Che futuro per i Beni Culturali nel nuovo governo? L’ottimo programma del M5S sembra sparito dal contratto, ma qualche miglioramento potrebbe esserci

Governo Conte a trazione grillino-leghista, per la cultura si apre una partita inedita

“Alberto Bonisoli è una persona che ha portato avanti un obiettivo nei suoi anni di carriera: ha mirato a valorizzare il patrimonio di made in Italy che abbiamo, a valorizzare le eccellenze che abbiamo, e che in alcuni casi sono anche attrazione turistica. In generale è un profondo conoscitore sia del made in Italy, sia della bellezza italiana, ed è stato in grado di valorizzarla ai fini della creazione di lavoro, ma anche della promozione all’estero e in Italia. E credo che sia la sensibilità giusta per gestire un ministero così complesso e così importante”. Sono parole di Luigi Di Maio, che così presentava lo scorso primo marzo, in campagna elettorale, il nuovo ministro dei beni culturali, Alberto Bonisoli. È interessante partire dalle parole del nuovo vicepresidente del consiglio dei ministri perché è possibile leggervi tra le righe una sorta di convergenza di vedute tra l’idea di cultura che parrebbe avere il capo del Movimento 5 Stelle (e che è abbastanza lontana da quella che invece abbiamo avuto modo d’apprezzare nel programma del partito) e quella che la Lega Nord ha sempre propugnato. Cultura come “valorizzazione del patrimonio di made in Italy”, cultura come “valorizzazione delle eccellenze e delle attrazioni turistiche”, cultura come “bellezza italiana”. Il termine “valorizzazione” usato per tre volte in trenta secondi.

Alberto Bonisoli giura da ministro
Alberto Bonisoli giura da ministro

Ed è stata poi questa la linea su cui pentastellati e leghisti si son trovati d’accordo e che hanno inserito alla voce “cultura” nel contratto di governo. Occorre sottolineare che, di fronte all’evidenza del documento vergato da Di Maio e Salvini poco prima della formazione del governo Conte, viene meno qualunque vero tentativo di cambiamento (almeno per quanto riguarda il settore della cultura). Se l’azione del governo Conte seguirà davvero i propositi indicati dal contratto a pagina 16, possiamo pure star certi che non ci sarà alcun governo del cambiamento: per la cultura rimarrà tutto com’era, dal momento che il documento non s’allontana dalla logica della cultura come “strumento fondamentale per lo sviluppo del turismo in tutto il territorio italiano”, secondo la valutazione del testo redatto dai due partiti. Il capitolo sulla cultura s’apre infatti con la solita retorica spiccia del paese “colmo di ricchezze artistiche e architettoniche sparse in maniera omogenea in tutto il territorio”, ma ci si lamenta del fatto che l’Italia “non sfrutti a pieno le sue possibilità, lasciando in alcuni casi i propri beni ed il proprio patrimonio culturale nella condizione di non essere valorizzati a dovere”. È pur vero che il documento riconosce che i beni culturali contribuiscono anche “alla formazione del cittadino”, anche se viene specificato “in continuità con la nostra identità” (qualunque cosa questo nonsense evidentemente leghista voglia significare), ma la principale coalizione di governo sembrerebbe esser preoccupata soprattutto del fatto che “lo Stato non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci, grazie ad una gestione attenta e una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati”. Ed è verissimo che “tagliare in maniera lineare e non ragionata la spesa da destinare al nostro patrimonio, sia esso artistico che culturale [come se il patrimonio artistico non avesse un valore culturale, nda], significa ridurre in misura considerevole le possibilità di accrescere la ricchezza anche economica dei nostri territori”, ma è altrettanto vero che l’investimento in cultura, secondo il contratto, è funzionale soprattutto per attrarre turismo e numeri.

