Castel del Monte

 

Castel del Monte, l’imponente castrum ottagonale di Federico II: la storia, le opere, il significato

da Finestre sull’arte, 10-7-2019

 

Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini

Il 29 gennaio del 1240, l’imperatore e re di Sicilia, Federico II di Svevia (Jesi, 1194 – Fiorentino di Puglia, 1250), scriveva da Gubbio una lettera a Riccardo da Montefuscolo, Giustiziere della Capitanata (ovvero il funzionario che rappresentava il sovrano nella Capitanata, una delle suddivisioni amministrative del regno di Sicilia, all’incirca corrispondente all’odierna provincia di Foggia), nella quale ordinava di fare l’actractus “pro castro quod apud Sanctam Mariam de Monte fieri volumus”, ovvero “per il castello che abbiamo voluto costruire nei pressi di Santa Maria del Monte”.

Non si è ancora compreso bene a che cosa si riferisse il termine actractus (forse un pavimento, oppure una copertura, o ancora si tratta semplicemente di un termine che si riferisce al materiale da costruzione: in sostanza, non sappiamo se i lavori fossero in fase d’avvio o in via di conclusione), ma sta di fatto che questa missiva del 1240 è il primo documento noto che riguarda il più interessante castello federiciano oltre che uno dei monumenti più noti della Puglia e di tutta l’Italia meridionale: Castel del Monte. L’imponente edificio viene poi citato in un documento redatto tra il 1241 e il 1246, e noto come Statutum de reparatione castrorum, in cui si elencano i castelli che dovevano essere riparati dalle comunità di riferimento: Castel del Monte, presentato come un edificio già completato, è di nuovo citato come castrum, termine con cui nei documenti dell’epoca venivano designate le fortezze militari con funzioni prettamente difensive.

Eppure, gli studiosi per decennî si sono interrogati (e continuano a interrogarsi) sulla funzione di questo particolarissimo castello ottagonale. Alcuni hanno contestato un’eventuale funzione difensiva di Castel del Monte: chi sostiene questa tesi fa leva sul fatto che attorno all’edificio manchi una cinta muraria, non sia presente il fossato né il ponte levatoio, non ci sarebbero postazioni adatte alla difesa (per esempio per gli arcieri), e così via. Uno dei principali medievisti italiani nonché tra i più esperti studiosi di Federico II, Raffaele Licinio, ha tuttavia contestato questa teoria, rimarcando come nel Medioevo ci fossero castelli privi di ponti levatoî e cinte murarie ma che comunque non perdevano le loro funzioni difensive e militari (Licinio addirittura sottolineava che, in questo senso, Castel del Monte “paga un prezzo elevato all’immagine del castello medievale in qualche modo figlia di Walter Scott e dei romanzi storici ottocenteschi, la cui ambientazione è stata ripresa, divulgata dal cinema e alla fine imposta come ricostruzione storica verosimile, se non autentica”). Il castello aveva comunque delle strutture di difesa: alcuni documenti antichi (uno del 1289 e un altro del 1349) citano, per esempio, la presenza di un muro di cinta esterno all’ottagono, che andò distrutto in epoche successive. Certo, è altrettanto vero che non è stata ancora rintracciata una documentazione che possa fornire informazioni certe su quale fosse la destinazione d’uso del castello, e per tal ragione sono state proposte le ipotesi più svariate: chi lo ha ritenuto una residenza di piacere o un casino di caccia, chi una sala per le udienze imperiali, altri ancora un labirinto o una costruzione puramente estetica e priva di reale scopo, chi si è addirittura spinto a ritenerlo un tempio per riti esoterici, un centro per le osservazioni astronomiche oppure una sorta di grande hammam medievale, luogo per cure termali.

Di recente, lo storico Massimiliano Ambruoso, con un paio di suoi studî, ha smontato tutte le ipotesi più fantasiose, da quelle esoteriche fino a quella che vorrebbe Castel del Monte un centro termale: per brevità, si può dire che si tratta sempre di ipotesi non sostenute da alcun documento, frutto di elaborazioni fantasiose spesso campate per aria, impossibili da dimostrare, talvolta del tutto incuranti del contesto storico di riferimento, e prive di ulteriori riscontri (per esempio, non è mai esistito all’epoca un castello che fungesse anche da centro termale, e la presenza di condutture e tubature per l’acqua, che del resto figurano in tutti i castelli medievali, non è ragione sufficiente per fare di Castel del Monte una spa del tredicesimo secolo). Cassate, ovviamente, anche tutte le teorie che mettono in relazione Castel del Monte a improbabili ricerche di santi Graal, non foss’altro per il fatto che non è attestata la presenza dei templari in Capitanata e per il fatto che tra i cavalieri e Federico II non corresse buon sangue. Quale dunque la teoria più probabile circa l’utilizzo e l’utilità di Castel del Monte? Forse è scontato sottolinearlo, ma nei documenti medievali l’edificio viene sempre citato come castrum, castello, il che dovrebbe fugare ogni dubbio circa destinazioni alternative come centro termale, tempio, osservatorio astronomico o quant’altro (nel caso, i documenti non avrebbero adoperato il termine castrum): è del tutto probabile, come ha suggerito Ambruoso, che Castel del Monte avesse la funzione di rafforzare il sistema dei castelli federiciani, che nei pressi di Santa Maria del Monte era piuttosto carente.

