Il paesaggio, la storia la luce: il crogiuolo della bellezza sempre in pericolo

La legge del cemento soffoca anche i cimiteri di campagna

Tomaso Montanari, FQ, 14-1-2019

Non c’è pace tra i cipressi – Il piccolo camposanto di Dofana, a Siena, rischia di essere stravolto con la scusa della modernizzazione

“Su croci oblique, pendio di edera, / leggero sole, profumo e canto d’api. / Felici voi che giacete al riparo / stretti al cuore buono della terra”: il titolo della poesia da cui provengono questi versi è un archetipo dell’immaginario europeo post-romantico: Un cimitero di campagna.

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Degas e il suo sguardo

Stenografia di Degas, fino alla notte finale

Daniel Halévy, “Degas parla”, a cura di Jean-Pierre Halévy, Adelphi. Per vent’anni Edgar Degas si sedette al desco di Ludovic Halévy, genio dell’operetta: il figlio Daniel sin da ragazzo registrò la vita quotidiana e la cecità progressiva dell’artista, in un commovente (e rivelatore) Journal

Edgar Degas insieme alla domestica e cuoca Zoé Closier in un autoritratto fotografico del 1895. Nel corpo del testo, Edgar Degas:

Edgar Degas insieme alla domestica e cuoca Zoé Closier in un autoritratto fotografico del 1895.

«Il suo isolamento e la sua lingua caustica gli procurarono la fama di “uomo cattivo”, che Ernest Rouart ed altri hanno sfatata. Ma non è dubbio che l’impegno posto da Degas nel nascondere ciò che vi potesse essere in lui di affettuoso e benevolo spiega il sorgere della leggenda» (Lionello Venturi).

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Miseri ma comuni esempi di erronea utilizzazioni di architetture storiche come contenitori

Lecce: il tendone da circo e l’ex chiostro dei Teatini.

Fabio Grasso, emergenza cultura 8-1-2019

Il gran circo dei beni culturali: nanetti, giocolieri, saltimbanchi e donne cannone*

Episodio 2/6.

Ironia a parte qui non si critica in termini assoluti la scelta dei colori né quella di impiantare un tendone all’interno del chiostro, lo ribadiamo, ma l’assoluta mancanza di un’idea di spazio, un’idea progettuale che scaturisca da una valutazione attenta e precisa della storia dell’edificio e di quell’edificio in quella città. Leggi tutto “Miseri ma comuni esempi di erronea utilizzazioni di architetture storiche come contenitori”

Un bel libro su Luca Giordano

Luca Giordano, intelligenza con i maestri

Giuseppe Scavizzi, “Luca Giordano La vita e le opere”, Arte’m . Dopo una vita trascorsa sul pittore barocco napoletano, Giuseppe Scavizzi offre un saggio, corposo ma agile, di preciso riepilogo. La «frettolosità» del maestro vista come cifra stilistica che accorda una galassia mutevole di riferimenti

Gennaro De Luca, Alias, 6-1-2019

Luca Giordano,

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Intorno alla mostra di Antonello da Messina

 Mostre antonelliane tra analogie e differenze

Rosalba Carriera


La raccolta delle opere di Antonello – indipendentemente dalla copiosità  esposta-   è l’unico elemento analogico che connette quella che fu nel ’53 un’operazione scientifica culturale con l’intrapresa promozionale dei beni culturali in corso all’Abatellis dove prevalgono invece “ logiche mercatali”. La differenza è sostanziale: con la prima si realizzò un grande processo di “messa-in-tutela” di un patrimonio storico-artistico comune; con la seconda si realizza un’ iniziativa economico-imprenditoriale di “messa-in-valore” (monetizzazione) di quel che viene definito – tristemente – «giacimento culturale»

La mostra sull’opera di Antonello da Messinaospitata in questi giornia Palermo presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis – da febbraio volerà via a Milano – oltre a registrare tanti entusiasmi, ha avviato molte polemiche che mostrano anch’esse di essere funzionali al successo dell’«Evento», in quanto hanno calamitato più dei rallegramenti l’attenzione e la furia di una parte dell’opinione pubblica.

L’«Evento» viene pubblicizzato con toni trionfalistici e parole che rinviano ad un fatto eccezionale: “Per la prima volta le opere di Antonello riunite a Palazzo Abatellis”.

Se in tanti ricordano la grande mostra dedicata allo stesso pittore presso le Scuderie del Quirinale nel 2006, luogo ormai da tempo adibito al consumo dell’arte, molti non sanno che nel 1953 venne organizzata un’importante esposizione del grande messinese proprio nella sua città natale. Noi abbiamo voluto consultare il catalogo del ’53, per valutare quanto dei presupposti di quella iniziativa culturale siano ancora validi per l’«Evento» che scorre sotto gli occhi degli spettatori contemporanei.

