseguito in sostanza dai loro successori fino a oggi. Da un lato deplorare, con l’aiuto di accoglienti media, difetti e scandali delle università, reclamando l’urgenza di una riforma purificatrice. Dall’altro sbandierare la retorica delle eccellenze, attribuendone il merito a se stessi: alle riforme, a nuove procedure di valutazione, a nuove istituzioni, dall’Iit (Istituto Italiano di Tecnologia) di Berlusconi al Technopole di Renzi che dovrebbe giustificare post factum le spese pazze per l’Expo. La politica dell’università e della ricerca si svolge dunque ormai all’insegna dello slogan “abbasso le università, viva le eccellenze!”. In questa tenaglia, i tagli di bilancio che mortificano ricerca e didattica si trasformano d’incanto in saggia condanna degli sprechi e degli intrighi, anzi in paterni inviti alla virtù e alla penitenza rivolti a una classe accademica di per sé dedita al vizio e allo sperpero.

Definanziando la ricerca, i laboratori, le biblioteche, l’Italia si allontana dai Paesi più fortunati e civili, che vi vedono ormai un serbatoio in cui pescare talenti: studiosi di prim’ordine, formati a spese del contribuente italiano, emigrano a decine di migliaia in tutto il mondo, senza che a compensare questa emorragia intervenga un comparabile flusso in senso contrario. Fatti di palmare evidenza, che tuttavia sfuggono alla maggior parte dei cittadini. L’università italiana, che dovrebbe essere il luogo deputato della progettazione del futuro, si allontana pericolosamente non solo dai suoi omologhi dei Paesi più avanzati, ma anche dalla stessa società per cui nonostante tutto continua a lavorare.

E visto che di competitività si riempiono tutti la bocca, cominciamo da qui. Per essere competitiva, l’università deve rispettare alcune regole generali, le stesse in vigore nei Paesi con cui dovremmo confrontarci. Vediamone alcune. Primo, garantire la stabilità delle strutture, convogliando le migliori energie degli studiosi nella ricerca e nella produzione dell’innovazione. Secondo, rinnovare di continuo sia gli strumenti della ricerca (laboratori e biblioteche) sia il corpo di insegnanti, garantendone la qualità sulla base di una rigorosa considerazione del merito. Terzo, competere con le università dei Paesi comparabili assicurando salari e fondi di ricerca concorrenziali. Su questi tre fronti, l’Italia fa l’esatto opposto. La struttura delle nostre università è stata sconvolta da una riforma pedante e ottusa, che ha modificato la topografia delle discipline raggruppandole in Dipartimenti di estensione e contenuto sempre diversi, con nomi di fantasia che cambiano da una sede all’altra, per cui a esempio le vecchie, oneste Facoltà di Lettere e Filosofia ora sono dipartimenti di Studi Interculturali in una città, Civiltà e forme del sapere in un’altra, Studi Linguistici e Culturali in una terza. Un balletto di etichette a cui non corrisponde nessun progresso di conoscenza ma la moltiplicazione di organi, riunioni, regolamenti, adempimenti e impicci che consumano tempo ed energie costringendo chi vorrebbe far ricerca entro la camicia di forza di una miope burocrazia.

Le tortuosità del sistema vengono giustificate come garanzia di qualità e di trasparenza, ma è arduo dimostrare che quel che a Harvard si può verbalizzare in una pagina a Roma debba richiederne duecento. La verità è che la complessità dell’iter di accesso ai ruoli apre la porta a una valanga di ricorsi, e sempre più spesso a decidere chi va in cattedra non sono gli esperti (che giudicano nel merito), ma il Tar o il Consiglio di Stato (che guardano solo agli aspetti formali).