Federico II è infatti noto anche per aver promosso un profondo e impegnativo programma di consolidamento della rete castellare delle sue terre nel meridione d’Italia, o con fortificazioni fatte costruire ex novo, oppure con l’ammodernamento di precedenti fortezze normanne: lo scopo principale era quello di dar vita a un forte controllo sul territorio. La novità, tuttavia, consisteva nel fatto che i castelli di Federico il più delle volte univano alla funzionalità anche una riflessione sul loro aspetto: dovevano essere fortemente comunicativi. E dal momento che i castelli federiciani non avevano solo funzioni difensive, ma il più delle volte erano anche residenze o sedi di rappresentanza, la funzione di Castel del Monte potrebbe essere stata duplice. Inoltre, che Castel del Monte fosse un luogo ben difeso, possiamo supporlo anche dal fatto che, poco tempo dopo la scomparsa di Federico II, fu utilizzato anche come carcere: sappiamo peraltro dai documenti che il figlio di Federico II, Manfredi di Hohenstaufen (Venosa, 1232 – Benevento, 1266) vi fece rinchiudere un suo feudatario, Marino da Eboli (assieme al di lui figlio Riccardo), con l’accusa di ribellione. E pare che dopo la battaglia di Tagliacozzo, che segnò la definitiva caduta degli svevi in Italia, vi fossero stati imprigionati anche i figli di Manfredi. Ed è dunque ovvio che un castello non avrebbe potuto fungere da prigione se non fosse stato ritenuto sufficientemente sicuro. Senza calcolare il fatto che venne usato come fortezza militare anche in epoche successive. Si consideri poi che Castel del Monte oggi ci appare isolato, ma all’epoca si trovava nei pressi della strada che univa Andria e il Garagnone, un’antica rocca, oggi in rovina, nei pressi di Gravina in Puglia: all’epoca era una trafficata strada utilizzata per i commerci e le comunicazioni (e le stesse Andria e Gravina erano due dei principali centri del dominio federiciano nel sud Italia: Gravina era capoluogo del Giustizierato di Terra di Bari, e Andria una delle principali località della Capitanata), pertanto la posizione su cui Castel del Monte sorge (la cima di un colle alto più di cinquecento metri) era all’epoca decisamente strategica.

Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini
Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini

 

Castel del Monte da lontano sulla sommità del colle
Castel del Monte da lontano sulla sommità del colle

 

Sala all'interno di Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini
Sala all’interno di Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini

 

Anonimo miniatore, Ritratti di Federico II e Manfredi, dal manoscritto del De Arte venandi cum avibus di Federico II (1260 circa; manoscritto miniato su pergamena, ms. Pal. Lat. 1071, fol. 1r; Città del Vaticano, Biblioteca Vaticana)
Anonimo miniatore, Ritratti di Federico II e Manfredi, dal manoscritto del De Arte venandi cum avibus di Federico II (1260 circa; manoscritto miniato su pergamena, ms. Pal. Lat. 1071, fol. 1r; Città del Vaticano, Biblioteca Vaticana)

 

Emanuele Caggiano, Statua di Federico II, dettaglio (1887; marmo; Napoli, Palazzo Reale)
Emanuele Caggiano, Statua di Federico II, dettaglio (1887; marmo; Napoli, Palazzo Reale)