Il volume dal titolo Antonello da Messina e la pittura del ‘400 in Sicilia, a cura di Giorgio Vigni e Giovanni Caradente, con introduzione di Giuseppe Fiocco, indicava tra i promotori dell’iniziativa nomi illustri del mondo accademico come Stefano Bottari, allora ordinario di Storia dell’Arte nell’Università di Catania, e tra i collaboratori Ferdinando Bologna, Raffaello Causa e Federico  Zeri. 

Facevano, invece, parte della Commissione istituita per la scelta delle opere in mostra, oltre al presidente Giuseppe Fiocco (ordinario di Storia dell’Arte nell’Università di Padova), Giulio Carlo Argan (in quel momento Ispettore Centrale della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti), Cesare Brandi (quale Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro) e altri nomi illustri del panorama nazionale e internazionale: Emilio Lavagnino, Rodolfo Pallucchini, Wart  Arslan, Martin Davies, Charles Sterling, Jan Lauts.

L’esposizione – a cura di Giorgio Vigni e Giovanni Carandente – venne allestita da Carlo Scarpa e Roberto Calandra. L’occasione di tale incontro diede avvio, peraltro, alla proficua collaborazione tra Vigni e Scarpa che avrà come esito felicissimo la realizzazione del percorso espositivo proprio dell’ala quattrocentesca di Palazzo Abatellis, che in questi giorni ha dovuto fare spazio alla mostra di Antonello.

Per asserzione degli organizzatori non vennero “risparmiate le fatiche, per raccogliere i dipinti del grande Messinese, sparsi in Italia e nel mondo: fatiche ardue, per difficoltà reali e per resistenze non sempre comprensibili,  compensate, per fortuna, da spontanei e pronti gesti di solidarietà” che portarono per la prima volta a raccogliere in un’unica esposizione gran parte dell’opera di Antonello per il pubblico godimento e, in particolare, “a vantaggio  di amatori e studiosi” che videro riunite all’interno della medesima mostra pitture del ‘300 e ‘400, provenienti da diversi luoghi dell’Isola. Infatti: “Per onorare Antonello si doveva, anzitutto, comporre il panorama della sua opera”  a partire dalla pittura coeva presente in Sicilia. In merito si esprimeva Salvatore Pugliatti, presidente del comitato esecutivo: “il monte altissimo, non sorge nel vuoto, ma si sistema in un paesaggio, nel quale acquistano e danno senso le altre montagne, anche più basse, ma pur le colline, e le vallate e le pianure, ed anche un casolare o un albero solitario”. 

Si procedette così alla ricognizione delle opere pittoriche: “alcune compromesse dal tempo e dall’incuria, altre coperte da densi strati di sudiciume che seppellivano i toni originari e alteravano i rapporti cromatici; altre rovinate dalle drastiche ripuliture che avevano corroso il tessuto e la sostanza del colore; altre ancora sovraccariche di ridipinture che le avevano del tutto sfigurate”. Pertanto si rese necessario “un vasto e decisivo intervento di restauro” che fu possibile grazie ai finanziamenti della Regione Siciliana e dell’allora Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti. Cosicché, sotto la guida dell’Istituto Centrale del Restauro e della Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’Arte della Sicilia, furono allestiti ben tre laboratori di restauro a Messina, a Catania e a Palermo: nella città dello stretto il cantiere, attrezzato dal Comune, si avvalse del personale tecnico – restauratori, falegnami e fotografi – dell’Istituto Centrale del Restauro; mentre la Soprintendenza alle Gallerie diresse e coordinò i laboratori di Catania (impiantato all’interno dell’Ospizio di Beneficienza della città etnea) e di Palermo (che trovò posto presso quella che sarebbe divenuta la Galleria Nazionale della Sicilia). 

Il carattere meramente divulgativo del catalogo non permise di inserire i dati tecnico-scientifici emersi durante i restauri, che sarebbero stati pubblicati successivamente – come asserito nella presentazione – dall’Istituto Centrale del Restauro nel Bollettino dell’Istituto e dalla Soprintendenza alle Gallerie “in altra pubblicazione”. Stando alle parole degli organizzatori “mai era stata compiuta, nel campo dei restauri, un’opera di così vasta portata in così breve tempo”. Si deve a questa straordinaria impresa anche lo svelamento di alcune opere antonelliane. Infatti, a seguito del lavoro di ripulitura, un successo acclarato fu quello relativo alle “tre tavolette” palermitane che gli studiosi” poterono “con sicura coscienza attribuire ad Antonello” mentre il risultato più ambizioso fu sicuramente quello di avere posto in salvo “gran parte del patrimonio artistico isolano … da sicura rovina e messo in valore”.  

