Letture per l’estate: il “principe dei musici” contemporaneo di Caravaggio

Carlo Gesualdo da Venosa

Libri. La biografia del “principe dei musici” vissuto tra il 1566 e il 1613, dello storico Annibale Cogliano,con un cd e libretto d’opera a cura di Dinko Fabris

Il finale simbolico di un pappagallo bianco resistente nei secoli resterà nei nostri desideri inesauditi di vedere un film atteso per anni ma che il suo autore (Bernardo Bertolucci) non ha potuto iniziare anche se «Paradiso e Inferno» (questo il titolo scelto) si annunciava già come la grande biografia filmica su Carlo Gesualdo. Circola invece da un po’ di tempo un ricchissimo libro che occorre al più presto liberare dalla nicchia degli studiosi e degli eruditi e portare all’attenzione di un pubblico più vasto.
«La più accurata biografia mai prodotta sulla figura di Carlo Gesualdo da Venosa, uomo e musicista». Così Glenn Watkins, studioso emerito del musicista madrigalista ritenuto da tanti precursore della musica moderna, nell’introduzione al poderoso ed elegante volume dello storico Annibale Cogliano che al «princeps musicae» ha dedicato lo studio storico-critico più analitico e minuzioso. «Carlo Gesualdo da Venosa. Per una biografia» è un libro di pagine 468, con ricco corredo di stampe d’epoca più cd musicale (Giuseppe Barile Editore, euro 60). Il cd + il “libretto d’opera» è curato da Dinko Fabris, altro studioso di Gesualdo. E si può dire che, in attesa del film che Bertolucci un giorno farà su questo musicista che ha intrigato tanti artisti (Igor Stravinkij andò in pellegrinaggio al suo castello ben due volte negli anni 50 e gli dedicherà l’opera «Monumentum pro Gesualdo» nel 1960), questo volume ha il sapore della magniloquenza filmica del kolossal, dell’intreccio tra storia, cronaca, delitti (Carlo Gesualdo fu il mandante dell’uccisione della consorte e del suo amante), tentativi di redenzione (forse), in un approccio alle questioni musicali che si fa prima storia del personaggio e del suo tempo, poi rapporto ambiguo dell’eroe con il mistero attraverso streghe e malefici, quindi abbandono spesso doloroso all’arte della musica. Carlo Gesualdo, vissuto tra il 1566 e il 1613, è l’autore di un corpus musicale di «Responsori», «Sacre Cantiones», «Mottetti», «Madrigali». Ma qui non è solo l’analisi della musica ad essere attraversata dal senso della storia ma il rapporto tra nord e sud d’Italia visto con gli occhi di un approccio alla medicina (e alla contraddizione uomo-donna) del tutto diverso: si leggano le belle pagine sulla malattia di Eleonora d’Este seconda moglie di Gesualdo. Questo libro è una costruzione dove micro e macro storia si intrecciano, in modo spesso mirabile, con l’irrazionalità dell’arte per produrre scintille in un viaggio che appassiona.
E naturalmente non può mancare l’analisi sull’influenza preponderante della chiesa cattolica contro riformatrice: «Nei paesi dell’Europa mediterranea, il Seicento barocco della Chiesa, diversamente dal Nord Europa, investe la cultura più profonda, quella dell’anima intesa come mondo psichico conflittuale, di eros e thanatos, luogo di contraddizioni, di visione del mondo, di elaborazioni faticose e sofferte, le cui ferite e aperture di salvezza, fisica e psichica, si giocano in un delicato processo di controllo sociale e spirituale che ha ad oggetto tanto la coscienza delle masse, che l’anima di un principe. E Carlo Gesualdo in particolare – pronipote di un papa, nipote di un santo e nipote del potente arcivescovo napoletano – è una terra di conquista, una preda spirituale ancora più agognata, quanto maggiore è il suo peso politico e simbolico nell’aristocrazia del Regno».
E se interessanti restano le pagine sui malefici, stregonerie, con l’assoluta umiliazione e subordinazione del mondo femminile, la ricca analisi sulla musica di questo artista lascia aperti spazi per ulteriori contaminazioni e apporti critici. Perché se è vero che questo volume ha lo spessore della «summa» dove sembra non ci sia più nient’altro da aggiungere, in realtà ridà l’avvio a una nuova, possibile stagione gesualdina in campo critico. Intanto, per dare un’idea della ricchezza critica, si legga questo parallelismo tra Gesualdo e Caravaggio che Annibale Cogliano mette in pagina così: «Se ossessione in Carlo c’è, è proprio nel tentativo di conferire all’arte sacra la funzione di eternizzare gli attimi unici e irripetibili del dolore e della morte della vita, propria della condizione umana. Allo stesso modo, Caravaggio, nel Golia dalla testa mozzata (ma è solo uno dei tanti esempi delle sue creazioni), fa il ritratto di se stesso, fuggiasco nello spasimo degli ultimi istanti della morte che lo sovrasta e lo insegue”