Da dove nascono dunque le ipotesi più bizzarre su Castel del Monte? Ovviamente, a giocare a favore delle interpretazioni più strane è la forma del castello. Costruito con conci di pietra calcarea sopra una collinetta rocciosa, Castel del Monte ha una massiccia forma ottagonale: su ogni angolo si staglia una torre, anch’essa ottagonale, e ritroviamo la stessa forma nel cortile interno, dove colonne e portali sono realizzati in breccia corallina, una pietra di colore rossastro che crea un contrasto notevole con i colori candidi della pietra calcarea. Infine, in passato il Castello doveva presentare diverse decorazioni in marmo bianco, che oggi sopravvivono solo in parte. Sono due i piani del castello, ognuno costituito da otto sale (per un totale dunque di sedici) di forma trapezoidale, coperte da volte a crociera costolonate nel riquadro centrale, con le colonne anch’esse in breccia corallina, e da volte a botte ogivali negli spazi angolari (un dato interessante è che le chiavi di volta sono tutte diverse). Per salire da un piano all’altro, i progettisti hanno inserito delle scale a chiocciola, con gradini anch’essi trapezoidali, inserite in tre delle otto torri (le altre sono invece destinate a scopi pratici: cisterne per l’acqua piovana, bagni e servizi igienici, cosa piuttosto inusuale per l’epoca ma che si riscontra anche in altri castelli federiciani, e alloggi per soldati). Il piano superiore si contraddistingue anche per la presenza di bifore (oltre a una trifora) e di volte più snelle, tutti elementi che rendono le sale del piano superiore più eleganti rispetto a quelle del piano inferiore. L’ingresso è costituito da un grande portale timpanato, preceduto da due rampe di scale simmetriche.

Non è detto che la scelta dell’ottagono non rivesta un carattere simbolico, ma comunque, nel caso, non avrebbe niente a che vedere con strani riti esoterici od oscure simbologie astrali: c’è chi ha legato la forma a una simbologia solare, altri ancora hanno ritenuto di vedere nell’ottagono un rimando all’aureola simbolo di santità, mentre alcuni studiosi hanno messo in relazione la forma del castello con quella della corona imperiale, teoria che al momento sembra essere la più probabile (la corona del Sacro Romano Impero, oggi conservata all’Hofburg di Vienna, è effettivamente di forma ottagonale). Occorre però specificare che non è possibile stabilire con certezza quale fosse il significato dell’ottagono: non possiamo neppure escludere che Castel del Monte volesse affrancarsi dalla più tradizionale forma quadrata tipica di altre fortezze, o semplicemente fosse una preferenza personale dell’imperatore. Un dettaglio che però potrebbe escludere interpretazioni avventate è il fatto che Castel del Monte non è l’unico edificio a pianta ottagonale dell’epoca: esistono infatti altri precedenti. Il più illustre è la Cappella Palatina di Aquisgrana: fu costruita alla fine dell’ottavo secolo, e a sua volta riprendeva precedenti edifici a pianta ottagonale (come la basilica di San Vitale a Ravenna o quella di San Lorenzo a Milano), e Federico II la conosceva bene dal momento che vi fu incoronato nel 1215. Esistono poi torri ottagonali di origine islamica (come la Torre dell’Alcázar di Jerez de la Frontera, costruita dagli arabi nel dodicesimo secolo, o la coeva Torre de Espantaperros di Badajoz, in Estremadura), ma anche castelli ottagonali fatti edificare nei feudi degli Hohenstaufen, anche se nessuno è conservato bene come Castel del Monte: valgano gli esempi del castello di Hugstein, vicino a Guebwiller, e quello di Eguisheim, entrambi in Alsazia (ed entrambi in rovina). Sappiamo poi che il distrutto Palazzo Imperiale di Federico II, che si trovava a Lucera, aveva un cortile interno di forma ottagonale. L’ottagono era un poligono con cui gli svevi e Federico Ii dimostravano una certa confidenza: tuttavia il fatto che la scelta fu adottata anche altrove dovrebbe portare a scartare significati che si adattino al solo contesto di Castel del Monte e, se proprio occorre trovare un qualche significato alla scelta dell’ottagono, è semmai necessario riferirlo al culto della personalità dell’imperatore (com’è noto, molti dei suoi contemporanei identificavano Federico II, sulla scorta d’una tradizione che rimandava agli imperatori romani, con il sol invictus, il “sole invitto” il cui culto fu introdotto a Roma nell’epoca del tardo impero, e la cui figura fu associata a diversi imperatori, Costantino su tutti).