Ritornando ai nostri giorni, alla luce di quanto emerso dalla lettura del catalogo del ’53, ci chiediamo quali siano oggi i presupposti della mostra ospitata a Palazzo Abatellis: No la tutela e la conservazione delle opere in mostra (stante le polemiche suscitate dal trasferimento a Palermo di opere delicatissime come l’Annunciazione di Siracusa e il Polittico di Messina, per le quali vige ancora il decreto di inamovibilità emesso dallo stesso Assessorato che ne ha, tuttavia, disposto e assicurato la presenza nel capoluogo regionale); No lo studio scientifico che consentì allora di inserire nel catalogo dell’artista le tre tavole dell’Abatellis raffiguranti i Dottori della Chiesa. 

Per altri versi la mostra già nel titolo “Antonello da Messina” rende esplicita l’aspirazione circoscritta all’opera dell’artista, senza avvantaggiarsi dell’esposizione permanente nella sede ospitante, non solo di alcune delle opere del Trecento e del Quattrocento che nel ’53 servirono a creare il contesto da cui l’arte di Antonello prese le mosse ma anche della presenza straordinaria dei dipinti di alcuni pittori fiamminghi che operarono pressoché nella stessa epoca di Antonello – i quali hanno ceduto per l’occasione la loro saletta al grande messinese – e il cui confronto visivo sarebbe stato quanto meno auspicabile.

Infine spiace constatare la pratica ormai consolidata che a dettare le regole del godimento del patrimonio culturale siano le imprese che usufruiscono degli spazi in totale autonomia: una gestione “quasi privatistica” legittimata da una legislazione al limite della costituzionalità. Una linea confermata anche nella specifico dell’esposizione presso la la Galleria pubblica panormita, dove il volto mercantile domina allorquando si  pretende che anche le scuole paghino il biglietto di ingresso alla mostra di Antonello (euro 5), quando per regolamento a Palazzo Abatellis – così come negli altri siti museali e archeologici della Regione Siciliana- agli studenti in visita scolastica viene “staccato” il biglietto gratuito, e questo non per liberalità dell’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, ma in ossequio ai principi fondamentali didattici e formativi, di cui agli artt. 9 e 34 della Costituzione Italiana.

Un ottimo direttore lombardo

La tutela come asse per l’esplosiva crescita del Polo Museale della Lombardia. Parla il direttore Stefano L’Occaso

Stefano Giannini, 14-12-2018

l Polo Museale della Lombardia ha conosciuto risultati notevoli negli ultimi tre anni, grazie a un’azione fondata sulla tutela. Ne abbiamo parlato con il direttore Stefano L’Occaso.

Il Polo Museale della Lombardia, soggetto che riunisce diversi musei della regione tra cui alcuni siti celeberrimi come il Cenacolo vinciano, la Rocca Scaligera e le Grotte di Catullo di Sirmione, il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (primo sito UNESCO in Italia) e il Museo della Certosa di Pavia, negli ultimi tre anni ha conosciuto una crescita esplosiva, segnando un +15% sul numero dei visitatori, e addirittura un +69,8% sugli introiti. Ma non solo: numerosissimi interventi di restauro, nuovi allestimenti, le sponsorizzazioni di qualità che hanno puntato tutto sul concetto “burocrazia minima” per i privati, e poche mostre che hanno però puntato sulla qualità e sulle collezioni. Il dato interessante è che questi risultati sono stati raggiunti avendo come faro la tutela, vero asse strategico cui è strettamente legata la buona valorizzazione. Abbiamo incontrato il direttore che ha guidato il Polo verso i successi di questi ultimi tre anni, Stefano L’Occaso, il cui mandato è scaduto il 31 ottobre di quest’anno (era in carica dal 2015). E ci siamo fatti raccontare com’è stato possibile raggiungere questi ragguardevoli risultati. L’intervista è a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

