La notte del sabba va al museo: una mostra interessante

Mostre. «Arte e magia. Il fascino dell’esoterismo in Europa», una rassegna a Palazzo Roverella di Rovigo a cura di Francesco Parisi

Si entra in silenzio, seguendo l’invito del gesto iniziatico di accattivanti fanciulle rappresentate in grandi quadri: un dito sulla bocca a significare che i mondi occulti si attraversano con la coscienza allargata ma con il segreto nel cuore, permettendo a pochi individui di percorrere i sentieri dell’illuminazione, magari scalando gli scalini di un tempio.

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Programma iniziative autunno 2018

Dies irae dies illa: il Giudizio Universale nell’arte

Il tema del Giudizio Universale attraversa come un fiume travolgente l’immaginario del mondo occidentale cristiano, dipanandosi in forme sempre più monumentali e drammatiche dai suoi primordi fino alla formidabile redazione michelangiolesca, che conclude drammaticamente la stagione rinascimentale. Dopo le prime, sporadiche rappresentazioni, con il XIII secolo il tema della morte e quello dei giorni ultimi aumenta di importanza, sviluppandosi in forma monumentale principalmente sulle controfacciate delle chiese, parallelamente alla nascita di altre tematiche sulla ineluttabile presenza della morte, attraversando in modo traversale l’arte di quasi tutti i paesi europei tra medioevo e rinascimento, con punte di impressionante espressione in Italia e nei Paesi Bassi. Un ampio affresco storico-artistico per rileggere alcuni dei più affascinanti aspetti della nostra cultura.

Poi le visite alle mostre e le proposte di viaggio

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La mostra sul Romanticismo che visiteremo il 6 novembre

Milano, ecco la grande mostra sul Romanticismo italiano: Hayez e colleghi in compagnia di Turner, Friedrich e altri. Le foto

Le Gallerie d’Italia di piazza Scala a Milano e il Museo Poldi Pezzoli dedicano la mostra dell’inverno 2018-2019, dal 26 ottobre 2018 al 17 marzo 2019, al Romanticismo italiano: si tratta di Romanticismo, un’importante rassegna, curata da uno dei massimi esperti del tema, Fernando Mazzocca, che si configura come la prima mostra interamente dedicata al contributo che l’Italia ha dato al movimento romantico e che espone ben duecento opere, che s’inseriscono nel contesto del vivace dibattito culturale svoltosi tra l’Inghilterra, la Francia e i paesi del Nord, soprattutto la Germania e l’Impero austriaco, negli anni che vanno dal Congresso di Vienna alle rivoluzioni che nel 1848 sconvolsero il vecchio continente. La mostra, inoltre, prende in considerazione i precedenti fermenti preromantici e le ultime manifestazioni di una cultura che, almeno nel nostro paese, sarebbe terminata con la realizzazione dell’Unità d’Italia e l’affermazione del Realismo, che del Romanticismo rappresenta l’antitesi.

Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con effetto di luna (1820-1830; Torino, Musei Reali – Palazzo Reale)

Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con effetto di luna (1820-1830; Torino, Musei Reali – Palazzo Reale)

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Povera Regina Viarum, scampata ai Benetton e ora abbandonata

Tomaso Montanari, Appia scordata e senza fondi. La Grande Bellezza è perduta

18 settembre 2018

Le meraviglie abbandonate – Per la Regina Viarum si è passati dall’idea (sbagliata) Benetton al totale nulla. Però c’è chi combatte  

“O via Appia, consacrata da Cesare venerato sotto l’effigie di Ercole, tu che superi in celebrità

tutte le italiche vie …”: l’invocazione di Marziale risuona oggi come una disperata richiesta di aiuto. Sembra quasi che all’Appia Antica si voglia far pagare il no di quattro anni fa alla Società Autostrade. Pochi oggi lo ricordano, ma nell’estate del 2014 divampò furiosa una battaglia di opinione intorno al tentativo di aggiungere la Regina Viarum al vasto regno dei Benetton.

