“Alta a coprire tutti i popoli toscani”: la cupola del Brunelleschi a Firenze

La Cupola di Brunelleschi che ha stupito il mondo: storia del capolavoro rinascimentale

La Cupola di Brunelleschi nel panorama di Firenze

Il 7 agosto del 1420 cominciava la costruzione della Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze, lo straordinario capolavoro di Filippo Brunelleschi. Ecco la storia di questa struttura incredibile e che ha stupito il mondo.

Comincia con una colazione a base di pane, melone e vino, il 7 agosto del 1420, la storia di uno dei più grandi capolavori della storia dell’umanità: la Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze, capolavoro di Filippo Brunelleschi (Firenze, 1377 – 1446), il padre del Rinascimento in architettura.

In un documento relativo ai pagamenti, redatto all’Opera di Santa Maria del Fiore cui erano in capo i lavori, e che ancora oggi è conservato negli Archivi dell’Opera, si legge infatti che fu questo il pasto che, assieme alla paga, fu offerto alla maestranze che cominciarono i lavori di realizzazione dell’imponente struttura: “A dì 7 d’aghosto lire 3 soldi 9 denari 4 per uno barile di vino vermiglio e uno fiascho di trebiano e pane e poponi per una cholezione si fe’ la mattina che si chominciò a murare la chupola”. Era l’apertura di un cantiere che mai s’era visto prima, perché l’impresa di Brunelleschi non aveva precedenti, e tuttora, per certi aspetti, non è stata superata: si parla, infatti, della più grande cupola al mondo in muratura (e all’epoca di Brunelleschi era la cupola più grande del mondo in termini assoluti), con un diametro interno di 45,5 metri ed esterno di 54,8. Ma non solo: il cantiere della Cupola di Brunelleschi presupponeva un nuovo approccio verso l’architettura, dal momento che occorreva superare problemi e ostacoli inediti, e impiegare macchinarî nuovi e nuovi metodi di organizzazione del lavoro.

A Firenze si era cominciato a discutere della cupola già nel 1367, dopo che fu terminata la tribuna absidale di Santa Maria del Fiore, progettata da Arnolfo di Cambio (Colle di val d’Elsa, 1245 circa – Firenze, 1310), e il progetto era diventato irrimandabile dopo che, nel 1413, era stato innalzato, sopra alla tribuna, anche il possente tamburo ottagonale alto tredici metri che aveva reso ancor più complessa la realizzazione di un’eventuale copertura. Per il progetto della cupola, l’Opera di Santa Maria del Fiore bandì un concorso nel 1418: si trattava di un incarico impegnativo, perché occorreva progettare una struttura che fosse in armonia col resto dell’edificio, e soprattutto era necessario pensare a come aggirare gli enormi ostacoli di carattere pratico e ingegneristico che si sarebbero inevitabilmente presentati. Il concorso, al quale parteciparono diciotto architetti che presentarono diciassette proposte (oltre a quello di Brunelleschi, all’Opera giunsero i progetti di Manno di Benincasa, Giovanni dell’Abbaco, Andrea di Giovanni, Giovanni di Ambrogio, Matteo di Leonardo, Lorenzo Ghiberti, Piero d’Antonio, Piero di Santa Maria a Monte, Bruno di ser Lapo, Leonarduzzo di Piero, Forzore di Nicola di Luca Spinelli, Ventura di Tuccio e Matteo di Cristoforo, Bartolomeo di Jacopo e Simone d’Antonio da Siena, Michele di Nicola Dini, Giuliano d’Arrigo), dopo varie fasi, consultazioni e nuove proposte si concluse nella primavera del 1420: Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti (Pelago, 1378 – Firenze, 1455), che alla fine risolsero di progettare in collaborazione un modello della cupola capace di sorprendere gli Operai di Santa Maria del Fiore, il 16 aprile del 1420 furono nominati Provveditori della Cupola, e a loro s’aggiungeva un terzo provveditore, Battista di Franco, che avrebbe svolto le funzioni di capomastro del cantiere e formalmente era considerato pari dei due colleghi. Ghiberti avrebbe sovrainteso ai lavori assieme al suo collega e antico rivale fino al 1425, anno a partire dal quale il cantiere fu gestito interamente da Brunelleschi.