L'Ultima cena di Leonardo da Vinci

FG. Dottor L’Occaso, il Suo mandato come direttore del Polo Museale della Lombardia è terminato il 31 ottobre di quest’anno. Lei era in carico dal 2015, e potremmo cominciare l’intervista parlando di numeri, dal momento che i visitatori dei musei del Polo sono passati dai 962mila del 2015 al milione e centomila del 2017 (per il 2018 ovviamente i dati non sono ancora disponibili). Se guardiamo invece agli introiti, è stato siglato il quasi raddoppio, dal momento che i 3 milioni e 600mila del 2015 sono stati portati ai 6 milioni e 100mila del 2017, e l’ottica è ancora di crescita, dato che a metà 2018 i musei del Polo avevano incassato tre milioni e mezzo di euro. In definitiva un ottimo risultato, che è un risultato peraltro corale, perché se è vero che la gran parte degli incassi si concentra sul Cenacolo Vinciano, è anche vero che, più o meno nelle stesse proporzioni, sono cresciuti anche quasi tutti gli altri musei…
SL. Sì, abbiamo svolto un lavoro di gruppo, un lavoro corale per l’appunto, che ha portato ottimi risultati, di cui possiamo essere orgogliosi. Abbiamo quasi raddoppiato gli introiti puntando principalmente sulla bigliettazione del Cenacolo, ma grandissimi aumenti in termini di introiti sono arrivati, per esempio, da Sirmione, dove la Rocca Scaligera ha superato il milione di euro di incassi sia nel 2017 che certamente nel 2018. L’aumento dei visitatori sarà graduale anche nel corso del 2018 perché prevediamo di arrivare almeno attorno al milione e 150mila: a novembre 2018 abbiamo pareggiato il risultato del 2017, con 1.103.995 visitatori. Per quel che riguarda il Cenacolo ci dovremo attestare attorno ai 420-430mila visitatori, alla Rocca Scaligera con novembre abbiamo già superato i 300mila visitatori, con le Grotte di Catullo che seguiranno a ruota. Quindi, all’interno del Polo, dovremmo avere tre dei trenta musei più visitati d’Italia. Inoltre il Polo è un istituto che gode di ottima salute dal punto di vista economico, e che finalmente da quest’anno, con un adeguato organico, può permettersi di funzionare e di lavorare al 100%. Possiamo (dobbiamo) anche aiutare istituti meno fortunati.

Concentriamoci sul Cenacolo vinciano: è un museo che del resto fa registrare circa il 60% degli introiti del Polo Museale, quindi è naturale riservargli attenzione per primo. Nel corso di questi anni sono stati realizzati moltissimi interventi, dall’apertura della nuova biglietteria alla realizzazione del sistema di emergenza di monitoraggio sismico, dalla creazione di una nuova aula didattica, un nuovo bookshop e nuovi servizî igienici fino alle opere di valorizzazione, perché il Cenacolo ha un nuovo logo, una nuova guida, ci sono state aperture serali, e l’apertura di nuovi canali di comunicazione digitale. Si può dire che si è lavorato bene cercando quell’equilibrio tra tutela e valorizzazione che dev’essere perfetto perché i musei debbano funzionare bene…
Io sono convinto che la valorizzazione non possa che essere una diretta conseguenza delle azioni di tutela. In tre anni non ho costruito alcun progetto di mostra, se non quella attualmente ospitata al Cenacolo, con dieci disegni di Leonardo provenienti dalle Collezioni Reali inglesi ed esposti vis-à-vis davanti all’opera. Il nostro lavoro è stato principalmente quello d’intervenire sull’impiantistica, sulla sicurezza e quindi sulla struttura dei siti culturali che abbiamo in gestione, valutando che, se si offre un servizio di buona qualità, facendo trovare i siti puliti, in ordine e sicuri, l’effetto di tam tam dei visitatori possa essere sufficiente per portare nuovi utenti. Questa politica è stata premiata dai numeri, forse frutto anche di casualità, ma in ogni caso posso dire che, al termine del mandato, lascio i siti presi in consegna in uno stato certamente migliore. Anche dal punto di vista dei restauri: abbiamo portato avanti imponenti campagne, basti pensare solamente alla Rocca di Sirmione dove abbiamo rifatto qualcosa come cinquecento metri quadrati di pavimentazione e già restaurato all’incirca duemila metri quadrati di intonaci, e stanno partendo nuovi appalti per il prospetto settentrionale, e per il lato ovest della darsena che è stata finalmente aperta al pubblico a marzo 2018. Insomma, azioni fatte per durare nel tempo e per consentire a chi verrà dopo di me di poter essere immediatamente operativo senza dover investire grandi cifre sulla manutenzione e sulla conservazione. Abbiamo anche cercato di evitare grandi interventi di restauro puntando semmai sulla manutenzione programmata, una cosa di cui si sente parlare molto spesso, e che noi abbiamo concretamente realizzato. E abbiamo fatto tutto ciò in grande carenza di organico: fino alla fine del 2017, il Polo Museale della Lombardia ha operato in condizioni di assoluta emergenza e soltanto dal 2018, con la conclusione del concorso per i cinquecento nuovi funzionarî, c’è stata una sorta di meiosi del personale dell’istituto. Fino ad allora abbiamo dovuto tirare la cinghia e lavorare tantissimo anche per diventare stazione appaltante e per far partire una serie di gare adeguandoci a una normativa che non è affatto semplice da gestire, ma sempre con ottimi risultati. Tra i primi musei in Italia e prima ancora di tanti musei autonomi, abbiamo dato avvio con Consip anche al bando per la concessione dei servizî aggiuntivi del Cenacolo, che è un bando con base di gara da 29 milioni di euro, per quanto purtroppo ancora non abbiamo un’aggiudicazione.