in Alias, 7-7-2018

 

Paesaggio, natura e storia: qualche riflessione

Cosa è il paesaggio

Troppo spesso le grida d’allarme per il riscaldamento del pianeta sono servite come alibi per contrabbandare operazioni utili soltanto a chi le proponeva e pagate dalle tasche dei contribuenti.

Di Carlo Alberto Pinelli

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante  regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati ( pascoli e boschi ) o non assoggettabili in alcun modo ( loci horridi )alle esigenze materiali dell’uomo.  Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile  della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

Il tema di cui dobbiamo oggi occuparci, vale a dire le nostre valutazioni relative alla invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, non ci permette di affrontare l’argomento, di per sé affascinante ( e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno di questi appunti ruoterà intorno all’Ager: i luoghi della vita.

 

Panorama VS Paesaggio

Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi.  Entrambi  sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere.  Però poi il primo – il panorama –  fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia ( cito a memoria le parole della professoressa Luisa Bonesio ) tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far si che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim  Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”.  Questa ultima annotazione – con sentimento –  è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso  che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile.  Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

Già molti anni fa Guido Ceronetti scriveva: “ E’ una campagna che somiglia a una bambina bellissima, che un cancro ha devastato in un solo lato del viso, cancellandone un occhio e lasciando l’altro aperto per lo stupore e il silenzioso rimprovero. E’ una campagna umiliata, sofferente, che si vergogna di non poter sparire; nella quale ogni nuovo insediamento industriale è come un vistoso chiodo nella carne, disperata di non aver difesa (…). Una delle grandi tristezze di queste campagne intristite è la gratitudine delle vittime umane, il loro leccamano contento, a volte la loro partecipazione attiva perché sia più alto, più intenso il grado del proprio scempio. E’ una vergogna che le peggiori forme della civiltà urbana siano accolte con tanta “cupio dissolvi” dalle campagne.”

Crampiolo. Verbano Cusio Ossola

La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva  contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli.  Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

La dignità del Paesaggio

E allora? Allora è’ ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti.  Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano.  Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani, o dal denaro che viene loro offerto in cambio. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro ad una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori  come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio ( o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio.  Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità anche paesaggistica dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena. Così come fa pena leggere che quegli stessi personaggi utilizzano contro di noi (che siamo contrari non all’oculata utilizzazione delle fonti energetiche alternative ma  all’indiscriminata invasione delle pale eoliche),  le stesse squallide argomentazioni utilizzate da sempre contro le ragioni degli ambientalisti dalla speculazione edilizia e industriale. Se le pale eoliche sono belle, se le pale eoliche devono essere sostenute ciecamente in quanto ( secondo loro) producono occupazione e ricchezza, perché allora non considerare positivamente anche la colata di cemento che ha snaturato le coste italiane, offrendo lavoro a decine di migliaia di persone?  Dove sta la differenza? Che le pale eoliche stiano producendo ricchezza è certo. Ma ricchezza per chi? Vogliamo cominciare a chiedercelo?

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli o orrendi. Ciascuno può pensare ( o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con decine di migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale ad una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’ armonica percezione.