È una visione sostanzialmente simile a quella incarnata dalla linea Renzi-Franceschini: la cultura che viene tenuta in considerazione non in virtù del proprio valore intrinseco, per la sua capacità di far crescere i cittadini, di combattere il degrado, di stimolare la partecipazione, ma semplicemente in quanto mero strumento economico, attrattore per turisti, “motore di crescita”. Eppure non si può dire che le due forze di governo non abbiano ricevuto adeguate sollecitazioni dalla base, durante la campagna elettorale. E se la Lega Nord ha sistematicamente ignorato tali sollecitazioni, evitando accuratamente di far riferimento alle vere priorità del settore nel proprio programma, puntando quasi tutto sull’equazione “cultura uguale turismo”, e ponendosi anche come uno dei pochi partiti che non ha inviato neppure un rappresentante alla presentazione della proposta di legge per la regolamentazione del volontariato nei beni culturali, lo stesso non si può dire del Movimento 5 Stelle, che pure aveva nel proprio programma alcuni ottimi spunti, a cominciare dalla risoluzione dei problemi innescati dalla riforma Franceschini (si proponeva di tornare ad attribuire un ruolo significativo alle Soprintendenze), dalle iniziative per limitare la presenza del terzo settore nella gestione della cultura, dai propositi di ricognizione del fabbisogno di risorse per archivi e biblioteche, dalla proposta di revisione della legge Ronchey sui servizî aggiuntivi nei musei. Tutti argomenti che la Lega Nord non affronta nel suo programma: e il contratto di governo, tocca constatare, somiglia molto più al programma leghista che a quello grillino.

Da una parte, tuttavia, conforta che il ministro sia in quota pentastellata. Certo: è un manager, viene dal settore della moda, lavora nel campo dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e coreutica (AFAM), e non è ancora dato sapere quali cognizioni abbia dei problemi del nostro patrimonio (forse, Alberto Bonisoli sarebbe stato più indicato per il Ministero dell’Istruzione). Il suo profilo, dunque, apparentemente cozza col programma grillino: molto più simile a un Franceschini che, per esempio, a un Tomaso Montanari (faccio il nome dello storico dell’arte perché, come ha dichiarato in un articolo pubblicato sul numero di questa settimana di Left, lui stesso aveva considerato prima delle elezioni la possibilità d’accettare un incarico in un ipotetico governo, poi rifiutato a causa del profilarsi delle convergenze con la Lega Nord). Quindi, un ministro che potrebbe porsi in continuità con la linea dei governi Renzi e Gentiloni. C’è però anche da evidenziare che le dichiarazioni rese da Alberto Bonisoli il primo marzo, durante la presentazione della squadra di governo grillina, potrebbero celare qualche timida apertura al cambiamento: “il nostro patrimonio culturale non ha ricevuto negli anni un’attenzione e abbastanza risorse e investimenti da parte dei governi che evidentemente non sono stati capaci di valorizzare questo settore. Questa è la ragione per cui c’è una proposta complessiva di raggiungere un ammontare d’investimenti in questo settore che arrivi all’1% del PIL, ed eventualmente lo superi anche. Attraverso degli investimenti fondamentalmente di tre tipologie: un investimento di tutela dei beni culturali (è molto importante: noi abbiamo un enorme patrimonio che va protetto), un discorso di digitalizzazione (pensate solo all’impatto che potrebbe avere la digitalizzazione nella diffusione di una cultura di educazione artistica nelle scuole) e, ultimo ma non irrilevante, attraverso quella che si chiama ’cultura diffusa’, che sono le iniziative sul territorio. In particolare darei la priorità agli interventi mirati a ricreare una coscienza, un tessuto sociale nelle periferie urbane, perché la cultura può aiutare a superare il disagio sociale che c’è nelle nostre periferie”.

