La mostra di Paul Klee al MUDEC: potrebbe valere la pena

Paul Klee, l’interprete del non visibile. La mostra al MuDEC di Milano

Recensione della mostra ‘Paul Klee. Alle origini dell’arte’ al MuDEC di Milano dal 31 ottobre 2018 al 3 marzo 2019.

di Federico Giannini, 3-2-2019

Sala della mostra Paul Klee. Alle origini dell'arte

Non trascorse molto tempo dalla pubblicazione del suo visionario saggio Lo spirituale nell’arte, che Vasilij Kandinskij (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944) cominciò a maturare il proposito d’avviare la stesura d’un almanacco che raccogliesse riproduzioni delle più disparate creazioni artistiche: dipinti, sculture, disegni, incisioni, arazzi ma anche oggetti etnici, opere d’arte provenienti da culture extraeuropee, lavori creati da bambini. Un’eterogenea collezione che, assieme agli scritti teorici che l’avrebbero accompagnata, si poneva l’intento dichiarato d’estendere i limiti esistenti dell’espressione artistica e si configurava al contempo come pionieristica indagine sugl’impulsi che spingono l’essere umano a fare arte.

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Giovedì 14 primo capitolo degli incontri Romanticismo italiano

Romanticismo italiano

Capitolo 1

Cosa intendiamo quando parliamo di Romanticismo in arte? Canova fu romantico o neoclassico? Quali sono le relazioni tra questi due modi di fare arte e i loro riflessi sulla vita civile e sociale del tempo?

Per conoscere le risposte vieni giovedì in via terraggio 1 alle 14,45.

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Gli incontri si terranno nella consueta sede di Via Terraggio 1, angolo corso Magenta, al secondo piano, nella sede dell’Università Popolare, dalle 14,45 alle 17 circa.

La quota di partecipazione è di 13 euro, 5 per gli studenti.

E’ possibile acquistare su prenotazione i cd con le immagini e la registrazione degli incontri a 15 euro, 5 euro per le sole immagini.

Sul Neoclassicismo come fondamento della pittura romantica

Nobile semplicità e quieta grandezza: Winckelmann e le basi del neoclassicismo

di Federico Giannini, 28-7-2014

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Non si potrebbe comprendere il neoclassicismo senza far riferimento alla figura del principale teorico di questo movimento che si sviluppò nella seconda metà del Settecento e contraddistinse anche buona parte del secolo successivo: stiamo parlando di Johann Joachim Winckelmann (Stendal, 1717 – Trieste, 1768), autore del fondamentale saggio Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura (titolo originale: Gedanken über die Nachahmung der Griechischen Wercke in der Mahlerey und Bildhauer-Kunst), pubblicato nel 1755. In questo saggio, compare un passo essenziale per la comprensione del neoclassicismo. Eccolo qua per intero:

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Il Soffitto dello Steri di Palermo, per la rinascita

Il restauro del soffitto ligneo decorato di Palazzo Chiaromonte-Steri. Realizzato dall’Università di Palermo, un complesso intervento sul gioiello della Sala Magna, che rappresenta il meglio della cultura feudale siciliana nell’autunno del Medioevo. Studiato da Ferdinando Bologna in un felice libro del 1975, costituisce il fuoco ideale di un assetto urbanistico «a venire» della Kalsa

Claudio Gulli, Alias, 10-2-2019

Amanti in un dettaglio del soffitto ligneo di Palazzo Chiaromonte-Steri decorato nel 1377-’80
Amanti in un dettaglio del soffitto ligneo di Palazzo Chiaromonte-Steri decorato nel 1377-’80