Ciò equivale ad una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive.  Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Tre Cime di Lavaredo. Foto: Alessandro Toller

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, di cui parlava Ceronetti, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi ( ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maitre a penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian ha parlato di “fascismo eolico” . La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci. E questo è tutto.

Spero che questo nostro intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Non posso chiudere questa breve serie di riflessioni senza rendere noto, a chi ancora non lo sapesse, che l’imminente e  vandalica manomissione del paesaggio collinare italiano porterà solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica.  La scandalosa sproporzione tra costi ( paesaggistici, ambientali, ecologici ) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri.

Carlo Alberto Pinelli

in Mountain Wilderness Italia, 3 luglio 2018

 

Bibliografia

Remo Bodei: Paesaggi Sublimi, ed. Bompiani 2008
Luisa Bonesio: Geofilosofia del Paesaggio, ed: Mimesis 2001
Luisa Bonesio: Paesaggio, Identità, Comunità tra Locale e Globale, ed. Diabasis 2007

Il nuovo allestimento degli Uffizi: si può pensare di aggiungere valore a Michelangelo?Tondo Doni

E’ presuntuoso credere di accrescere il valore di un’opera come il Tondo Doni.

Il Direttore degli Uffizi Eike Scmidt davanti al Tondo Doni. Ph. Turismo Italia News

Il Direttore degli Uffizi Eike Schmidt davanti al Tondo Doni. Ph. Turismo Italia News

 

Uffizi, il Tondo Doni nel vecchio allestimento

Uffizi, il Tondo Doni nel vecchio allestimento

Infuriano le polemiche e le discussioni sul nuovo allestimento del Tondo Doni agli Uffizi

Sparite le pareti rosso cardinale che ospitavano il Tondo, la stanza trova una sua cifra minimale anche dal punto di vista dei colori e dei supporti. Il doppio Ritratto di Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, ad esempio, è sospeso (o intrappolato?) tra cliniche lastre di vetro (dal sapore un po’ didattico, in verità), mentre altri dipinti sono inserite in nicchie rettangolari, che un chiaro gusto per la “confezione” ha ritagliato in mega pannelli laterali, asettici anch’essi, ancorché molto presenti.
Ripensato anche il colore. Muri reinventati radicalmente da un grigio chiaro, morbidamente steso per aumentare la luce e archiviare la patina classica delle tipiche raccolte museali storiche. Spazio freddo, neutrale, contemporaneo.
Infine, con un colpo d’occhio che ha scatenato polemiche, lo strepitoso Tondo Doni si ritrova incastonato in una nicchia circolare profonda, grigia anch’essa, imponente come un occhio piazzato in mezzo a un tempio. Impossibile non azionare l’immaginazione. L’oblò di una lavatrice, un possente subwoofer, un’opera di Anish Kapoor, un tiro al bersaglio, l’espositore di un negozio di cosmetici super chic o di una gioielleria, la finestra di una casa futuristica in un film di fantascienza Anni Settanta. Insomma, nulla che rimandi a un museo, a una collezione cinquecentesca, a certe architetture aristocratiche o religiose. (Helga Marsala in Art Tribune, 6-6-2018)

Perchè così non si poteva leggere e rileggere come era prima? Non dico che non bisogni mai cambiare la posizione delle opere e l’allestimento delle sale, ma la spettacolarizzazione proposta a volte mi sembra gratuita e fatta giusto per far parlare di sé e dell’allestimento invece che per fornire ai visitatori uno strumento in più per comprendere il silenzioso, anzi silenziosissimo, linguaggio delle opere. Interessanti quindi gli accostamenti con la testa di Alessandro e le opere di Raffaello, storicamente e criticamente assai pertinenti (confronti analoghi e altrettanto seducenti erano d’altronde presenti nel precedente allestimento).