Il portale d'ingresso di Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini
Il portale d’ingresso di Castel del Monte. Ph. Credit Francesco Bini

 

L'ottagono del cortile dal basso. Ph. Credit Francesco Bini
L’ottagono del cortile dal basso. Ph. Credit Francesco Bini

 

Orafo tedesco, Corona del Sacro Romano Impero (II metà del X secolo, croce dei primi anni dell'XI secolo; oro, smalto cloisonné, perle, pietre preziose; Vienna, Kunsthistorisches Museum)
Orafo tedesco, Corona del Sacro Romano Impero (II metà del X secolo, croce dei primi anni dell’XI secolo; oro, smalto cloisonné, perle, pietre preziose; Vienna, Kunsthistorisches Museum)

 

Castel del Monte. Ph. Credit Berthold Werner
Castel del Monte. Ph. Credit Berthold Werner

 

La Torre de Espantaperros di Badajoz. Ph. Credit Jose Mario Pires
La Torre de Espantaperros di Badajoz. Ph. Credit Jose Mario Pires

 

I resti del castello di Eguisheim. Ph. Credit Ente del Turismo dell'Alsazia
I resti del castello di Eguisheim. Ph. Credit Ente del Turismo dell’Alsazia

 

François Walter, Il castello di Eguisheim, da Les images d'Alsace (1785; Strasburgo, Bibliothèque Nationale et Universitaire)
François Walter, Il castello di Eguisheim, da Les images d’Alsace (1785; Strasburgo, Bibliothèque Nationale et Universitaire)

C’è da specificare che oggi Castel del Monte, benché sia l’unico castello federiciano a esserci pervenuto intero e con un aspetto simile a quello originario, appare molto diverso rispetto a come doveva rivelarsi agli occhi di un osservatore dell’epoca di Federico II. Per esempio, sappiamo che con tutta probabilità il castello doveva essere provvisto di merlature. Ma non solo: sicuramente, appariva molto più decorato di come lo vediamo oggi (le decorazioni erano uno degli elementi più importanti di Castel del Monte, segno che non doveva essere soltanto un fortilizio militare, ma anche una residenza o una sede di rappresentanza). “Lo scopo di quella gigantesca sagomata pietra dura”, ha scritto lo studioso Giosuè Musca, “non era solo quello di permettere a Federico brevi o meno brevi soste allietate dalle dolcezze e dalle comodità del vivere da imperatore romano o da despota orientale, non era solo quello di concedere a lui ed ai suoi accompagnatori ed ospiti assisi nei vani delle finestre del piano superiore la visione di un vasto orizzonte, di una fetta cospicua di terre imperiali, ma anche (e soprattutto) quello di ‘farsi vedere’ da lontano: una costruzione ad alto potenziale semantico che emanasse, più che rasserenanti cariche estetiche, efficaci e profonde cariche emotive”. “Esigenze funzionali” e “valenze simboliche”, in Castel del Monte, procedono dunque di pari passo, e l’edificio appare, “più di ogni altre costruzioni federiciane”, ha affermato ancora Musca, “il ritratto dell’imperiale Stato laico, un ritratto che proclama potenza e sicurezza, la ‘pietrificazione” di un’ideologia del potere, un manifesto della regalità affidato al tempo in materiali meno deperibili della pergamena. Era un messaggio particolarmente eloquente per i ‘lettori’ del secolo XIII, molto sensibili al linguaggio visivo, ma era anche uno strumento d’ostentazione e d’intimidazione. Al tempo di Federico, il potere faceva propaganda di sé con un linguaggio intessuto di teatralità, fatto di cortei, cerimonie, gesti rituali, insegne, stendardi, vesti, elmi, ma anche di costruzioni di scenografico impatto sull’osservatore”. Di qui non soltanto le esigenze d’imponenza e maestosità che il castello ancora evoca su chi lo vede al giorno d’oggi (anche da lontano!), ma anche la necessità di decorarlo nella maniera più acconcia, con marmi a profusione e un diffuso arredo di sculture.

