Un cambiamento radicale e inaccettabile

Così la “secessione” leghista distruggerà il patrimonio

Tomaso Montanari, FQ 25-2-2019

Se c’è qualcosa che ci fa italiani, differenziandoci da tutte le altre nazioni e unendoci tra noi al di là delle infinite diversità della Penisola, ebbene, quel “qualcosa” è il legame tra pietre e popolo che dà il nome a questa rubrica. Una identità affermata nell’unico tra i principi fondamentali della Costituzione – l’articolo 9 – a pronunciare la parola “nazione”, rendendola inseparabile dalla “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico”.

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Riscoperte a Palermo

Vizzini, un piccolo maestro a Palazzo Butera

Un restauro a Palermo. Nell’aristocratica dimora verso Porta Felice, ridata alla città dai Valsecchi, i sopraporta di Gaspare Vizzini, ora restaurati, e studiati da Claudio Gulli: sarebbero piaciuti a Diderot…

Giorgio Villani, Alias, 24-2-2019

Uno degli undici sovrapporta  di Gaspare Vizzini (1780 ca.), Palermo, Palazzo Butera

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Pochezza di una mostra “annunziata” a Palermo. Come andrà a Milano dove è annunciato il trofeo?

 Se Antonello da Messina viene offeso nella sua stessa terra

Silvia Mazza, Emergenza Cultura, 12-2-2019

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Perché scrivere di una mostra all’indomani della sua chiusura? Può essere utile, se l’obiettivo non è quello «tradizionale» di una recensione, allo scopo di incentivare le visite o scoraggiarle, ma quello di iniziare a pretendere che ai visitatori vengano riconosciuti dei diritti, equiparandoli a dei veri e propri consumatori, anche se trattasi del terreno eletto dell’arte. Consumatori del Bello, di valori intangibili, secondo un processo di «consumo» unico e irripetibile, che non fa deperire il bene in oggetto, come se si trattasse di un abito o un alimento, ma che al contrario concorre a un accrescimento qualitativo del benessere dell’individuo.

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In previsione di un viaggetto autunnale a Venezia …+

La “Vecchia” di Giorgione prima e dopo. Tutto sul restauro del capolavoro di Venezia

Giorgione, La Vecchia, prima e dopo il restauro. Archivio fotografico GAve - su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ph. Matteo De Fina

Giorgione, La Vecchia, prima e dopo il restauro.

È terminato il restauro della Vecchia, capolavoro del Giorgione (Castelfranco Veneto, 1478 – Venezia, 1510). L’opera, conservata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, rimane per qualche giorno ammirabile dal pubblico veneziano, per poi partire alla volta degli Stati Uniti: sarà in Ohio, al Cincinnati Art Museum, dal 15 febbraio al 5 maggio, e poi in Connecticut, al Wadsworth Atheneum di Hartford, dal 15 maggio al 4 agosto. Il restauro dell’opera è stato condotto da Giulio Bono con la collaborazione di Silvia Bonifacio, sotto la direzione di Giulio Manieri Elia e Maria Chiara Maida e, per le indagini scientifiche, di Ornella Salvadori. Le operazioni sono state finanziate dalla Foundation for Italian Art & Culture, nel quadro di un accordo sottoscritto con il museo, volto ad accrescere la visibilità delle Gallerie dell’Accademia nel mondo. Quella che segue è la nota tecnica ufficiale del restauro, che presentiamo in versione integrale data la complessità del restauro e l’importanza del capolavoro.