Circa un secolo fa, se avessero chiesto ad Antonino Salinas quale fosse secondo lui la giusta destinazione d’uso dello Steri, l’illustre archeologo non avrebbe avuto dubbi. Il trecentesco palazzo dei Chiaromonte doveva divenire un museo. Durante tutta la sua vita, Salinas ha lamentato la ristrettezza degli spazi per il Museo Nazionale da lui diretto – e che oggi porta il suo nome. E fu ben poco ascoltato anche quando propose di ospitare allo Steri una sezione dedicata all’archeologia e al Medio Evo. Ma se anche fosse stato deciso di realizzare un museo allo Steri, diciamo verso il 1890, un dibattito cólto si sarebbe prodotto sui criteri museografici cui attenersi. Sul punto infatti, un altro gigante della cultura ottocentesca palermitana, Giovanni Battista Filippo Basile, avrebbe contraddetto il direttore. L’architetto del Teatro Massimo avrebbe visto volentieri allo Steri un museo come il South Kensington, un «Museo Artistico Industriale», legato alle Esposizioni Nazionali e meno schematico del modello tedesco che Salinas aveva in mente. E quando a Basile senior fu chiesto di progettare la piazza Marina, che sorge di fronte al cubo trecentesco dello Steri, lui si inventò uno square-garden, tanto era fissato con le idee inglesi. Queste posizioni si riverberavano in articoli e commissioni ministeriali, ma a inizio Novecento lo Steri perse una prima grande occasione. Al primo piano, né furono sistemate le collezioni nazionali, né si fece un museo di arti decorative. Le sale trecentesche accolsero invece le camere di udienza della Corte di Appello – una destinazione smantellata solo nel 1958.
Da qualche tempo infatti, era in atto una riscoperta, soprattutto del grande soffitto, dipinto fra 1377 e 1380 da tre pittori che si firmano Cecco di Naro, Simone da Corleone e Pellegrino Darena da Palermo. Questo straordinario documento della cultura medioevale – circa ventisette per otto metri di tavole dipinte – aveva conosciuto notorietà europea a partire dalla metà dell’Ottocento. Inglesi e francesi che vedevano nell’Alhambra una quintessenza dell’arte applicata non potevano che trovare allo Steri valide risposte per i loro occhi. Chi si formava in Sicilia in clima postunitario, spendendo la vita fra restauri, archivi e biblioteche – parlo di Gioacchino Di Marzo –, vedeva invece nel soffitto l’espressione figurativa di quei baroni, i Chiaromonte, che avevano per secoli tenuto la Sicilia sotto il giogo della feudalità. Ma i Chiaromonte non erano né gli Sforza né i Gonzaga, e infatti lo Steri, anche come dimensioni, non è proprio il Castello Sforzesco o il Palazzo Ducale di Mantova.
Gli spagnoli decapitarono Andrea, l’ultimo esponente della famiglia, nel 1391, proprio davanti la sua residenza. A riprova del loro dominio sui baroni siciliani, i regnanti si insediarono nel palazzo, che al tempo di Martino il Giovane dovette avere un fascino quasi almohade, con giardini, aranci e fontane, tuuto elaborato sul modello delle residenze reali sparse fra Sardegna e Catalogna. Per breve tempo, toccherà ai Viceré prendere possesso del palazzo, ma per secoli lo Steri sarà soprattutto la sede dell’Inquisizione, con tanto di uffici, tribunali, celle, carceri, torture ed esecuzioni capitali. Le carceri con i graffiti sono ormai un punto imprescindibile di chi visita lo Steri, e anche nel mondo degli studi si registrano preziosi avanzamenti, come dimostra il libro, fresco di stampa, sulle Parole prigioniere. I graffiti del Santo Uffizio di Palermo (a cura di Giovanna Fiume e Mercedes García-Arenal, Istituto Poligrafico Europeo, pp. 312, euro 17,00).