Di tutto l’apparato scultoreo che un tempo ornava il castello, tuttavia, è oggi rimasto ben poco. Nel cortile sopravvive il frammento di una figura equestre, parte di un programma iconografico che faceva utilizzo di figure umane assunte “in funzione architettonica (mensole e ancora chiavi di volta), per giungere alla presentazione dell’immagine nella sua immediatezza e concretezza storica” (così Maria Stella Calò Mariani), come nel caso del cavaliere inserito in una nicchia del cortile. Della statua, probabilmente un ritratto equestre di Federico II stesso (una conferma giungerebbe dal fatto che è sormontata da un baldacchino con volta cuspidata: elemento tipico delle statue dei santi e degli imperatori delle cattedrali gotiche in Francia e in Germania, che peraltro potrebbe anche avvalorare l’ipotesi di un’esecuzione da attribuire a un maestro di origine nordica), rimane molto poco: parte del busto (la figura indossa una clamide), un braccio, un accenno di gamba, lacerti del capo. Molto poco, ma abbastanza per ricavarne l’impronta classicheggiante. È poi necessario segnalare una scultura di grande rilevanza, conservata però alla Pinacoteca “Corrado Giaquinto” di Bari: si tratta di una testa laureata rinvenuta nel 1928 in uno scavo a Castel del Monte e da allora detto anche “frammento Molajoli” in quanto il primo a studiarlo fu lo storico dell’arte Bruno Molajoli. Di questa testa non rimane niente dagli occhi in giù, ma anche in questo caso il poco che si vede (le ciocche di capelli, i rami d’alloro, le rughe della fronte, le orbite degli occhi molto incavate) dà ragione dell’importanza della scultura, da molti messa in relazione con alcuni dei capolavori della scultura federiciana, tra cui il ritratto acefalo dell’imperatore che adornava la porta di Capua. Inoltre, l’espressività del personaggio (intuibile dagli occhi) e i tratti realistici del volto hanno fatto nuovamente pensare a un’opera di cultura oltremontana. Non sappiamo chi sia il soggetto ritratto ma doveva trattarsi di un ritratto ufficiale (per quanto idealizzato), e di certo sappiamo che le teste laureate furono adottate nella numismatica imperiale a partire dal 1231. Presso il museo barese è conservato anche un frammentario busto d’imperatore trovato a Castel del Monte nel 1897, anch’esso probabilmente da riferire a uno scultore di area germanica. È stato tuttavia notato che l’ascendente classico di questo busto risulta molto attenuato: “il modello classico”, ha scritto Luisa Derosa nella scheda ufficiale dell’opera nel catalogo della Pinacoteca, “vive in questa scultura solo nelle sue valenze iconografiche più evidenti. La resa stilistico-formale, se confrontata direttamente con la scultura antica, è lontana da quelle fonti. A cominciare dal nodo del mantello, legato sulla spalla sinistra a formare un’ansa che lascia scoperta un’ampia parte della tunica sottostante, al profilo dello scollo netto e tagliente. Tali elementi, in contrasto con la tradizione classica, come è stato più volte ribadito dalla critica, trovano se mai maggiori punti di contatto con la scultura paleocristiana”.

Se delle sculture è rimasto poco, il discorso cambia per le decorazioni della struttura: possiamo ancora ammirare la ricchezza dei capitelli e delle chiavi di volta, che ci permettono di comprendere la cultura degli scultori che operarono in ambito federiciano. “Lo straordinario corredo scultoreo di Castel del Monte”, ha scritto Calò Mariani, “apre prospettive di respiro europeo. Alla plastica di Reims e della Sainte-Chapelle conducono le piante ispirate al vero di natura che adornano chiavi di volta e capitelli. La lezione altissima del gotico franco-renano si coglie nelle sculture figurate, non soltanto nelle chiavi di volta e nelle teste-mensola, ma anche nel frammento di testa laureata ora nella Pinacoteca Provinciale di Bari. Il rapporto della plastica federiciana con l’antico, che a Capua risponde ad un chiaro intento ideologico, a Castel del Monte e a Lagopesole si flette in un più libero linguaggio di fresca accezione gotica. Nell’architettura di Castel del Monte, l’eredità dell’antico riecheggia nell’intonazione solenne che il timpano conferisce al portale, nelle finestre sul cortile, cinte di serti di alloro e di collane di ovoli e fusarole, nell’opus reticulatum che rabesca le pareti di alcune sale del piano superiore; ma con maggiore evidenza si mostra nelle parti scultoree: vedi il busto acefalo e la testa frammentaria coronata di alloro”. Le chiavi di volta delle sale sono ornate con foglie di fico o di girasole, girali di acanto, tralci di vite o di edera, frutti di gelso (spesso, peraltro, le foglie sono in numero di otto, in accordo con il numero-chiave del castello) e contribuiscono quasi a creare un manuale di botanica, né mancano animali fantastici o maschere antropomorfe. Sui capitelli abbondano invece volti, telamoni, foglie di acanto, secondo una grande varietà tipica della scultura del tempo. Sulle mensole del portale sono poi presenti, come in molti edifici romanici e gotici, mensole con leoni: nel caso di Castel del Monte, i leoni sono eseguiti in breccia corallina.