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La mostra di Paul Klee al MUDEC: potrebbe valere la pena

Paul Klee, l’interprete del non visibile. La mostra al MuDEC di Milano

Recensione della mostra ‘Paul Klee. Alle origini dell’arte’ al MuDEC di Milano dal 31 ottobre 2018 al 3 marzo 2019.

di Federico Giannini, 3-2-2019

Sala della mostra Paul Klee. Alle origini dell'arte

Non trascorse molto tempo dalla pubblicazione del suo visionario saggio Lo spirituale nell’arte, che Vasilij Kandinskij (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944) cominciò a maturare il proposito d’avviare la stesura d’un almanacco che raccogliesse riproduzioni delle più disparate creazioni artistiche: dipinti, sculture, disegni, incisioni, arazzi ma anche oggetti etnici, opere d’arte provenienti da culture extraeuropee, lavori creati da bambini. Un’eterogenea collezione che, assieme agli scritti teorici che l’avrebbero accompagnata, si poneva l’intento dichiarato d’estendere i limiti esistenti dell’espressione artistica e si configurava al contempo come pionieristica indagine sugl’impulsi che spingono l’essere umano a fare arte.

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Sul Neoclassicismo come fondamento della pittura romantica

Nobile semplicità e quieta grandezza: Winckelmann e le basi del neoclassicismo

di Federico Giannini, 28-7-2014

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Non si potrebbe comprendere il neoclassicismo senza far riferimento alla figura del principale teorico di questo movimento che si sviluppò nella seconda metà del Settecento e contraddistinse anche buona parte del secolo successivo: stiamo parlando di Johann Joachim Winckelmann (Stendal, 1717 – Trieste, 1768), autore del fondamentale saggio Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura (titolo originale: Gedanken über die Nachahmung der Griechischen Wercke in der Mahlerey und Bildhauer-Kunst), pubblicato nel 1755. In questo saggio, compare un passo essenziale per la comprensione del neoclassicismo. Eccolo qua per intero:

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Il Soffitto dello Steri di Palermo, per la rinascita

Il restauro del soffitto ligneo decorato di Palazzo Chiaromonte-Steri. Realizzato dall’Università di Palermo, un complesso intervento sul gioiello della Sala Magna, che rappresenta il meglio della cultura feudale siciliana nell’autunno del Medioevo. Studiato da Ferdinando Bologna in un felice libro del 1975, costituisce il fuoco ideale di un assetto urbanistico «a venire» della Kalsa

Claudio Gulli, Alias, 10-2-2019

Amanti in un dettaglio del soffitto ligneo di Palazzo Chiaromonte-Steri decorato nel 1377-’80
Amanti in un dettaglio del soffitto ligneo di Palazzo Chiaromonte-Steri decorato nel 1377-’80