Il grande architetto aveva convinto l’Opera di Santa Maria del Fiore non tanto per scelte particolarmente avveniristiche sul piano della forma o dell’estetica, ma soprattutto per via delle soluzioni di carattere pratico che aveva escogitato. Per la cupola non poteva che esserci un unico tipo di struttura: una volta ottagonale a vele, tanto che, se definiamo “cupola” soltanto quella struttura costituita da infiniti archi che ruotano attorno al proprio asse (e che dànno pertanto luogo a una cupola emisferica), allora la costruzione di Brunelleschi non è una cupola, ma è più propriamente, appunto, una volta. E date le dimensioni dell’imponente volta, non sarebbe stato possibile reggerla con armature di legname, le cosiddette centine, perché era impensabile costruire un’opera di legno alta più di novanta metri (la base della cupola si trova a un’altezza di circa 55 metri, più 13 di tamburo, e l’altezza della cupola sarebbe stata di 36,6 metri), e soprattutto, nonostante nella Firenze del XV secolo si potessero comunque trovare carpentieri in grado di costruire gigantesche armature, la centina non avrebbe retto il peso della struttura. Brunelleschi risolse il problema inventandosi una singolare cupola “autoportante”. Non c’erano però piani alternativi, e la decisione era obbligata. L’architetto pensò così di adoperare una doppia calotta, interna ed esterna: in pratica, la Cupola di Santa Maria del Fiore è composta da due cupole diverse, separate da uno spazio vuoto di circa un metro e venti e collegate tra loro da ventiquattro supporti costruiti sopra gli spicchi della cupola interna.

La Cupola di Brunelleschi
La Cupola di Brunelleschi

 

La Cupola di Brunelleschi nel panorama di Firenze
La Cupola di Brunelleschi nel panorama di Firenze

 

Probabile ritratto di Filippo Brunelleschi nella scena del San Pietro in cattedra di Masaccio (1423) nella Cappella Brancacci, Firenze
Probabile ritratto di Filippo Brunelleschi nella scena del San Pietro in cattedra di Masaccio (1423) nella Cappella Brancacci, Firenze

La soluzione immaginata da Brunelleschi risolveva diversi problemi di carattere pratico, al di là di quello dell’uso delle armature. Con due calotte, l’architetto era infatti riuscito ad alleggerire la struttura (una cupola “piena” sarebbe stata infatti molto più pesante), a conferire al tutto un maggior equilibrio statico (al quale ha concorso anche la disposizione a spina di pesce dei mattoni con cui è stata realizzata la calotta interna) e a meglio conseguire alcuni fini pratici ed estetici: la cupola esterna, infatti, garantiva una maggior protezione dall’umidità e dalle intemperie, e poteva assumere le caratteristiche formali che l’Opera di Santa Maria del Duomo si aspettava (la cupola esterna, come scrisse Antonio di Tuccio Manetti, biografo di Brunelleschi suo contemporaneo, doveva fare in modo che la struttura tornasse “più magnifica e gonfiante”). La calotta interna sostiene invece il peso di quella esterna.