Ignoto scultore, Figura equestre (1242-1246; pietra calcarea; Andria, Castel del Monte)
Ignoto scultore, Figura equestre (1242-1246; pietra calcarea; Andria, Castel del Monte)

 

Ignoto scultore, Testa laureata nota anche come Frammento Molajoli (XIII secolo; pietra calcarea, 27 x 24 x 30 cm; Bari, Pinacoteca Corrado Giaquinto)
Ignoto scultore, Testa laureata nota anche come Frammento Molajoli (XIII secolo; pietra calcarea, 27 x 24 x 30 cm; Bari, Pinacoteca Corrado Giaquinto)

 

Ignoto scultore, Busto d'imperatore (XIII secolo; marmo, 40 x 48 x 16 cm; Bari, Pinacoteca Corrado Giaquinto)
Ignoto scultore, Busto d’imperatore (XIII secolo; marmo, 40 x 48 x 16 cm; Bari, Pinacoteca Corrado Giaquinto)

 

Chiave di volta. Ph. Credit Francesco Bini
Chiave di volta. Ph. Credit Francesco Bini

 

Chiave di volta. Ph. Credit Francesco Bini
Chiave di volta. Ph. Credit Francesco Bini

 

Leone del portale. Ph. Credit Francesco Bini
Leone del portale. Ph. Credit Francesco Bini

Castel del Monte continuò a essere utilizzato come fortezza per lungo tempo: fu anche teatro, nel 1528, di una battaglia tra le forze francesi, guidate da Odet de Foix, e l’esercito imperiale, nell’ambito della Guerra della Lega di Cognac. In quell’occasione, Castel del Monte, utilizzato a scopo difensivo per impedire l’avanzata dei francesi verso Napoli, fu bombardato e pesantemente danneggiato. Il destino del castello cambiò ulteriormente nel 1552, quando il duca di Andria, Gonzalo II Fernández de Córdoba, che ne deteneva la proprietà, lo cedette a Fabrizio Carafa, conte di Ruvo, che ne fece luogo di residenza di piacere. Il castello rimase per lungo tempo proprietà dei Carafa, e nel 1686 doveva ancora conservare gran parte delle sue decorazioni: risale a quell’anno una lettera dell’abate Giovanni Battista Pacichelli nella quale Castel del Monte come un edificio “vaghissimo dentro”, fornito di “ornamenti di fuori che rendono maestoso quel corpo”, di un “nobilissimo atrio, e confacevole ad un magnifico palazzo, e ben munito castello, con le porte di puro, e fine metallo”: l’abate descriveva poi alcune sculture che oggi non si sono conservate. Fu durante il Settecento che Castel del Monte conobbe un periodo di abbandono, nel corso del quale avvenne la maggior parte delle spoliazioni che causarono l’asportazione di pressoché tutti gli apparati decorativi dell’edificio, e durante il quale il castello diventò meta e rifugio di contadini, pastori e briganti.

Lo stato di degrado in cui versava Castel del Monte a inizio Ottocento è ben testimoniato da un’eloquente stampa di Victor Baltard (Parigi, 1805 – 1874), realizzato nell’ambito di un imponente studio dei castelli svevi e normanni dell’Italia del sud commissionato, praticamente per pura passione, da Honoré-Théodoric-Paul-Joseph d’Albert, ottavo duca di Luynes (Parigi, 1802 – Roma, 1867), a un giovanissimo Jean-Luis Alphonse Huillard-Bréholles (Parigi, 1817 – 1871), storico, che si sarebbe occupato dei testi, e appunto a Baltard che avrebbe eseguito i disegni. Pubblicato a Parigi nel 1844 con il titolo Recherches sur le monuments et l’histoire des Normands et de la maison de Souabe dans l’Italie méridionale, lo studio era lungo 172 pagine ed era corredato di 35 illustrazioni (il nome di Baltard, peraltro, fu suggerito al duca di Luynes da Jean-Auguste-Dominique Ingres, che all’epoca era direttore dell’Académie de France di Roma, presso la quale il giovane architetto studiava al tempo). Huillard-Bréholles scriveva che “il marmo delle pareti e la pietra bianca delle panche sono stati spoliati per frammenti, e queste sale si trovano in uno deplorevole stato di degrado, ma le colonne e le finestre sono sufficienti a testimoniare l’antico splendore”. Nel disegno si vede bene quale fosse lo stato: il castello era parzialmente diroccato, le torri in rovina, la vegetazione a prendere il sopravvento sulla costruzione. La svolta avvenne solo nel 1876, quando i Carafa, che erano ancora i proprietarî del castello, lo vendettero allo Stato italiano per 25.000 lire: nel contratto stipulato tra le parti si legge che Castel del Monte era ormai un rudere (“essendoché l’annoso Castello di che trattasi, sì è un monumento storico artistico, è però inadatto e assolutamente incapace a qualsiasi uso, sì per il suo presente stato sì per la natura delle sue costruzioni e sì per il luogo solitario e disabitato in cui è posto”). Inoltre, come risulta evidente dalle foto dell’epoca, le murature esterne risultavano pesantemente disgregate e rovinate.