Ma forse che Michelangelo necessitava di una nuova cornice, che tra l’altro svilisce la sua autentica e bellissima, per essere letto? Per essere capito? per essere apprezzato???? Che l’essere inserito in quel contenitore ne aumenti il valore e la leggibilità? A me sembra che si sposti in tal modo l’attenzione, soprattutto agli occhi del visitatore, che spesso è “sprovveduto” , dal quadro alla cornice, capovolgendo e magari annichilendo o smorzando la capacità di trasmettere senso dell’opera stessa. Quindi, in definitiva, si diseduca a leggere l’opera, cioè il contenuto, fissando l’attenzione sulla cornice, il contenitore. Se il contenitore fa aggio sul contenuto si rischia di smarrire il messaggio dell’opera, la sua formidabile potenza evocativa ed educativa. Rimane quasi solo la possibilità di interpretare criticamente il contenitore, esercizio che stiamo facendo, ma che è povera cosa rispetto alla riflessione su Michelangelo. In pratica oggi vediamo più Eike Schmidt che il fiorentino, e tutto sommato Eike Schmidt non ha minimamente lo stesso interesse. Più che aiutarci a interpretare la storia finisce per manipolarla. Il che può essere corretto in un museo d’arte contemporanea, ma non nei confronti di un’opera del passato, dove la riflassione storico-critica ha una funzione ineludibile.

Michelangelo non ha bisogno di orpelli, ma solo di una corretta esposizione. La sua forza centrifuga è tutta nell’opera, e innesta un moto perpetuo che innerverà la pittura per ceninaia di anni. Nessun elemento esterno può aumentare questa forza dirompente.

Così trattata una delle opere più sconvolgenti della storia della pittura è giustamente ridotta al rango di oggetto di irrisione sui social forum. A ogni direttore il suo pubblico. Peccato che chi ci rimette sia la collettività, che vede svilita una delle più preziose opere che il direttore (qui grazie alla riforma franceschini) ha trattato come se fosse un gadget di lusso da mettere in vetrina. Inammissibile.

Un meme che prende in giro il nuovo allestimento pensato per il Tondo Doni agli Uffizi

Visto da vicino: prorogata la visita lungo gli antichi camminamenti per il Pordenone a Santa Maria di Campagna

Salita al Pordenone: ammirare “in quota” la “Cappella Sistina” del grande pittore friulano

Prorogata fino al 15 luglio 2018 la Salita al Pordenone

Il ciclo di affreschi del Pordenone che decora la cupola della basilica di Santa Maria di Campagna a Piacenza è uno dei grandi capolavori del Cinquecento ed è considerata la Cappella Sistina del pittore friulano. Un racconto degli affreschi dopo una visita ‘in quota’.

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Ripassiamo l’estasi di swanta Tersa di Bernini che abbiamo appena visto a Roma

La santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini: il capolavoro in Santa Maria della Vittoria a Roma

Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa Teresa

Se dovessimo scegliere un gruppo scultoreo che meglio d’ogni altro possa rappresentare il Seicento e il Barocco, molto probabilmente indicheremmo l’Estasi di santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 1598 – Roma, 1680):

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L’accesso al patrimonio culturale deve essere gratuito. Un chiaro e semplice articolo di MiRiconosci?

Perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale

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Chi ci segue l’ha percepito da alcuni nostri post e articoli, “Mi Riconosci?” difende l’accesso gratuito alla cultura: una posizione che, almeno nel nostro Paese, è ancora di minoranza, e che anche nella nostra pagina Facebook ha sollevato alcune polemiche. Per questo abbiamo deciso di spiegarvi il perché di questo nostro convincimento: la centralità dei professionisti dei beni culturali si avrà solo quando raggiungeremo la centralità della cultura nella coscienza collettiva, e uno dei modi, forse il più importante, è quello di abbattere tutti gli ostacoli economici per l’accesso ai luoghi di cultura. Volete saperne di più? Non ne siete convinti?

Per definizione il museo è un’istituzione al servizio della collettività, la cui finalità primaria è di preservare e mettere a disposizione dei pubblici il proprio patrimonio artistico. Non si fa solo ed esclusivamente riferimento alla tutela o all’accesso fisico, ma anche alla capacità di essere un’istituzione culturale attiva nella creazione e nella diffusione della conoscenza, garantendo l’accesso indipendentemente dalla condizioni economiche. Le politiche culturali in Italia, purtroppo, procedono in direzioni opposte. Queste dovrebbero garantire un modello di inclusione e democrazia culturale, pari dignità e opportunità di espressione a tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli a rischio di esclusione sociale, dunque culturale e formativa.