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Le conferenze dell’autunno 2018: inizio 18 ottobre

Dies irae dies illa: il Giudizio Universale nell’arte

 

Il tema del Giudizio Universale attraversa come un fiume travolgente l’immaginario del mondo occidentale cristiano, dipanandosi in forme sempre più monumentali e drammatiche dai suoi primordi fino alla formidabile redazione michelangiolesca, che conclude drammaticamente la stagione rinascimentale. Dopo le prime, sporadiche rappresentazioni, con il XIII secolo il tema della morte e quello dei giorni ultimi aumenta di importanza, sviluppandosi in forma monumentale principalmente sulle controfacciate delle chiese, parallelamente alla nascita di altre tematiche sulla ineluttabile presenza della morte, attraversando in modo traversale l’arte di quasi tutti i paesi europei tra medioevo e rinascimento, con punte di impressionante espressione in Italia e nei Paesi Bassi. Un ampio affresco storico-artistico per rileggere alcuni dei più affascinanti aspetti della nostra cultura.

 

Modalità, orari e costi degli incontri. Sede: Università Popolare, Via Terraggio 1, angolo Corso Magenta. Ore 14,45. Suonare citofono e salire al secondo piano quindi a destra sul ballatoio. Durata circa 2 ore. Quota di partecipazione 13 euro, studenti 5 euro. Non è necessaria la prenotazione.

E’ possibile acquistare i cd con le lezioni 5 euro solo immagini, 15 euro immagini più registrazione.

Il corso si articola su sei incontri:

18 ottobre

25 ottobre

8 novembre

15 novembre

22 novembre

29 novembre

L’opera d’arte è sempre un atto politico

L’opera d’arte è sempre un atto politico, ed è impossibile dividere l’arte dalla politica

Un editoriale sull’arte e sulla politica, oltre che sulle funzioni civili della critica d’arte e del giornalismo d’arte, alla luce delle velleità di voler dividere la politica dall’arte.

La retorica populista contro la stampa, in Italia come all’estero, rischia di produrre nefasti effetti anche sul giornalismo d’arte: il problema, sottolineato dalla direttrice di The Art Newspaper, Helen Stoilas, in un articolo dello scorso 16 agosto, comporta risvolti inediti anche per il mondo dell’arte, dal momento che dietro una questione tanto delicata si cela il pericolo di minare il nostro rapporto con le opere d’arte. Quando oggi osserviamo una Madonna col Bambino del Trecento, una Pietà del Rinascimento o una scena di martirio barocca, il divario che ci separa dalla realtà storica, culturale e sociale di quelle epoche c’impedisce spesso di cogliere uno degli aspetti fondamentali dell’opera d’arte, quello di atto politico che diventa tale in quanto “fedele rappresentazione di uno spirito”, come ha ben sottolineato il critico Lewis Hyde, rifacendosi a Walt Whitman.

Andrea del Sarto, Pietà di Luco (1523; olio su tavola, 239 x 199 cm; Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti)
Andrea del Sarto, Pietà di Luco (1523; olio su tavola, 239 x 199 cm; Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti

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Letture per l’estate: il “principe dei musici” contemporaneo di Caravaggio

Carlo Gesualdo da Venosa

Libri. La biografia del “principe dei musici” vissuto tra il 1566 e il 1613, dello storico Annibale Cogliano,con un cd e libretto d’opera a cura di Dinko Fabris