Circa un secolo fa, se avessero chiesto ad Antonino Salinas quale fosse secondo lui la giusta destinazione d’uso dello Steri, l’illustre archeologo non avrebbe avuto dubbi. Il trecentesco palazzo dei Chiaromonte doveva divenire un museo. Durante tutta la sua vita, Salinas ha lamentato la ristrettezza degli spazi per il Museo Nazionale da lui diretto – e che oggi porta il suo nome. E fu ben poco ascoltato anche quando propose di ospitare allo Steri una sezione dedicata all’archeologia e al Medio Evo. Ma se anche fosse stato deciso di realizzare un museo allo Steri, diciamo verso il 1890, un dibattito cólto si sarebbe prodotto sui criteri museografici cui attenersi. Sul punto infatti, un altro gigante della cultura ottocentesca palermitana, Giovanni Battista Filippo Basile, avrebbe contraddetto il direttore. L’architetto del Teatro Massimo avrebbe visto volentieri allo Steri un museo come il South Kensington, un «Museo Artistico Industriale», legato alle Esposizioni Nazionali e meno schematico del modello tedesco che Salinas aveva in mente. E quando a Basile senior fu chiesto di progettare la piazza Marina, che sorge di fronte al cubo trecentesco dello Steri, lui si inventò uno square-garden, tanto era fissato con le idee inglesi. Queste posizioni si riverberavano in articoli e commissioni ministeriali, ma a inizio Novecento lo Steri perse una prima grande occasione. Al primo piano, né furono sistemate le collezioni nazionali, né si fece un museo di arti decorative. Le sale trecentesche accolsero invece le camere di udienza della Corte di Appello – una destinazione smantellata solo nel 1958.
Da qualche tempo infatti, era in atto una riscoperta, soprattutto del grande soffitto, dipinto fra 1377 e 1380 da tre pittori che si firmano Cecco di Naro, Simone da Corleone e Pellegrino Darena da Palermo. Questo straordinario documento della cultura medioevale – circa ventisette per otto metri di tavole dipinte – aveva conosciuto notorietà europea a partire dalla metà dell’Ottocento. Inglesi e francesi che vedevano nell’Alhambra una quintessenza dell’arte applicata non potevano che trovare allo Steri valide risposte per i loro occhi. Chi si formava in Sicilia in clima postunitario, spendendo la vita fra restauri, archivi e biblioteche – parlo di Gioacchino Di Marzo –, vedeva invece nel soffitto l’espressione figurativa di quei baroni, i Chiaromonte, che avevano per secoli tenuto la Sicilia sotto il giogo della feudalità. Ma i Chiaromonte non erano né gli Sforza né i Gonzaga, e infatti lo Steri, anche come dimensioni, non è proprio il Castello Sforzesco o il Palazzo Ducale di Mantova.
Gli spagnoli decapitarono Andrea, l’ultimo esponente della famiglia, nel 1391, proprio davanti la sua residenza. A riprova del loro dominio sui baroni siciliani, i regnanti si insediarono nel palazzo, che al tempo di Martino il Giovane dovette avere un fascino quasi almohade, con giardini, aranci e fontane, tuuto elaborato sul modello delle residenze reali sparse fra Sardegna e Catalogna. Per breve tempo, toccherà ai Viceré prendere possesso del palazzo, ma per secoli lo Steri sarà soprattutto la sede dell’Inquisizione, con tanto di uffici, tribunali, celle, carceri, torture ed esecuzioni capitali. Le carceri con i graffiti sono ormai un punto imprescindibile di chi visita lo Steri, e anche nel mondo degli studi si registrano preziosi avanzamenti, come dimostra il libro, fresco di stampa, sulle Parole prigioniere. I graffiti del Santo Uffizio di Palermo (a cura di Giovanna Fiume e Mercedes García-Arenal, Istituto Poligrafico Europeo, pp. 312, euro 17,00).
Eppure, figurativamente, il palazzo è in gran parte rimasto bloccato al Trecento, grazie soprattutto al soffitto ligneo della Sala magna, che riporta chiunque vi entri all’epoca dei Chiaromonte. Chi vuole saperne di più deve ancora rileggersi la monografia del 1975 di Ferdinando Bologna: Il soffitto della Sala Magna allo Steri di Palermo e la cultura feudale siciliana nell’autunno del Medioevo, per Salvatore Flaccovio – libro della stagione più felice, sia dell’autore che dell’editore. Bologna ha notevolmente ampliato i termini dello spettro di circolazione culturale del soffitto, individuando non solo le componenti giottesche (via Napoli) e islamiche (via Maghreb), ma anche quelle inglesi e francesi, soprattutto per il tramite delle miniature, a disposizione di pittori e uomini di corte del tempo. Come in un contrasto, nel soffitto sono rappresentati exempla e partiti decorativi: usando le storie di Susanna o di Giasone, di Didone o di Lancillotto, quasi sempre si ruota attorno al tema amoroso, come a specificare che due nuovi sposi dovranno intendere bene il racconto morale delle tavole. Un matrimonio documentato è quello fra Manfredi Chiaramonte e Eufemia Ventimiglia, e Bologna sospettava che si potesse datare al 1377 – d’altronde, gli stemmi delle due famiglie sono disseminati per il soffitto, e bene in evidenza sulle quattro fasce laterali.
Al momento, il soffitto è oggetto di un epocale intervento di restauro, realizzato dall’Università di Palermo, che comporta la rimozione delle assi dipinte dalle travi e il trasferimento in un laboratorio allestito in loco: qui le tavole sono sottoposte a consolidamento, velinatura, pulitura e ritocco. È quindi una straordinaria occasione di studio, e questo lavoro meritorio si somma ai numerosi impegni dell’Università sul fronte dei restauri. Proprio allo Steri, da anni è in corso il recupero dell’intero complesso monumentale. I restauri dei cortili permettono lo svolgimento di concerti e giornate di orientamento, mentre nei tanti ambienti del complesso si tengono mostre e conferenze.
Quando Carlo Scarpa e Enrico Calandra vennero incaricati di progettare la nuova sede del Rettorato allo Steri, il contesto era ben diverso. La Kalsa, il quartiere dove sorge il palazzo, era all’abbandono; nonostante a pochi passi vi fosse Palazzo Abatellis, dove proprio Scarpa nel ’53 aveva sistemato quelle collezioni che Salinas avrebbe volentieri collocato allo Steri. E quella, per lo Steri, fu un’altra occasione mancata: la Sala magna venne adibita ad aula conferenze del Rettorato. Infatti, prima dell’inizio dei lavori, il percorso di visita allo Steri non contemplava l’apprezzamento del soffitto.
Il giorno dopo il completamento del restauro del soffitto, si produrrà una nuova opportunità storica, per la città, la sua Università e il palazzo. Un progetto museografico che sia in grado di ridisegnare il rapporto fra la Sala magna e l’attuale percorso di visita potrebbe restituire piena centralità al soffitto. Come il Bargello a Firenze, lo Steri si riprenderebbe a pieno titolo il posto che gli spetta, nelle fruizioni dei monumenti palermitani. Quel senso di distanza proprio dell’architettura chiaramontana – è quasi un castello in città – si potrebbe smontare ritrovando la connessione del complesso monumentale con il mare, a meno di cinquecento metri, ma anche con le chiese del Barocco, con Palazzo Abatellis, con il sublime e poco distante Orto botanico, con lo Spasimo, e con i tanti altri luoghi della Kalsa che hanno grande valore culturale, ma poca riconoscibilità.
È più o meno un fatto noto che il progetto museografico più impegnativo di questo momento storico lo stia intraprendendo l’Università di Berlino – quella stessa capitale a cui Salinas guardava con tanta ammirazione. Era la Berlino di Bode, oggi è quella di Neil MacGregor. Ma la stessa esigenza, di raccontare una civiltà universale, sembra essere sul piatto, sia a Berlino che a Palermo.