Il concetto di “democrazia culturale” è emerso ufficialmente in occasione della Conferenza intergovernativa dei ministri europei della cultura promossa dall’Unesco a Helsinki nel 1972. Nelle Raccomandazioni finali della Conferenza, a una concezione elitaria di “democratizzazione (dall’alto verso il basso) di una cultura ereditata dal passato”, veniva infatti contrapposta l’idea di una democrazia culturale da conseguirsi dal basso verso l’alto, sostituendo a un consumo passivo la creatività individuale. Ma ancora prima, nel 1948, nel conosciutissimo articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, stilato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si chiarisce che: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Eppure in Italia si fatica ancora a uscire dalla concezione (del tutto inattuabile, peraltro) secondo la quale i luoghi di cultura debbano finanziarsi ad ogni costo grazie ai biglietti d’ingresso. Una cultura per pochi.

Le politiche tariffarie di Franceschini, fra potenzialità ed evidenti limiti

Lo sappiamo, in molti casi i musei e i siti archeologici garantiscono già delle agevolazioni economiche, ma quasi sempre le fasce orarie di apertura gratuita dei musei (es: il martedì pomeriggio dalle 14 alle 18, oppure l’ultima ora prima della chiusura del museo dalle 17 alle 18) non permettono l’accesso a chi è impegnato in attività lavorative. Nel 2014 il Ministro Franceschini annunciava la sua “rivoluzione” del piano tariffario per i musei statali e dei siti archeologici. Tale decisione è stata dettata dall’intenzione di rendere il sistema tariffario in linea con quanto avviene negli altri paesi dell’Unione Europea.

Questi sono i principali punti contenuti nel decreto ministeriale: la gratuità spetta ai ragazzi sotto i 18 anni d’età (mentre sono previsti degli sconti fino ai 25 anni), e ad alcune categorie come quella degli insegnanti, invece è scomparsa la gratuità per gli over 65. Soluzione che serve allo Stato per racimolare solo un po’ di spiccioli, poiché gli over 65 non rappresentano una grossa fetta dei visitatori museali. Da una ricerca condotta sul pubblico dei musei per fascia d’età si evince che in Italia, anche quando c’era la gratuità sul biglietto di ingresso per gli over 65, la percentuale dei visitatori si aggirava attorno al 10 %. Inoltre, è evidente come tale misura denuncia un’evidente coperta corta: si concede da un lato togliendo dall’altro.

La novità più rilevante, e positiva, portata dal ministro Franceschini, è stata l’iniziativa “Domenica al museo” che prevede l’entrata gratuita ai luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. L’iniziativa ha registrato grandi numeri, palesando l’interesse della cittadinanza e il potenziale delle politiche tariffarie per implementare l’accesso ai musei statali e i grandi luoghi di interesse culturale. Ad esempio, nelle prime sei edizioni del 2014 il numero degli ingressi gratuiti è stato più di un milione e mezzo, e allo stesso tempo si è visto che solitamente aumentano a ruota anche gli ingressi nei giorni ad accesso non gratuito, in alcuni casi si crea una nuova attenzione e abitudine al Museo. Ma ci chiediamo, data proprio la grande affluenza, in un unico giorno d’apertura, quale sarà stata la qualità delle visite guidate o autonome dei visitatori dopo ore di coda, sale affollate e tempi ristretti? Inoltre, questo sistema finisce per favorire, con alcune eccezioni, la sola frequentazione occasionale dei musei e dei luoghi della cultura. Sono proprio queste giornate eccezionali e sporadiche a tenere lontani i visitatori dagli spazi museali e archeologici, poiché diventano il pretesto per visitarli gratuitamente una volta all’anno invece di frequentarli abitualmente. E perché le porte si sono aperte solo per i musei? Seguendo questo criterio, perché non garantire l’ingresso gratuito anche a teatri, cinema, auditorium ecc?