Abbiamo parlato di investimenti e di restauri. Uno degli aspetti per i quali il Cenacolo si è distinto sono le nuove sponsorizzazioni, su tutte quella di Eataly, finita anche sulle prime pagine della stampa non specializzata. Ovviamente a favore della sponsorizzazione ha giocato il nome di Leonardo, che possiamo considerare una sorta di brand al pari di quello d’una grande azienda: si tratta però d’un risultato tutt’altro che scontato, dal momento che l’Italia è ancora indietro, rispetto ad altri paesi, se si parla di capacità di attirare sponsorizzazioni, erogazioni liberali ed investimenti di privati nel settore dei beni culturali. In questo senso, qual è il lavoro che è stato fatto dal Polo Museale della Lombardia per attivare questo proficuo rapporto di collaborazione tra pubblico e privato?
Quello di cui mi posso in qualche modo vantare è di essere riuscito a concretizzare i buoni intenti, perché sappiamo che il privato molto spesso si spaventa nel momento in cui deve interagire con le pesantezze di un ente pubblico. Quello che ho cercato di fare è di minimizzare l’impatto della burocrazia per il privato e di rendere tutto agevole, risolvendo a monte ogni problema di carattere amministrativo, quindi sostanzialmente provvedendo a ogni forma di manifestazione pubblica d’interesse, ai bandi, a tutto quello che riguardava la trasparenza e la pubblicità per queste sponsorizzazioni: a questo abbiamo pensato direttamente noi, facendo sì che al privato arrivasse al netto la possibilità di stipulare un contratto, senza soffrire il calvario di una burocrazia molto complessa e di una normativa particolarmente estesa e non sempre di facile interpretazione. Questo ha portato introiti al Polo, nel triennio, vicini al milione di euro, perché la sola sponsorizzazione di Eataly è di 680mila euro. Oltre a questa ci sono stati poi diversi altri accordi di valorizzazione, spesi principalmente per lavori di restauro e d’impiantistica ma anche per ampliare la fruibilità dei musei: un aspetto al quale ho tenuto moltissimo e sul quale ho trovato grande collaborazione del personale di accoglienza e vigilanza dei Musei, è stato il tentativo di miglioramento di ogni servizio, ossia far trovare sempre i musei aperti e ampliare gli orari di apertura dei siti. A Sirmione, che d’estate vive una stagione turistica straordinaria, siamo riusciti, per due anni di fila, a tenere entrambi i musei aperti sette giorni su sette da giugno a settembre, quindi dando la massima disponibilità possibile nei confronti dei turisti. Questo è stato un grosso sacrificio per il personale, però l’equilibrio è stato trovato con i sindacati e questo ha consentito di portare anche ingenti introiti in più all’istituto.

Sempre rimanendo sul Cenacolo, la Sua direzione è stata segnata anche dallo sciopero del personale che, nello scorso aprile, ha incrociato le braccia per chiedere garanzie di continuità lavorativa in vista del rinnovo dell’appalto per la concessione dei servizi. Si è trattato, peraltro, della seconda volta in due anni che i lavoratori del Cenacolo hanno scioperato, e due anni prima era accaduto anche in altri musei del Polo. E sono state scene che negli ultimi anni abbiamo visto succedersi con una certa frequenza in tutta Italia. A Suo avviso, nel settore dei beni culturali, si fa abbastanza per tutelare i diritti dei lavoratori?
Il dipendente pubblico è sicuramente molto tutelato. Nel nostro caso specifico c’è stata un’agitazione per l’applicazione della clausola sociale nel bando gestito da Consip per la concessione dei servizî aggiuntivi, ma i limiti dell’applicazione della clausola sociale sono stati ben definiti da numerose sentenze dei Tar e del Consiglio di Stato, e noi ci siamo attenuti a tali indicazioni, che tutelano anche la libertà organizzativa dell’impresa subentrante; questo è necessariamente anche un vincolo alla clausola sociale che non può essere applicata in maniera eccessivamente restrittiva. Ci fu, appunto, anche uno sciopero nell’aprile del 2016, che portò per un giorno alla chiusura del Cenacolo, stante l’inapplicazione del “decreto Colosseo”, ma in quel caso specifico i sindacati (lo ricordo con molta precisione) non vollero stipulare l’accordo per la garanzia dei servizî minimi, che noi proponemmo, per quanto all’ultimo secondo, perché non fummo avvertiti tempestivamente dagli organi competenti.