Attualità di Raffaello in attesa del centenario

Raffaello, la sprezzatura del pittore-canone

“Raffaello a Roma. Restauri e ricerche”, a cura di Barbara Agosti, Silvia Ginzburg e Antonio Paolucci, edito dai Musei Vaticani. In attesa, nel 2020, del cinquecentenario della morte, un volume fa il punto sull’Urbinate, con rivelazioni: spregiudicatezza nell’interpretare il rapporto tra stile e tecnica, che contraddice lo stereotipo del maestro tutto regole e teoria

Un dettaglio della

Un dettaglio della “Messa di Bolsena”, affresco di Raffaello Sanzio situato nella Stanza di Eliodoro, una delle Stanze vaticane. Fotografia realizzata da Paolo Violini nel corso del restauro da lui condotto Leggi tutto “Attualità di Raffaello in attesa del centenario”

Opportunità e rischi di essere capitale della cultura

Matera resti così com’è: la modernità la rovinerebbe

di Tomaso Montanari, FQ 21-1-2019

La posta in gioco è davvero alta. E non certo per la retorica che si porta dietro la “capitale europea della cultura”: un carrozzone che bisognerebbe, anzi, avere il coraggio di ridiscutere

profondamente. No: la posta in gioco è Matera stessa. Ciò che rappresenta: perché Matera, da quando è comparsa all’orizzonte della cultura italiana (dopo il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, 1945), è stata un antidoto all’opinione dominante, a ciò che era successo alle nostre città, ad un rapporto malato con il passato e con il paesaggio.

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