Cominciò allora una lunga stagione di restauri, che presero avvio nel 1879. Durante la prima fase, diretta dall’ingegner Francesco Sarlo e proseguita sino al 1885, si procedette con il consolidamento della struttura per evitare crolli, con l’impermeabilizzazione delle coperture e con l’aggiunta degli infissi alle finestre (che nel frattempo erano stati asportati). L’intervento di Sarlo non fu esente da successive critiche, perché furono eseguite anche integrazioni ex novo realizzate con pietra proveniente da una vicina cava (che si riteneva fosse quella da dove erano giunti i materiali originali). I lavori subirono uno stop di un quarantennio causa mancanza di fondi, e ripresero solo nel 1928, con i restauri diretti da Quintino Quagliati e Gino Chierici. Obiettivo dell’intervento fu quello di riportare Castel del Monte a condizioni simili a quelle che doveva avere nel Duecento, e per tal ragione anche i restauri degli anni Venti scatenarono polemiche, dal momento che continuò l’opera di integrazione con materiale nuovo, lavorato in maniera simile all’originale (sebbene in maniera equilibrata: la necessità era comunque ancora quella di consolidare la struttura e l’inserimento di elementi nuovi era visto come urgente per raggiungere tale scopo). Tra i principali critici vi fu il restauratore Carlo Ceschi (Alba, 1904 – Roma, 1973), che rivolse considerazioni aspre verso la prima fase dei lavori (i restauri del 1879-1885 furono secondo lui “condotti con così poca sensibilità artistica che ancor oggi, a distanza di quasi sessant’anni, creano un senso di disagio anche nel visitatore meno avvezzo a giudicare in materia”): proprio Ceschi, peraltro, fu incaricato di continuare i lavori nel 1933, appena divenuto soprintendente (i suoi interventi furono soprattutto di natura conservativa). L’aspetto odierno di Castel del Monte si deve ai restauri degli anni Sessanta, condotti da Francesco Schettini, Renato Chiurazzi e Riccardo Mola: Castel del Monte fu notevolmente “ringiovanito”, e il modo in cui furono condotti i lavori attirò nuove critiche. Anche con l’aspetto “nuovo”, tuttavia, i problemi non si erano arrestati, tanto che tra il 1975 e il 1981 si rese necessario un nuovo restauro, diretto da Giambattista Detommasi, per consolidare le cortine murarie, che ancora oggi sono oggetto di costante manutenzione in quanto soggette a degrado repentino.

Victor Baltard, Castel del Monte, da Jean-Luis Alphonse Huillard-Bréholles e Victor Baltard, Recherches sur le monuments et l'histoire des Normands et de la maison de Souabe dans l'Italie méridionale, Parigi, Imprimerie De C.L.F. Panckoucke, 1844
Victor Baltard, Castel del Monte, da Jean-Luis Alphonse Huillard-Bréholles e Victor Baltard, Recherches sur le monuments et l’histoire des Normands et de la maison de Souabe dans l’Italie méridionale, Parigi, Imprimerie De C.L.F. Panckoucke, 1844

 

Castel del Monte in una cartolina degli anni Venti
Castel del Monte in una cartolina degli anni Venti

 

Castel del Monte nel 1959. Foto di Paolo Monti
Castel del Monte nel 1959. Foto di Paolo Monti

 

Castel del Monte nel 1965. Foto di Paolo Monti
Castel del Monte nel 1965. Foto di Paolo Monti

 

Castel del Monte nel 1970. Foto di Paolo Monti
Castel del Monte nel 1970. Foto di Paolo Monti

Dal 1996, Castel del Monte fa parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, inserito con questa motivazione: “quando l’imperatore Federico II costruì questo castello vicino a Bari nel tredicesimo secolo, lo permeò di significati simbolici che si riflettono nel luogo, nella precisione matematica e astronomica della struttura e nella forma perfettamente regolare. Esempio unico di architettura medievale militare, Castel del Monte è un virtuoso insieme di elementi dell’antichità classica, dell’oriente islamico e del gotico dell’Europa cistercense”. Oggi, lo si può asserire senza troppi dubbî, Castel del Monte è una delle principali icone del patrimonio culturale nazionale, tanto da esser scelto per comparire su una delle monete italiane dell’euro (quella da un centesimo), è luogo che ha ispirato libri e film, oltre ad alimentare, come si è visto, le più vivaci fantasie su ciò che si faceva al suo interno all’epoca di Federico II, anche se, come ha giustamente scritto lo storico Franco Cardini, “l’unica ipotesi possibile su Castel del Monte è che sia, appunto, un castello”.