La Rocca Scaligera di Sirmione
La Rocca Scaligera di Sirmione

Spostiamoci da Milano a Mantova: Lei conosce benissimo Palazzo Ducale, dal momento che nel 2000 è arrivato in Soprintendenza a Mantova, è stato per quasi un anno direttore ad interim del Museo di Palazzo Ducale nel 2011 per poi coprire di nuovo quest’incarico nel 2017 durante il periodo della sospensione di Peter Assmann a seguito dell’ormai famoso ricorso contro il Ministero, e per un anno e mezzo, tra il 2014 e il 2015, è stato direttore del Castello di San Giorgio. Mantova è una realtà davvero singolare perché, in una città che non conta neppure 50.000 abitanti abbiamo un museo autonomo, Palazzo Ducale, abbiamo un museo di pertinenza statale, che è il Museo Archeologico che fino a maggio 2018 ha fatto parte del Polo che lei ha diretto e che è diventato poi parte del complesso di Palazzo Ducale, ci sono i musei civici come Palazzo Te e San Sebastiano, c’è il museo diocesano, ci sono i musei privati come Palazzo d’Arco, e sono peraltro tutti musei di grande importanza. Come è possibile tenere insieme realtà così diverse?
Non è facilissimo: peraltro si tratta di uno dei compiti del direttore del Polo Museale della Lombardia, ma ammetto che non sia sempre facile raggiungere delle intese. In realtà, per quanto riguarda Mantova accordi ci sono già, perché abbiamo una carta per i musei mantovani, che consente l’ingresso all’intero circuito dei musei cittadini, ci sono accordi di bigliettazione congiunta che risalgono a diversi anni fa, perché già in occasione della mostra sugli arazzi dei Gonzaga del 2010 fu sperimentata una bigliettazione unica tra Palazzo Te e Palazzo Ducale, e poi esistono forme di collaborazione diversa. Personalmente spero che si riesca ad arrivare a una visione unitaria per la mostra di Giulio Romano programmata per il 2019. C’è però da dire che lo Stato non può entrare più di tanto nel merito delle scelte degli enti locali o dei privati, e viceversa, quindi oltre a cercare forme di coordinamento che già ci sono (perché esistono dei tavoli nei quali si possono condividere le scelte e le politiche gestionali), rimane per certi versi necessario salvaguardare le libertà dei singoli istituti.

E sempre a Mantova, avete fatto davvero un gran lavoro con il Museo Archeologico Nazionale…
Un museo che tra l’altro non fa più parte del Polo Museale della Lombardia, perché a maggio di quest’anno, con il decreto 88 del 2018, l’abbiamo consegnato a Peter Assmann perché diventasse parte del complesso di Palazzo Ducale. E questo dopo aver fatto tantissimi lavori: l’ho preso che era una stanza e adesso è un museo. Abbiamo restaurato gli affreschi del voltone d’ingresso, trasformato la cieca fine del pian terreno in una veduta panoramica sul lungolago, restaurato decine, forse centinaia di reperti, progettato e realizzato tutto l’allestimento del pianterreno e del primo piano. Per me è stata una grandissima soddisfazione: io vivo a Mantova da diciott’anni (ho raggiunto la maggiore età a settembre!) e quindi per me questi interventi sono stati un piacere, oltre che un dovere civico. Abbiamo dunque consegnato il museo ormai pronto ad Assmann con numeri in crescita straordinarî (è passato in due anni da 4mila a 17mila visitatori), affinché diventasse parte di un unico complesso: scelta sacrosanta, perché in una gestione unitaria il Museo potrà aprirsi al foltissimo pubblico del Palazzo Ducale.

Ma non ci sono solo i numeri, o i progetti per i nuovi allestimenti, i restauri e la manutenzione. Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova ha conosciuto anche diversi progetti di valorizzazione: in particolare, sono state realizzate diverse mostre di vario genere, tra quelle volte a promuovere la cultura del territorio e quelle che, per esempio, hanno fatto entrare l’arte contemporanea al museo archeologico. Qual è secondo Lei la formula per organizzare, in un contesto di medie dimensioni quale è appunto quello del Museo Archeologico Nazionale di Mantova, mostre di qualità, che non prendano il sopravvento sul museo?
Questo è un grosso problema. Io non sono mai stato un entusiasta delle mostre di arte contemporanea all’interno dei siti statali, ravvisando sempre un pericolo di conflitto d’interesse, di potenziale commercializzazione di quello che viene esposto all’interno del Museo. Lo stesso valga poi per opere di collezioni private. Sono sempre stato molto attento a questo aspetto. Nel caso del Museo Archeologico Nazionale di Mantova, abbiamo unito le due diverse esperienze, ovvero abbiamo fatto delle mostre con dei budget abbastanza ridotti ma con una forte carica etica e pubblica, come la mostra Salvare la memoria del 2016 che era sul salvataggio del patrimonio dopo eventi drammatici come guerre o terremoti, così come abbiamo accolto anche mostre d’arte contemporanea, che sono servite più che altro per richiamare l’attenzione del pubblico su di un contenitore che all’epoca era vuoto. Quindi, in fase di progettazione e di realizzazione dei lavori di allestimento, e già prevedendo il recupero dei materiali archeologici dei depositi e la loro esposizione all’interno di un volume architettonicamente interessantissimo, abbiamo pensato che si potesse in qualche modo richiamare il pubblico portandolo a vedere anche mostre con dei temi talvolta completamente disgiunti rispetto al contenitore. È una cosa che però in altri contesti come Sirmione o il Cenacolo vinciano non ho voluto accogliere: in questo caso il tornaconto della pubblica amministrazione difficilmente sarebbe stato adeguato e proporzionale rispetto al beneficio che un collezionista o un artista potrebbe avere esponendo le sue opere all’interno di questi siti.