Su questo scenario sconfortante cala il pesante sipario di una valutazione sempre più ciecamente basata su criteri esterni e sempre meno sul merito delle singole ricerche. Un articolo scientifico viene valutato non per i risultati raggiunti in proprio ma in base alla qualità della rivista che lo pubblica: un mediocre articolo su una rivista “di fascia A” vale molto più di un ottimo articolo in una rivista di “fascia B”. La stolta idea che criteri esterni come questo siano più “obiettivi” del giudizio di merito si è imposta perché spoglia chi giudica di ogni responsabilità etica e professionale. Ma è proprio qui la debolezza intrinseca del sistema: perché l’università e la ricerca, in quanto luoghi supremi del pensiero e dell’innovazione, devono educare prima di tutto alla responsabilità, scientifica e morale. E vengono invece spinte ad abdicare a questa loro vocazione, essenziale per il futuro della società. La moltiplicazione del precariato, l’enorme difficoltà di inserimento dei giovani (anche i migliori), le alchimie interne ai Dipartimenti che spesso tendono a distribuire gli scarsi fondi e le poche cattedre secondo meccanismi non di qualità ma di potere, il continuo inseguimento di fondi aggiuntivi mediante criteri invariabilmente etichettati come “eccellenza” (una delle parole più inflazionate della lingua italiana): questi e altri meccanismi risentono di una sorta di aziendalizzazione dell’università, che ne erode la funzione culturale e sociale.

L’università nel suo insieme, le singole sedi e i loro dipartimenti, i docenti d’ogni grado sono tendenzialmente ridotti a un esercito di postulanti, che tendono la mano chiedendo l’elemosina di qualche decimo di punto organico, di qualche etichetta di “eccellenza”, di qualche spicciolo in più. Ma anche chi crede di vincere questa difficile battaglia fra poveri sta in verità perdendo la guerra: perché per conquistare qualche posizione avrà dovuto piegarsi alla cinica burocratizzazione di ideali e istituzioni come la scienza, l’insegnamento e la ricerca, che dovrebbero essere il luogo dove si coltiva e si esercita la piena libertà intellettuale, la formazione di uno spirito critico, la cittadinanza responsabile. Per centinaia di migliaia di studenti e di docenti l’università è ancora questo: quando tornerà a esserlo per il Superiore Ministero?

Salvator Settis, FQ | 27 febbraio 2018

Ripubblicato un libro di Gombrich, intrigante maestro di interpretazioni.

Gombrich, sbattimenti alla National Gallery

Da Einaudi torna “Ombre” di Ernst Gombrich. Nel 1995, in occasione di una piccola mostra a tema della National Gallery, lo storico dell’arte viennese ragionò sull’«ombra portata» in pittura. Una domanda attraversa l’aureo libretto: perché in certe epoche dell’arte occidentale viene messa in discussione la «figura» dell’ombra?

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Storia dell’arte, storici dell’arte e politica. Una partecipazione a cui siamo chiamati tutti.

Tomaso Montanari, Franceschini e la politica

Mi sembra il caso di condividere questo articolo di Montanari dopo che abbiamo toccato con mano la politica culturale dei superdirettori al Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli, con le sale in cui si svolgevano corsi di yoga, con grottesca visione e puzza di piedi, e l’arbitraria e inconsistente sistemazione di numerose opere del museo a opera di Sgarbi e altri.

Buona lettura

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La cultura come inclusione e conoscenza: il Museo Egizio e il suo direttore contro l’arroganza

La memoria universale è di casa all’Egizio

Archeologia in polemica. Il direttore Christian Greco non solo ha risposto a Giorgia Meloni sfoderando la cultura al posto dell’arroganza, ma sta traghettando il museo verso una vera democrazia della conoscenza.

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Museo Egizio: un direttore eccellente, nominato per concorso e non con la legge speciale di Franceschini

Museo Egizio, chi è il direttore che Fratelli d’Italia vuole cacciare: vincitore di un bando, ha lasciato un incarico all’Università di Leida

Andrea Giambartolomei, Emergenza Cultura 12-2-2018

 

Una volta tornato in Italia, l’ex cervello in fuga Christian Greco ha rilanciato il museo torinese coniugando nuove ricerche e scavi a iniziative per attirare visitatori all’interno del palazzo, completamente rinnovato negli allestimenti, con iniziative “pop”. Così l’Egizio, tra i primi dieci musei italiani, è passato dai 772.934 visitatori del 2015 agli 845.237 del 2017. Ora però viene preso di mira dalla destra

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