Per capirne di più: una comparazione su scala internazionale

Quanto costa accedere nei musei statali? L’ingresso alla Galleria degli Uffizi ha un costo di 12,00 euro (ridotto 6,50), un biglietto per visitare le Gallerie dell’Accademia a Venezia costa 15,00 euro (ridotto 12,00), per la Galleria Borghese a Roma si spendono 11,00 euro (esclusa la commissione di servizio per la prenotazione obbligatoria per tutte le tipologie di visitatori che ammonta a 2,00 euro), per comperare un biglietto per i Musei Capitolini si spendono 14,00 euro (ridotto 12,00) e per la Pinacoteca di Brera 10,00 euro (ridotto 7,00). Questo per quanto riguarda alcuni dei musei più importanti. Per quanto riguarda siti o musei piccoli o secondari, c’è confusione e difformità enorme: l’entrata in alcuni splendidi Musei cittadini, regionali o addirittura Nazionali spesso costa meno di alcuni piccoli musei civici (per scelta dell’amministrazione); per edifici storici e siti archeologici succede la stessa cosa, può capitare di entrare gratis o quasi in un sito eccezionale, e di pagare un prezzo eccessivo per visitare una realtà decisamente poco attrattiva: quando la gestione è privata, questa difformità si aggrava ancora di più. In alcuni musei inoltre sono spesso presenti mostre temporanee le quali solitamente hanno un costo aggiuntivo rispetto al biglietto d’ingresso, anche per i visitatori ai quali è normalmente garantita la gratuità; in questi casi peraltro i costi sono aumentati dal 2007 a oggi di circa 3-5 euro.

Ma cosa accade negli altri Paesi? Nei musei statali di New York i visitatori pagano un contributo ad offerta libera, viene suggerita una tariffa, in genere di 20 dollari, ma ogni visitatore è libero di versare quanto ritiene opportuno. Lo stesso accade per i grandi musei della Gran Bretagna, non ci sono casse e non c’è biglietteria, un contenitore invita i visitatori a lasciare una donazione. In Spagna, molti musei hanno una tariffa ridotta per le ultime ore d’apertura ed è previsto l’ingresso gratuito per le famiglie numerose, i disoccupati e i cittadini europei al di sotto dei 26 anni di età. Nei musei indiani e russi la tariffa per i rispettivi cittadini è notevolmente inferiore a quella praticata ai turisti, e questo avviene anche in diverse parti d’Europa. Questa può sembrare una misura discriminatoria, ma si basa sul presupposto che i cittadini già finanzino attraverso le tasse la gestione del patrimonio artistico nazionale, e che il cittadino, a differenza dell’ospite proveniente da un paese differente per motivi di svago, deve essere favorito nella libera fruizione del patrimonio culturale pubblico.

Analizziamo ora quanto avviene in Francia. Diversamente dal nostro Paese il sistema giuridico francese è storicamente incentrato su un potere statale fortemente protagonista nelle scelte di politica culturale, tanto da rappresentare senz’altro il caso più esemplare.  Anche quando si ha un’apertura al privato, lo Stato sorveglia gli atti di costituzione all’interno di un’ottica regolatrice, intervenendo nella creazione delle stesse in maniera decisiva: ne risulta un sistema basato su un rifiuto radicale di uno squilibrio monetario, a differenza di quanto avviene con i siti a gestione privata nel nostro Paese.

Partiamo da un confronto dapprima quantitativo per poi a ritroso andare a ricostruire come questi numeri si siano prodotti: in Italia i musei risultano essere circa 4000, in Francia appena 1900, eppure in Francia il settore culturale arriva a coprire da solo all’incirca il 4% del PIL, contro il 5,4% italiano (a fronte di un numero di musei più che doppio, e dieci patrimoni Unesco in più) e, addirittura, recenti dati indicano che tutti i musei pubblici italiani cumulativamente considerati guadagnano meno del Louvre considerato singolarmente. In Italia poi solo l’1,1% di questo 5,4% viene reinvestito nel settore che lo produce, mentre in Francia i guadagni risultanti sono quasi interamente capitalizzati in cultura, producendo un circolo virtuoso che ha rigenerato in toto il settore, creando nuove offerte lavorative e  rivalutando e promuovendo varie attività connesse.