Il Polo Museale si è impegnato in certa misura anche sul fronte della valorizzazione con realtà che non appartengono al mondo della cultura, per esempio per il 2017 a Sirmione è stato siglato un accordo con il Consorzio degli Albergatori e dei Ristoratori per garantire l’aumento dell’offerta museale domenicale della Rocca Scaligera e delle Grotte di Catullo, e inoltre è stata avanzata una proposta di bigliettazione unica a Milano che congiunga Cenacolo, Castello Sforzesco e Brera, oltretutto tre musei che afferiscono a tre soggetti diversi: si fa abbastanza secondo lei per avvicinare i vari istituti tra loro, e per avvicinare i musei ad altri ambiti?
Non sempre si fa abbastanza, ma non in tutte le realtà è facile coinvolgere il privato. A Sirmione questo aspetto è stato affrontato e ha portato degli ottimi risultati perché proprio questo rapporto di collaborazione ha consentito l’ampliamento degli orari dei musei, quindi se nel 2015 di domenica la Rocca chiudeva a ora di pranzo, grazie a questo accordo abbiamo fatto sì che rimanesse aperta fino alle sei del pomeriggio nel periodo estivo. È stato importante dal punto di vista degli introiti ma soprattutto in termini di servizio pubblico: credo che un sito culturale gestito dallo Stato debba essere prima di tutto aperto e visitabile.

Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova
Il Museo Archeologico Nazionale di Mantova

 

Stefano L'Occaso durante i lavori di allestimento al Museo Archeologico Nazionale di Mantova
Stefano L’Occaso durante i lavori di allestimento al Museo Archeologico Nazionale di Mantova

Lei, oltre che storico dell’arte, è anche restauratore, con all’attivo diverse esperienze su opere importanti. Il Suo è dunque un caso particolare perché molto difficilmente un direttore d’un museo è allo stesso tempo storico dell’arte e restauratore: che tipo di sensibilità garantisce essere l’una e l’altra figura contemporaneamente, e come ha orientato il Suo lavoro in questi anni?
Questa caratteristica ha sicuramente indirizzato il mio lavoro, fa parte della mia personalità e mi spinge a essere istintivamente più incline alla tutela che alla valorizzazione: per questo ho puntato sulla tutela come forma di valorizzazione. Detto questo, un’esperienza specifica nel restauro certamente è uno strumento molto utile perché permette di entrare nel merito delle scelte di restauro e quindi della programmazione di tutti gli interventi necessarî all’interno dei nostri siti. Vi è da dire che in realtà, per un dirigente, questo aspetto non dovrebbe essere determinante, perché un dirigente oggi è chiamato principalmente a guidare, particolarmente nel caso del Polo Museale della Lombardia, una complessa macchina amministrativa e gestionale, e quindi una grossa architettura contabile e burocratica, piuttosto che entrare nel merito delle singole scelte tecniche. È ovvio che però questo aiuta: continuo a ritenere che per dirigere un istituto del MiBAC bisogna avere molto chiaro l’obiettivo principale, ovvero la tutela del bene. Possiamo avere degli ottimi manager che ci possono insegnare tantissimo sulla comunicazione e su ogni altro aspetto gestionale: rimane il fatto che non credo si possa disgiungere il governo del bene culturale dalla conoscenza del manufatto e quindi da un approccio in termini di tutela nei confronti del manufatto stesso. Il rischio sarebbe altrimenti quello di avvicinarci a un museo o un sito archeologico come a un luogo neutro, e noi dobbiamo assolutamente scongiurare questo rischio. Credo quindi che sia corretto che nei ranghi dei dirigenti del ministero vi siano persone che abbiano acquisito un’esperienza specifica in termini di gestione dei beni culturali, per quanto, ribadisco, ho tantissimo da imparare su valorizzazione, comunicazione, gestione manageriale. Credo che un più proficuo dialogo non possa che essere una chiave di lettura ideale per il futuro.