Il finale simbolico di un pappagallo bianco resistente nei secoli resterà nei nostri desideri inesauditi di vedere un film atteso per anni ma che il suo autore (Bernardo Bertolucci) non ha potuto iniziare anche se «Paradiso e Inferno» (questo il titolo scelto) si annunciava già come la grande biografia filmica su Carlo Gesualdo. Circola invece da un po’ di tempo un ricchissimo libro che occorre al più presto liberare dalla nicchia degli studiosi e degli eruditi e portare all’attenzione di un pubblico più vasto.
«La più accurata biografia mai prodotta sulla figura di Carlo Gesualdo da Venosa, uomo e musicista». Così Glenn Watkins, studioso emerito del musicista madrigalista ritenuto da tanti precursore della musica moderna, nell’introduzione al poderoso ed elegante volume dello storico Annibale Cogliano che al «princeps musicae» ha dedicato lo studio storico-critico più analitico e minuzioso. «Carlo Gesualdo da Venosa. Per una biografia» è un libro di pagine 468, con ricco corredo di stampe d’epoca più cd musicale (Giuseppe Barile Editore, euro 60). Il cd + il “libretto d’opera» è curato da Dinko Fabris, altro studioso di Gesualdo. E si può dire che, in attesa del film che Bertolucci un giorno farà su questo musicista che ha intrigato tanti artisti (Igor Stravinkij andò in pellegrinaggio al suo castello ben due volte negli anni 50 e gli dedicherà l’opera «Monumentum pro Gesualdo» nel 1960), questo volume ha il sapore della magniloquenza filmica del kolossal, dell’intreccio tra storia, cronaca, delitti (Carlo Gesualdo fu il mandante dell’uccisione della consorte e del suo amante), tentativi di redenzione (forse), in un approccio alle questioni musicali che si fa prima storia del personaggio e del suo tempo, poi rapporto ambiguo dell’eroe con il mistero attraverso streghe e malefici, quindi abbandono spesso doloroso all’arte della musica. Carlo Gesualdo, vissuto tra il 1566 e il 1613, è l’autore di un corpus musicale di «Responsori», «Sacre Cantiones», «Mottetti», «Madrigali». Ma qui non è solo l’analisi della musica ad essere attraversata dal senso della storia ma il rapporto tra nord e sud d’Italia visto con gli occhi di un approccio alla medicina (e alla contraddizione uomo-donna) del tutto diverso: si leggano le belle pagine sulla malattia di Eleonora d’Este seconda moglie di Gesualdo. Questo libro è una costruzione dove micro e macro storia si intrecciano, in modo spesso mirabile, con l’irrazionalità dell’arte per produrre scintille in un viaggio che appassiona.
E naturalmente non può mancare l’analisi sull’influenza preponderante della chiesa cattolica contro riformatrice: «Nei paesi dell’Europa mediterranea, il Seicento barocco della Chiesa, diversamente dal Nord Europa, investe la cultura più profonda, quella dell’anima intesa come mondo psichico conflittuale, di eros e thanatos, luogo di contraddizioni, di visione del mondo, di elaborazioni faticose e sofferte, le cui ferite e aperture di salvezza, fisica e psichica, si giocano in un delicato processo di controllo sociale e spirituale che ha ad oggetto tanto la coscienza delle masse, che l’anima di un principe. E Carlo Gesualdo in particolare – pronipote di un papa, nipote di un santo e nipote del potente arcivescovo napoletano – è una terra di conquista, una preda spirituale ancora più agognata, quanto maggiore è il suo peso politico e simbolico nell’aristocrazia del Regno».
E se interessanti restano le pagine sui malefici, stregonerie, con l’assoluta umiliazione e subordinazione del mondo femminile, la ricca analisi sulla musica di questo artista lascia aperti spazi per ulteriori contaminazioni e apporti critici. Perché se è vero che questo volume ha lo spessore della «summa» dove sembra non ci sia più nient’altro da aggiungere, in realtà ridà l’avvio a una nuova, possibile stagione gesualdina in campo critico. Intanto, per dare un’idea della ricchezza critica, si legga questo parallelismo tra Gesualdo e Caravaggio che Annibale Cogliano mette in pagina così: «Se ossessione in Carlo c’è, è proprio nel tentativo di conferire all’arte sacra la funzione di eternizzare gli attimi unici e irripetibili del dolore e della morte della vita, propria della condizione umana. Allo stesso modo, Caravaggio, nel Golia dalla testa mozzata (ma è solo uno dei tanti esempi delle sue creazioni), fa il ritratto di se stesso, fuggiasco nello spasimo degli ultimi istanti della morte che lo sovrasta e lo insegue”

in Alias, 7-7-2018

 

Viaggio in Campania 9-14 ottobre 2018

Caserta e la costiera

9-13 ottobre 2018
viaggio a cura di Luca Mozzati – organizzazione tecnica Adenium

Viaggio confermato. Per ulteriori iscrizioni fare richiesta.

Il viaggio si bilancia tra due poli, entrambi di interesse straordinario, tra il mare e l’interno: la Reggia di Caserta, una delle strutture più rappresentative del Settecento italiano, col relativo magnifico Parco, e la Costiera Amalfitana, coi suoi scorci giustamente celebri e le straordinarie realizzazioni di sapore arabo-normanno.
In mezzo esplora le sconosciute e bellissime ville romane emerse dagli scavi di Stabia; la basilica di Sant’Angelo in Formis, con l’eccezionale ciclo di affreschi dell’XI secolo appena restaurati; il complesso monumentale del Belvedere di San Leucio, col villaggio operaio del XVIII secolo all’avanguardia in Europa; il Museo Campano di Capua, con le suggestive sculture delle Antiche madri, il duomo di Caserta Vecchia e un’intera giornata dedicata al centro storico di Napoli, per scoprire quanto non visto nel precedente viaggio.