Tali differenze di risultato non stupiscono se lette alla luce dei sopramenzionati fattori giuridici, istituzionali e amministrativi. Basti pensare che in Italia lo stesso concetto di museo non è ancora stato pacificamente definito. Storicamente, infatti, al museo italiano non è mai stata attribuita la rilevanza istituzionale tangibile nella maggior parte dei paesi europei e i musei hanno tradizionalmente costituito entità formalmente deboli. Anche se oggi il diritto (art. 115, c. 2, Codice beni culturali) spinge verso un cambiamento di ruolo e percezione dei musei, resta comunque aperto il problema della distinzione tra le funzioni di tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali, dai confini incerti e trasversali e di ambigua attribuzione.

Le politiche tariffarie molto avanzate (gratuità per i giovani, anche stranieri, al di sotto dei 26 anni, agevolazioni per categorie a rischio esclusione sociale, ecc.) riflettono una concezione del patrimonio storico e artistico che ne riconosce il fondamentale valore formativo. Abbattere la povertà culturale e formativa passa non soltanto dalla lotta contro la dispersione scolastica e dall’accesso ai luoghi dell’istruzione formale, ma anche dall’abbattimento degli ostacoli socio-economici nell’accesso alla cultura e dalla messa al centro di musei, patrimoni e siti culturali per un progetto culturale rivolto innanzitutto al territorio e alla cittadinanza e non soltanto al turismo intensivo. Si tratta di una visione che oltre a prendere atto dell’urgenza di rilanciare la cultura per contrastare dati allarmanti per il nostro Paese, quali marginalità sociale e analfabetismo di ritorno, punta anche e soprattutto alla promozione di una cittadinanza più consapevole della propria storia e del ruolo della cultura nello sviluppo della società: una persona non abbiente o non proveniente da una situazione socialmente e culturalmente attiva, vedrà nei costi di accesso alla cultura un’insormontabile ostacolo.

Per favorire l’accesso gratuito ai luoghi culturali

Senza la pretesa di proporre una politica organica per abbattere gli ostacoli economici nell’accesso alla cultura, mettiamo in conclusione alcuni punti che possono rappresentare i primi passi verso l’accesso gratuito ai luoghi culturali. Innanzitutto, va detto, a differenza di quanto troppo spesso viene ribadito nel dibattito pubblico, che il biglietto non è e non può essere (salvo i casi di alcuni importanti siti o musei) il mezzo principale con cui mantenere in vita il patrimonio culturale italiano, sia esso storico, culturale, archeologico o artistico. Anzi, gli introiti di biglietteria contano ben poco, sapete il perché? Perché ci sono molti interessi sul patrimonio culturale italiano e molti dei soldi finiscono nelle tasche di società private che lucrano senza reinvestire nulla in cultura. In alcuni casi vere e proprie clientele, che all’interno delle strutture culturali, da nord a sud, da molti anni ormai si accaparrano una grande fetta degli incassi. Per i siti archeologici o i monumenti storici, invece, i costi di manutenzione e tutela superano di netto le più ottimistiche entrate ricavabili dalla vendita dei biglietti d’accesso.

Le entrate che molti luoghi di cultura hanno, all’estero ma anche in Italia (ad esempio il Museo Egizio di Torino), vengono dalla vendita di gadget o libri negli appositi bookshop, di cui pochissimi musei italiani sono dotati, o da bar e ristoranti all’interno dei luoghi di cultura stessi: i cosiddetti “servizi aggiuntivi”, che in realtà sono fondamentali per rendere più piacevole ed esaustiva la visita ad un museo o sito archeologico, permettono di “vendere” cultura senza per questo rendere meno accessibile il patrimonio culturale alla cittadinanza. E allo stesso modo, il turismo culturale (gradito accidente nel caso di musei o siti archeologici gestiti al meglio e aperti alla cittadinanza) produce introiti economici soprattutto fuori dai musei stessi, attraverso bar, ristoranti, alberghi nelle città che ospitano luoghi di cultura di rilievo. La visione del biglietto d’ingresso come fonte di reddito per il Paese è assolutamente parziale e priva di riscontri concreti.