E, appunto, un campo su cui forse bisognerebbe avere un approccio più manageriale, e un campo per il quale spesso ci si lamenta delle lacune palesate dai musei italiani, è proprio quello della comunicazione, specialmente se pensiamo ai mezzi digitali, alla presenza sul web e sui social e quant’altro. Che tipo di attenzione ha rivolto, durante il Suo mandato, all’argomento comunicazione? E cosa c’è da fare per migliorare in Italia?
Abbiamo alcuni ottimi esempî anche in campo museale, qui a Milano basti vedere il lavoro fatto a Brera sulla comunicazione, certamente esemplare da questo punto di vista o, per la didattica, lo splendido Museo della Scienza e Tecnica. La direzione generale dei musei, nella persona del direttore Antonio Lampis, sta premendo molto per migliorare negli aspetti della comunicazione. Io devo confessare che, soprattutto nei primi due anni di direzione, un po’ per carenza d’organico, un po’ per la necessità di risolvere problemi di natura strutturale, ho dedicato molta più attenzione a questi aspetti che non alla comunicazione. Oggi invece abbiamo uno staff adeguato, abbiamo la consapevolezza di quello che dobbiamo fare, e siamo quindi partiti: stiamo varando un nuovo sito internet, ci stiamo accreditando sui social media, abbiamo iniziato a dialogare direttamente coi giornali creando un piccolo ufficio stampa, e abbiamo gestito la mostra dei disegni di Leonardo senza appalti a società di comunicazioni esterne, proprio per imporci di crescere in questo ambito. Rimane molto da fare, ma a Roma la direzione generale musei sta creando gli strumenti per la crescita attraverso continui momenti di confronto.

Che cosa attende il Polo Museale della Lombardia nel futuro, quali i problemi irrisolti, cosa fare per migliorare ulteriormente?
Intanto il Polo attende un interpello affinché possa essere nominato un dirigente di ruolo al quale io possa passare le consegne e in qualche modo traghettare l’esperienza di questo triennio particolarmente intenso e complesso. C’è da lavorare sulla comunicazione, c’è da impegnarsi ancora contro il bagarinaggio nei Musei, si può lavorare anche sulla valorizzazione con progetti che vengano possibilmente costruiti dall’interno e non acquistati come pacchetti prefabbricati: abbiamo le competenze e il personale che si può occupare di tutti gli aspetti necessarî alla valorizzazione, perché abbiamo architetti, archeologi, storici dell’arte, funzionarî della comunicazione. In questo momento il Polo Museale della Lombardia è un istituto in piena salute e con un discreto organico: abbiamo carenze nel profilo degli amministrativi, oltre che gravi carenze sul personale di vigilanza dei musei, ma la struttura centrale di Palazzo Litta è pronta per lavorare su qualsiasi progetto.

Per concludere, quali sono i Suoi progetti futuri?
Sono al servizio dello Stato, quindi sono pronto a lavorare in qualsiasi circostanza possa essere ritenuto utile e, come l’acqua, trovo sempre la mia strada.

Indifferenza per Icaro o sua invisibilità

Brueghel, la posizione umana del dolore

Paesaggio con caduta di Icaro, 1555 circa, 73 x 112, Musees Royaux des Beaux-Arts de Belgique, Brussels, Belgium

È leggendo contestualmente i versi di Ovidio nell’ottavo dei Metamorphoseon libri che si intende come Pieter Brueghel abbia concepito e composto (nel 1558, forse) la celebre tavola de La caduta di Icaro (cm 73×112), l’unica che abbia dipinto traendo spunto dalla mitologia degli antichi.

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Leonor Fini: surrealista a la page e glamour, donna e narcisista

Il bal masqué di Leonor Fini

Leonor Fini in mostra a New York, Museum of Sex. In mostra le opere più ambiziose della pittrice surrealista, che impose i suoi travestimenti a guerra finita, fra savoir-vivre della vecchia aristocrazia e nuovo jet-set in technicolor

Leonor Fini, “Les Aveugles”, 1968

Nel 1946, a guerra ormai finita, la festa mobile – spentasi all’improvviso, in tutta Europa, nel turbine delle conquiste nazi-fasciste – si riaccese, in maniera repentina, nei salons eleganti di una Parigi liberata, oltre i sobri prospetti londinesi, nelle piazze, nei palazzi di un’Italia resa al cicaleccio brillante e alla mondanità cosmopolita, lontana dai fasti autarchici della crème mussoliniana.

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