In altri termini, dalle parole di Alberto Bonisoli sembra di evincere che il neoministro abbia chiare alcune delle priorità fondamentali: aumento degl’investimenti (al momento la spesa per la cultura da parte dello Stato ammonta allo 0,8% del PIL, secondo dati Eurostat riferiti al 2016), spese per la tutela, digitalizzazione, periferie. Non s’è fatto però cenno al lavoro, al fatto che le strutture statali abbiano organici sottodimensionati, al fatto che occorrerebbe una seria lotta contro il precariato, al fatto che la cultura sia un settore dove abbonda l’utilizzo scriteriato del volontariato come surrogato del lavoro. E soprattutto, occorre verificare come il nuovo ministro si comporterà alla luce dell’alleanza coi leghisti, che all’epoca delle dichiarazioni sopra riportate non era ancora stata ufficialmente stabilita. Inoltre, ci sarà da valutare quale ruolo accorderà il governo Conte alla cultura: le discussioni che hanno preceduto la formazione del governo non hanno mai fatto riferimento al ministero della cultura. Segno che c’è comunità d’intenti tra le due forze e che il nome di Bonisoli non è mai stato messo in discussione, oppure segno che alla cultura non toccherà un ruolo rilevante nell’ambito dell’azione di governo? Qualunque sia la risposta, è facendo leva sui propositi del programma pentastellato, e sugl’iniziali intenti del nuovo ministro, che si potrà innescare, se non un cambiamento, almeno qualche sparuto progresso.

Il governo Conte, in sostanza, pone la cultura di fronte a una partita totalmente inedita. Mai s’era avuto, in Italia, un governo ritenuto populista. Mai, almeno negli ultimi tempi, le forze di governo avevano visioni così contrastanti sulla cultura. Mai avevamo visto l’Italia nelle mani di due partiti così incredibilmente incoerenti, pronti a cambiare non solo le strategie, ma addirittura le visioni, da un giorno all’altro. Sarà, insomma, una sfida. Di cui però adesso non si conoscono i termini. Anche perché non è detto che i partiti dello schieramento grillino-leghista non siano pronti a mutarle repentinamente e senza preavviso, come hanno dimostrato di fare a più riprese nei giorni della formazione del governo. Sarà, pertanto, una sfida molto difficile.

di , 2-6-2018

Dipingo quello che so che esiste, non quello che vedo. Il Polittico dell’Agnello Mistico.

Il Polittico dell’Agnello Mistico: il capolavoro di Hubert e Jan van Eyck nella Cattedrale di Gent

Jan van Eyck e Hubert van Eyck, Polittico dell'Agnello Mistico (datato 1432; olio su tavola, 350 x 470 cm aperto, 350 x 223 cm chiuso; Gent, Cattedrale di San Bavone). Ph. Credit KIK-IRPA

Jan van Eyck e Hubert van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico (datato 1432; olio su tavola, 350 x 470 cm aperto, 350 x 223 cm chiuso; Gent, Cattedrale di San Bavone). Ph. Credit KIK-IRPA

Era il 1823 quando, a Berlino, un restauratore al lavoro sul Polittico dell’Agnello mistico, uno dei più grandi capolavori della storia dell’arte mondiale, rimosse alcune ridipinture scoprendo un’iscrizione illuminante, che recitava: “Pictor Hubertus eeyck. maior quo nemo repertus / Incepit. pondus. que Johannes arte secundus / [Frater] perfecit. Judoci Vijd prece fretus / VersU seXta MaI. Vos CoLLocat aCta tUerI [1432]” (“Il pittore Hubert van Eyck, il più grande di sempre, ha iniziato questo gravoso lavoro, che suo fratello Jan, secondo in arte, ha portato a compimento, su commissione di Joos Vijd. Con questo verso, il 6 maggio del 1432, colloca ciò che è stato fatto sotto la vostra protezione”). La quartina aveva permesso di far luce sui nomi dei due autori della spettacolare opera conservata nella cattedrale di San Bavone a Gent, nel cuore delle Fiandre: Jan van Eyck (Maaseik, 1390 circa – Bruges, 1441) e suo fratello maggiore, Hubert van Eyck (? – Gent, 1426). E proprio da qui è possibile dare avvio a un appassionante viaggio dentro una delle opere più note, ma al contempo più enigmatiche, dell’intera storia dell’arte. Non sappiamo come i due fratelli si spartirono i compiti, e l’operazione è resa difficile anche dal fatto che non conosciamo opere certe di Hubert van Eyck, quindi non sappiamo come dipingesse. Inoltre, rimangono da chiarire alcuni aspetti del significato complessivo, sul quale peraltro non vige concordanza unanime. E ancora, date le traversie che l’opera ha subito nel corso dei secoli, non possiamo stabilire con certezza dove si trovasse in origine. Occorre dunque andare per gradi.