Ma Brunelleschi aveva elucubrato delle innovative soluzioni anche per ciò che riguarda l’impostazione del cantiere. Nelle pagine delle Vite di Giorgio Vasari dedicate al grande architetto fiorentino si trova un elenco degli accorgimenti pratici coi quali Brunelleschi stupì gli Operai del Duomo, per aver “mostrato quell’animo che forse nessuno architetto antico o moderno nell’opere loro aveva mostro”: l’illuminazione delle scale nei corridoi tra le due calotte in modo che “non si potesse percuotere nei bui”, i punti d’appoggio (o “appoggiatoi di ferri”, come li chiama Vasari) per consentire alle maestranze di salire e scendere meglio dalle impalcature, e anche i punti di sostegno per i ponteggi riservati a chi in futuro avesse voluto decorare, con mosaici o con pitture, l’interno della cupola. E poi ancora gli smaltitoi delle acque piovane, buche e aperture per non far entrare vento nel cantiere, e per meglio proteggere la struttura dai terremoti. Brunelleschi aveva poi progettato le macchine necessarie alla costruzione, tanto affascinanti da appassionare persino Leonardo da Vinci (Vinci, 1452 – Amboise, 1519), che diciassettenne, appena arrivato a Firenze, volle subito studiarle (una passione che non si sarebbe limitata agli anni giovanili: troviamo i disegni delle macchine brunelleschiane nel Codice Atlantico). Sono macchine tanto ingegnose da portare molti architetti del Rinascimento a copiarle nei loro disegni (purtroppo non ci sono noti disegni delle macchine realizzati dalla mano di Brunelleschi). Si tratta di argani (alcuni dei quali mossi da coppie di cavalli che muovevano in circolo), carrucole, spettacolari gru girevoli agganciate a ponteggi sospesi nel vuoto (e che pertanto potevano essere utilizzate anche a grandi altezze).

Un altro capitolo importante era quello dell’organizzazione del lavoro in cantiere: Brunelleschi dimostrò infatti delle grandi doti gestionali, e non tralasciò nessun particolare per dar vita a un cantiere che consentisse alla cupola di procedere speditamente e ai lavoratori di operare in sicurezza pressoché totale. Nel cantiere lavoravano muratori, fabbri e carpentieri, legnaioli, segatori di legname, scalpellatori, bottai: dagli annali del cantiere ricaviamo un totale di 265 lavoratori che a vario titolo operarono nella cupola (lavoravano con contratti semestrali, e venivano impiegati di solito tra i 60 e i 70 lavoratori per semestre), e sappiamo per certo che ci furono soltanto nove infortuni, uno dei quali fu purtroppo fatale (accadde a un operaio di nome Nencio di Chello, che nel 1422 cadde da un’impalcatura e morì), mentre otto causarono ferite di entità più o meno lieve (solo tre non rientrarono al lavoro). Un numero tutto sommato basso, se si pensa al fatto che stiamo parlando di un cantiere del primo Quattrocento (e di certo all’epoca la cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro non era la stessa di oggi), ed estremamente difficile e pericoloso (tanto che gli operai impiegati erano quasi tutti lavoratori con esperienza: su 265, ben 259 erano maestri, 176 maestri con qualifica, e soltanto 6 erano manovali o fanciulli). Non solo: nessun lavoratore del cantiere era obbligato a lavorare in quota (ma chi lo faceva riceveva una paga più alta). La prima causa d’infortunio comunque non erano le cadute degli operai dai ponteggi o dalle impalcature, ma erano le cadute di materiale da costruzione addosso ai lavoratori: agli infortunati veniva comunque riconosciuto un periodo di convalescenza pagato.