Si dovrebbe cominciare dall’introduzione sistematica (e non limitata ad alcune fasce orarie o in singole giornate campali) dell’accesso gratuito per alcune categorie ad alto rischio di marginalità culturale e sociale (disoccupati, redditi bassi, agevolazioni per le famiglie numerose, ecc.) e per le nuove generazioni (fino a 26 anni come in Francia) e tutti coloro che frequentano percorsi formativi: questo sia per contrastare l’esclusione sia per valorizzare il profilo formativo del patrimonio e della cultura.

Andrebbe aperto un ragionamento sull’introduzione di abbonamenti per l’ingresso ai luoghi del patrimonio culturale che garantisca una consistente riduzione dei costi per l’accesso. Inoltre, un sistema per contribuire alla sostenibilità di un museo o di un sito culturale potrebbe essere quello anglosassone, dove si parte da un’offerta libera con cifre suggerite e, rendendo la cultura “attrattiva” si sviluppa un circuito virtuoso per cui chi può permetterselo finanzia i luoghi di cultura stessi attraverso offerte e acquisti: il British Museum, accessibile gratuitamente, fattura milioni ogni anno grazie al merchandising. Allo stesso modo si deve prendere atto che le istituzioni museali, i siti archeologici, i monumenti e il patrimonio culturale in generale, per svolgere al meglio la loro funzione sociale devono essere adeguatamente finanziati dal bilancio statale e attrarre fondi privati senza che questo comporti la svendita del patrimonio o mere occasioni di lucro.

Dal 1993 la legge Ronchey apre le porte dei musei statali ai privati e una grossa parte dei guadagni passa a loro. In questi anni le società come 24 ORE Cultura, Civita Cultura, Electa, CoopCulture si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie ma anche per i servizi di prenotazione, audioguide, cataloghi, ristoranti, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi incredibilmente vantaggiose: oltre l’85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita. Non sarà mica che in Italia non si può garantire la gratuità perché le società che governano anche le biglietterie sono delle vere e proprie lobby?

Di contro, garantire l’accessibilità ai luoghi della cultura significa renderli spazi sicuri, confortevoli e qualitativamente migliori per tutti i potenziali pubblici utenti, garantendo una libera fruizione affinché il museo stesso svolga il suo pieno e consapevole ruolo sociale.

L’idea del “biglietto necessario” è niente più che un orpello ideologico che non aiuta in nessun modo il patrimonio culturale a funzionare né dal punto di vista sociale né economico, e nel mondo molti se ne sono resi conto: vogliamo che i beni culturali diventino servizi pubblici essenziali? E dunque lo diventino, anzitutto essendo accessibili a tutti. Ecco perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale nazionale.

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Per saperne di più:

Testi:
Bollo A., (a cura di) (2008), I pubblici dei musei. Conoscenza e Politiche, Franco Angeli, Milano

Lampis A., Nuovo pubblico per i musei, (2004), in Economia della cultura, anno XIV, n. 4, pp. 587-590

Nomisma (2000), Primo Rapporto Nomisma sull’applicazione della legge Ronchey, Museum Image – Museum Studio, Salone dei Prodotti e dei Servizi dedicati all’arte, Arezzo 25-27 maggio 2001, dattiloscritto

Nomisma (2001), Mercurio e le Muse. Indagine sui comportamenti dei visitatori nei punti vendita dei musei in Italia, Nomisma, Bologna

Solima L. (2008), Individuo, condivisione, connettività: la dimensione polisemica del pubblico della cultura, in De Biase F. (a cura di), “L’arte dello spettatore”, Franco Angeli, Milano.
Siti:
Civita, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.civita.it/centro_studi_gianfranco_imperatori/ricerche_e_indagini

Fondazione Fitzcarraldo, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.fitzcarraldo.it/ricerca/pubblici_musei.htm

http://www.tafterjournal.it/2012/03/01/pubblico-e-privato-nella-gestione-museale-italia-e-francia-a-confronto/