Eppure, figurativamente, il palazzo è in gran parte rimasto bloccato al Trecento, grazie soprattutto al soffitto ligneo della Sala magna, che riporta chiunque vi entri all’epoca dei Chiaromonte. Chi vuole saperne di più deve ancora rileggersi la monografia del 1975 di Ferdinando Bologna: Il soffitto della Sala Magna allo Steri di Palermo e la cultura feudale siciliana nell’autunno del Medioevo, per Salvatore Flaccovio – libro della stagione più felice, sia dell’autore che dell’editore. Bologna ha notevolmente ampliato i termini dello spettro di circolazione culturale del soffitto, individuando non solo le componenti giottesche (via Napoli) e islamiche (via Maghreb), ma anche quelle inglesi e francesi, soprattutto per il tramite delle miniature, a disposizione di pittori e uomini di corte del tempo. Come in un contrasto, nel soffitto sono rappresentati exempla e partiti decorativi: usando le storie di Susanna o di Giasone, di Didone o di Lancillotto, quasi sempre si ruota attorno al tema amoroso, come a specificare che due nuovi sposi dovranno intendere bene il racconto morale delle tavole. Un matrimonio documentato è quello fra Manfredi Chiaramonte e Eufemia Ventimiglia, e Bologna sospettava che si potesse datare al 1377 – d’altronde, gli stemmi delle due famiglie sono disseminati per il soffitto, e bene in evidenza sulle quattro fasce laterali.
Al momento, il soffitto è oggetto di un epocale intervento di restauro, realizzato dall’Università di Palermo, che comporta la rimozione delle assi dipinte dalle travi e il trasferimento in un laboratorio allestito in loco: qui le tavole sono sottoposte a consolidamento, velinatura, pulitura e ritocco. È quindi una straordinaria occasione di studio, e questo lavoro meritorio si somma ai numerosi impegni dell’Università sul fronte dei restauri. Proprio allo Steri, da anni è in corso il recupero dell’intero complesso monumentale. I restauri dei cortili permettono lo svolgimento di concerti e giornate di orientamento, mentre nei tanti ambienti del complesso si tengono mostre e conferenze.
Quando Carlo Scarpa e Enrico Calandra vennero incaricati di progettare la nuova sede del Rettorato allo Steri, il contesto era ben diverso. La Kalsa, il quartiere dove sorge il palazzo, era all’abbandono; nonostante a pochi passi vi fosse Palazzo Abatellis, dove proprio Scarpa nel ’53 aveva sistemato quelle collezioni che Salinas avrebbe volentieri collocato allo Steri. E quella, per lo Steri, fu un’altra occasione mancata: la Sala magna venne adibita ad aula conferenze del Rettorato. Infatti, prima dell’inizio dei lavori, il percorso di visita allo Steri non contemplava l’apprezzamento del soffitto.
Il giorno dopo il completamento del restauro del soffitto, si produrrà una nuova opportunità storica, per la città, la sua Università e il palazzo. Un progetto museografico che sia in grado di ridisegnare il rapporto fra la Sala magna e l’attuale percorso di visita potrebbe restituire piena centralità al soffitto. Come il Bargello a Firenze, lo Steri si riprenderebbe a pieno titolo il posto che gli spetta, nelle fruizioni dei monumenti palermitani. Quel senso di distanza proprio dell’architettura chiaramontana – è quasi un castello in città – si potrebbe smontare ritrovando la connessione del complesso monumentale con il mare, a meno di cinquecento metri, ma anche con le chiese del Barocco, con Palazzo Abatellis, con il sublime e poco distante Orto botanico, con lo Spasimo, e con i tanti altri luoghi della Kalsa che hanno grande valore culturale, ma poca riconoscibilità.
È più o meno un fatto noto che il progetto museografico più impegnativo di questo momento storico lo stia intraprendendo l’Università di Berlino – quella stessa capitale a cui Salinas guardava con tanta ammirazione. Era la Berlino di Bode, oggi è quella di Neil MacGregor. Ma la stessa esigenza, di raccontare una civiltà universale, sembra essere sul piatto, sia a Berlino che a Palermo.