Una delle migliori e più raffinate descrizioni che siano mai state prodotte su Castel del Monte rimane quella del Pellegrino di Puglia di Cesare Brandi, che lo vide prima dei restauri degli anni Sessanta ne parlò in questi termini: “l’edificio, trasandato e mal tenuto all’interno come all’esterno, ha tuttavia una sua prepotenza a cui è difficile resistere. E sì che, di tutta la Puglia, non è questo il monumento a cui vadano le mie preferenze, anche se il più insigne, dopo il San Nicola. Ma davvero, come nella sua pianta d’una regolarità geometrica che fa pensare più ai cristalli di neve che all’opera dell’uomo, c’è un segreto incontro di civiltà diverse, in cui ognuna canta nella sua lingua, eppure la polifonia è perfetta. Si volle francese, e non che la civiltà architettonica francese in qualche parte non vi sia, ma la strada era lunga, dalla Francia alla Puglia: molte cose cambiavano per via, e già tante ne erano cambiate coi Normanni, che erano assai più francesi di Federigo II. Alla corte di Federigo tutto si mischiava e anche a Castel del Monte tutto si mischia. A dire il vero neanche i castelli Omayadi arrivano pari pari a congiungersi a Castel del Monte. I castelli Omayadi erano ancora la fattoria romana del deserto, esaltata a palazzo dai nuovi ricchi, e con lo speco dell’acqua proprio dove acqua non ce n’era. Qui a Castel del Monte, non è che non ci fosse più acqua che nel deserto, ma i bravi architetti di discendenza araba che curarono gli impianti idrici fecero un capolavoro. […] Giurerei che Federigo II non dovette amare affatto l’architettura gotica: quel che c’è di gotico, a Castel del Monte, sono appena le volte e le costolature; ma non le finestre, che sono ancora quelle araba che ingioiellano le costruzioni normanne della Sicilia. E poi, basterebbero le mura sode, il gusto delle ampie superfici, ancora bizantine o romaniche, se proprio non vogliamo dire arabe: e invece lo dobbiamo dire, perché se c’è qualcosa a cui fa pensare Castel del Monte è alla porta fatimita del Cairo, è agli alti muri senza finestre che avvolgono la Moschea di Ibn Touloun. […] Infine il correttivo dell’antichità classica: quel portale sormontato dal timpano, dove, naturalmente, le proporzioni classiche svaporano, ma acquistano un accento squisitamente romanzo, e, in quell’accento conservano l’etimo classico. Donde negli augustali d’oro, Federigo, con la clamide e redimito di alloro, se la fa da imperatore romano”.

Bibliografia di riferimento

  • Massimiliano Ambruoso, Castel del Monte. La storia e il mito, Edipuglia, 2018
  • Elisabetta Scungio, Huillard-Bréholles e lo studio dei monumenti della Puglia normanna e sveva in Arte medievale, IV, VIII (2018), pp. 217-228
  • Giuseppe Fallacara, Ubaldo Occhinegro, Micaela Pignatelli, Storia dei restauri a Castel del Monte in Giuseppe Fallacara, Ubaldo Occhinegro, Castel del Monte. Inedite indagini scientifiche, atti del convegno (Bari, 18-19 giugno 2015), Gangemi Editore, 2015
  • Massimiliano Ambruoso, Castel del Monte. Manuale storico di sopravvivenza, CaratteriMobili, 2014
  • Raffaele Licinio, Castelli medievali. Puglia e Basilicata: dai normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, CaratteriMobili, 2010
  • Clara Gelao (a cura di), La Pinacoteca provinciale di Bari, Istituto Poligrafico dello Stato, 2008
  • Maria Stella Calò Mariani, La memoria dell’antico nell’arte pugliese del XII e XIII secolo in Arturo Carlo Quintavalle (a cura di), Medioevo: il tempo degli antichi, atti del convegno (Parma, 24-28 settembe 2003), Mondadori, 2006, pp. 462-476
  • Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte. Un castello medievale, Adda, 2002
  • Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte e il sistema castellare nella Puglia di Federico II, Edizioni dal Sud, 2001
  • Maria Stella Calò Mariani, L’arte del Duecento in Puglia, Istituto Bancario San Paolo Torino, 1984

Una risposta a “Castel del Monte”

  1. Molto interessante. Forse sgombrato finalmente il campo dai Sacri Graal, da oscuri simbolismi esoterici, e naturalmente da quel pizzico di Templari che non può mai mancare.

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