Leggi tutto “Dipingo quello che so che esiste, non quello che vedo. Il Polittico dell’Agnello Mistico.”

Il ritorno di Rubens ad Anversa: rivediamo queste opere cruciali

Rubens nelle Fiandre, i quattro grandi capolavori della Cattedrale di Anversa

Pieter Paul Rubens, Deposizione

Quando il grande scrittore scozzese Walter Scott (Edimburgo, 1771 – Abbotsford House, 1832) visitò la città di Anversa, nel 1815, subito dopo la disfatta di Napoleone nella battaglia di Waterloo, trovò la Cattedrale di Nostra Signora ancora spoglia dei suoi capolavori. L’autore dell’Ivanohe lamentò, in particolare, l’assenza delle splendide opere di Pieter Paul Rubens (Siegen, 1577 – Anversa, 1640) che pochi anni prima erano state razziate dagli occupanti francesi e condotte a Parigi, ma al contempo confidava nelle capacità diplomatiche del re Guglielmo I d’Olanda per far tornare le opere alla loro sede: “egli ha ultimamente promesso di usare tutta la sua influenza per recuperare i quadri che sono stati tolti dalle diverse chiese dei Paesi Bassi, e specialmente da Bruxelles e da Anversa”. La speranza era ben riposta, perché già nel 1816 tutti i capolavori di Rubens della Cattedrale di Anversa avevano fatto ritorno. Da allora, le opere del grande artista fiammingo non si sono più mosse.

Leggi tutto “Il ritorno di Rubens ad Anversa: rivediamo queste opere cruciali”

A Brescia, Museo di Santa Giulia, “Mostre di qualità: Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia”, a cura di Francesco Frangi.

Tiziano a Brescia, il Polittico non fu «gettato via»

Una mostra curata su come reagirono i pittori bresciani — Moretto, Savoldo, Romanino — all’arrivo in città, nel 1522, del dirompente Polittico Averoldi di Tiziano. La novità della macchina tizianesca, ispirata al «Laocoonte», trova un terreno reso fertile dalla ventata anticlassica padana del 1517-’18

Leggi tutto “A Brescia, Museo di Santa Giulia, “Mostre di qualità: Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia”, a cura di Francesco Frangi.”

Una mostra territoriale di qualità per il grande Gaudenzio Ferrari, targata Agosti. Da non perdere

Gaudenzio Ferrari, incontrovertibili nella dolcezza

Maestri del Rinascimento: Gaudenzio Ferrari, una mostra “territoriale” tra Varallo, Vercelli, Novara. Giovanni Testori ne decretò la grandezza con approccio esistenziale, adesso Agosti e Stoppa la dimostrano con rigore «concettuale»

Leggi tutto “Una mostra territoriale di qualità per il grande Gaudenzio Ferrari, targata Agosti. Da non perdere”

Grant Wood e il regionalismo: una corrente pittorica mitopoietica, in rivolta contro la città.

Grant Wood, modernità del regionalista

Grant Wood al Whitney Museum di New York, a cura di Barbara Haskell. La mostra sul pittore dello Iowa cerca di ricondurre la sua opera, segnata dalla rivincita del Village nei confronti della City, in un canone «progressista», sotto forma di astrazione e di ordine. Ciononostante è difficile sottrarsi alla fantasia che venga celebrato il Paese degli elettori di Donald Trump…

Grant Wood, “Spring Turning”, Reynolda House Museum of American Art, Winston-Salem, North Carolina

Leggi tutto “Grant Wood e il regionalismo: una corrente pittorica mitopoietica, in rivolta contro la città.”