Viaggio a Ravenna, 28 maggio – 1 giugno 2019, per vedere l’invisibile

RAVENNA

LA VISIONE DELL’INVISIBILE

28 maggio – 1 giugno 2019

viaggio a cura di Luca Mozzati – organizzazione tecnica Adenium

La storia dell’arte libera la mente

 

Ravenna è stata, per tre volte, capitale di tre imperi: dell’Impero Romano d’Occidente, di Teodorico Re dei Goti, dell’Impero di Bisanzio in Europa.

Questo prestigioso passato è testimoniato dalle basiliche e dai battisteri, dove si conserva il più ricco patrimonio di mosaici dell’umanità risalente al V e VI secolo, tanto che ben otto suoi monumenti sono inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Qui l’arte di rendere percepibile la divinità del cosmo e dei suoi rappresentanti terreni raggiunse vertici ineguagliati, conferendo alla città e ai suoi monumenti un sapore unico.

Conclude l’itinerario la visita di Comacchio e Pomposa

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Ravenna 2019 programma

Inutile e dannosa esposizione di (pochi) trofei: la mostra di Antonello a Palermo

Antonello da Messina (pochi) a tutti i costi (troppi)

Recensione della mostra ‘Antonello da Messina’ a Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, dal 14 dicembre 2018 al 10 febbraio 2019.

Antonello da Messina, Annunciata

Non nascondo che, prima di varcare la soglia della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo (il 4 gennaio 2019), avevo grandi aspettative verso la mostra Antonello da Messina, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa, inaugurata il 14 dicembre 2018 e aperta fino al 10 febbraio 2019. Le attese erano lievitate nel corso degli ultimi mesi: si prospettava come seconda alla grande mostra del 2006 alle Scuderie del Quirinale e a quella al Mart di Rovereto del 2013, “mostra dell’anno”, “evento di punta del calendario di Palermo Capitale della Cultura 2018”, “esposte quasi la metà delle opere di Antonello da Messina”.

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Kolomann MOser, protagonista dell’arte viennese in una mostra

Moser, ornamento per lo spazio

La mostra di Koloman Moser a Vienna, Museum für angewandte Kunst. Il suo multiforme e raffinato mondo in cinquecento oggetti, fra dipinti, grafiche, mobili, vetri e tessuti. Con lui la Secessione viennese si qualifica come rigorosa astrazione. Prima simbolista, via via sempre più geometrica, l’illustrazione, esercitata sulla rivista «Ver Sacrum», è la sua vera piattaforma

Un ritratto fotografico anonimo di Kolo Moser, ca. 1903.

Scrisse Hermann Broch che Vienna fin-de-siècle non era «tanto la città dell’arte quanto la città par excellence della decorazione». Loos e Kraus provarono a resistergli, ma il Modern Style, come chiarì Benjamin, si distingue per la «ventata ornamentalista» che se ne impossessa. Nella capitale della monarchia austro-ungherese si raggrumò «stile inglese» e giapponismo, antichità greco-romane e «intrecciati motivi di culture piuttosto diverse e lontane» in modo così «semplice e infantile» da comporre, a detta di Hoffmannsthal, un «regno semplicemente infinito» come quello della natura.

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Attualità di Raffaello in attesa del centenario

Raffaello, la sprezzatura del pittore-canone

“Raffaello a Roma. Restauri e ricerche”, a cura di Barbara Agosti, Silvia Ginzburg e Antonio Paolucci, edito dai Musei Vaticani. In attesa, nel 2020, del cinquecentenario della morte, un volume fa il punto sull’Urbinate, con rivelazioni: spregiudicatezza nell’interpretare il rapporto tra stile e tecnica, che contraddice lo stereotipo del maestro tutto regole e teoria

Un dettaglio della

Un dettaglio della “Messa di Bolsena”, affresco di Raffaello Sanzio situato nella Stanza di Eliodoro, una delle Stanze vaticane. Fotografia realizzata da Paolo Violini nel corso del restauro da lui condotto Leggi tutto “Attualità di Raffaello in attesa del centenario”

Dies irae: giovedì 31 l’implacabile conclusione. Si salvi chi può

Dies irae dies illa, decimo capitolo

Salve a tutte e tutti, la tremenda saga del Dies irae sprofonda nelle visioni di Bosch per concludersi drammaticamente con la sconvolgente opera di Michelangelo.Nulla sarà più come prima…

Per conoscere il nuovo episodio vieni giovedì in via terraggio 1 alle 14,45.

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Una bella mostra a Rancate firmata da Agosti e Stoppa

Ticino, il Rinascimento torna a casa

Alla Pinacoteca Giovanni Züst di Rancate, “Il Rinascimento nelle terre ticinesi 2. Dal territorio al museo” . Si tratta di un capitolo svizzero di arte lombarda. I curatori Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa mostrano come riconnettere, all’interno del museo, le opere di un territorio sparse per il mondo. L’allestimento, in legno di cedro, è del ticinese Mario Botta

Francesco De Tatti, Santo Stefano in giudizio, 1526 circa, Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst

Francesco De Tatti, Santo Stefano in giudizio, 1526 circa, Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst Leggi tutto “Una bella mostra a Rancate firmata da Agosti e Stoppa”