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Caserta e la costiera 2018 programma nuovo

 

Paesaggio, natura e storia: qualche riflessione

Cosa è il paesaggio

Troppo spesso le grida d’allarme per il riscaldamento del pianeta sono servite come alibi per contrabbandare operazioni utili soltanto a chi le proponeva e pagate dalle tasche dei contribuenti.

Di Carlo Alberto Pinelli

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante  regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati ( pascoli e boschi ) o non assoggettabili in alcun modo ( loci horridi )alle esigenze materiali dell’uomo.  Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile  della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

Il tema di cui dobbiamo oggi occuparci, vale a dire le nostre valutazioni relative alla invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, non ci permette di affrontare l’argomento, di per sé affascinante ( e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno di questi appunti ruoterà intorno all’Ager: i luoghi della vita.

 

Panorama VS Paesaggio

Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi.  Entrambi  sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere.  Però poi il primo – il panorama –  fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia ( cito a memoria le parole della professoressa Luisa Bonesio ) tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far si che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim  Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”.  Questa ultima annotazione – con sentimento –  è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso  che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile.  Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

Già molti anni fa Guido Ceronetti scriveva: “ E’ una campagna che somiglia a una bambina bellissima, che un cancro ha devastato in un solo lato del viso, cancellandone un occhio e lasciando l’altro aperto per lo stupore e il silenzioso rimprovero. E’ una campagna umiliata, sofferente, che si vergogna di non poter sparire; nella quale ogni nuovo insediamento industriale è come un vistoso chiodo nella carne, disperata di non aver difesa (…). Una delle grandi tristezze di queste campagne intristite è la gratitudine delle vittime umane, il loro leccamano contento, a volte la loro partecipazione attiva perché sia più alto, più intenso il grado del proprio scempio. E’ una vergogna che le peggiori forme della civiltà urbana siano accolte con tanta “cupio dissolvi” dalle campagne.”

Crampiolo. Verbano Cusio Ossola

La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva  contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli.  Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

La dignità del Paesaggio

E allora? Allora è’ ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti.  Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano.  Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani, o dal denaro che viene loro offerto in cambio. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro ad una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori  come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio ( o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio.  Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità anche paesaggistica dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena. Così come fa pena leggere che quegli stessi personaggi utilizzano contro di noi (che siamo contrari non all’oculata utilizzazione delle fonti energetiche alternative ma  all’indiscriminata invasione delle pale eoliche),  le stesse squallide argomentazioni utilizzate da sempre contro le ragioni degli ambientalisti dalla speculazione edilizia e industriale. Se le pale eoliche sono belle, se le pale eoliche devono essere sostenute ciecamente in quanto ( secondo loro) producono occupazione e ricchezza, perché allora non considerare positivamente anche la colata di cemento che ha snaturato le coste italiane, offrendo lavoro a decine di migliaia di persone?  Dove sta la differenza? Che le pale eoliche stiano producendo ricchezza è certo. Ma ricchezza per chi? Vogliamo cominciare a chiedercelo?

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli o orrendi. Ciascuno può pensare ( o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con decine di migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale ad una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’ armonica percezione.

Ciò equivale ad una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive.  Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Tre Cime di Lavaredo. Foto: Alessandro Toller

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, di cui parlava Ceronetti, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi ( ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maitre a penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian ha parlato di “fascismo eolico” . La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci. E questo è tutto.

Spero che questo nostro intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Non posso chiudere questa breve serie di riflessioni senza rendere noto, a chi ancora non lo sapesse, che l’imminente e  vandalica manomissione del paesaggio collinare italiano porterà solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica.  La scandalosa sproporzione tra costi ( paesaggistici, ambientali, ecologici ) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri.

Carlo Alberto Pinelli

in Mountain Wilderness Italia, 3 luglio 2018

 

Bibliografia

Remo Bodei: Paesaggi Sublimi, ed. Bompiani 2008
Luisa Bonesio: Geofilosofia del Paesaggio, ed: Mimesis 2001
Luisa Bonesio: Paesaggio, Identità, Comunità tra Locale e Globale, ed. Diabasis 2007