Brunelleschi si era infatti premurato di garantire le migliori condizioni di lavoro agli operai. Per esempio, dai documenti sappiamo di impalcature con pareti per evitare che i lavoratori avessero la vista aperta sul vuoto sotto di loro, i ponteggi erano dotati di parapetti per impedire le cadute, e addirittura Brunelleschi arrivò a dare disposizioni sulle quantità di vino da somministrare agli operai (c’è da sottolineare, infatti, che la qualità dell’acqua delle città del Quattrocento non è la stessa di oggi, e che il vino era considerato bevanda molto più salubre: tuttavia, a tutela dei lavoratori, Brunelleschi dispose di annacquare il vino, e stabilì anche il licenziamento in tronco per gli operai che venissero trovati ubriachi). C’è poi un celebre aneddoto riportato da Vasari, secondo il quale, quando il cantiere arrivò a quote alte, si poneva il problema della perdita di tempo per andare a mangiare: così lo storiografo aretino racconta che Brunelleschi ordinò “che si aprissero osterie nella cupola con le cucine, e vi si vendesse il vino”, così che nessuno lasciava il posto di lavoro, se non la sera per andare a casa, col risultato che, scrive ancora Vasari, “fu a loro commodità, et all’opera utilità grandissima”. In realtà c’è da dire che quello di Vasari altro non è che un episodio leggendario: molto più probabile che gli operai si portassero il pranzo da casa, o anche che Brunelleschi avesse disposto di portare il cibo agli operai in quota, attraverso le sue macchine. Certo è che il grande architetto fiorentino ebbe un’attenzione nei confronti delle condizioni di sicurezza e del benessere dei lavoratori che sorprendono per la loro attualità. E ancora, Brunelleschi aveva pensato anche a come far procedere i ponteggi man mano che la quota si alzava: se nelle prime fasi di costruzione, quando le vele erano pressoché verticali, era possibile installare delle impalcature interne, l’incurvarsi delle vele verso l’alto rendeva d’obbligo l’utilizzo di ponteggi esterni, e alla fine, quando l’inclinazione era troppo forte, Brunelleschi immaginò un ponteggio sospeso nel vuoto al centro della cupola, appoggiato su travi fissate a quote inferiori. E a ogni fase della costruzione doveva curare che tutte le vele procedessero armoniosamente convergendo verso il centro: compito che riuscì alla perfezione.

Filippo Brunelleschi (attribuito), Modello ligneo della Cupola (1420-1440 circa; legno; Firenze, Museo del Duomo). Ph. Credit Antonio Quattrone
Filippo Brunelleschi (attribuito), Modello ligneo della Cupola (1420-1440 circa; legno; Firenze, Museo del Duomo). Ph. Credit Antonio Quattrone

 

Sezione della Cupola disegnata da Ludovico Cardi, detto il Cigoli, nel 1613
Sezione della Cupola disegnata da Ludovico Cardi, detto il Cigoli, nel 1613

 

Antonio da Sangallo, Mattoni disposti a spina di pesce (inizi del XV secolo; Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)
Antonio da Sangallo, Mattoni disposti a spina di pesce (inizi del XV secolo; Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)

 

Giambattista Nelli, Ricostruzione dei ponteggi interni della cupola di Brunelleschi (seconda metà del XVII secolo; Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)
Giambattista Nelli, Ricostruzione dei ponteggi interni della cupola di Brunelleschi (seconda metà del XVII secolo; Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe)

 

Leonardo da Vinci, Argano a tre velocità di Brunelleschi (1480 circa; Milano, Biblioteca Ambrosiana, Codice Atlantico, f 1083, verso)
Leonardo da Vinci, Argano a tre velocità di Brunelleschi (1480 circa; Milano, Biblioteca Ambrosiana, Codice Atlantico, c. 1083, verso)

 

Leonardo da Vinci, Gru girevole di Brunelleschi (1480 circa; Milano, Biblioteca Ambrosiana, Codice Atlantico, c. 965, recto)
Leonardo da Vinci, Gru girevole di Brunelleschi (1480 circa; Milano, Biblioteca Ambrosiana, Codice Atlantico, c. 965, recto)

 

Bonaccorso Ghiberti, La gru di Brunelleschi (dopo il 1446; Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, B.R. 228, c. 106r)
Bonaccorso Ghiberti, La gru di Brunelleschi (dopo il 1446; Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, B.R. 228, c. 106r)

Ma quali erano i modelli di riferimento di Filippo Brunelleschi? Un esempio di cupola a vele era già presente a Firenze: si tratta della cupola del Battistero, che comunque non ha l’elevazione di quella di Santa Maria del Fiore, per quanto costruita su una pianta ottagonale come quella di Santa Maria del Fiore. Ancora, forse Brunelleschi poteva aver sentito di alcuni precedenti nell’Oriente persiano, come ha ipotizzato lo studioso Piero Sanpaolesi: a Soltaniyeh, nell’odierno Iran, si trova infatti il mausoleo di Öljeitü, che ha la più antica cupola a doppia calotta che si trovi sul suolo iraniano, risalente a un periodo compreso tra il 1302 e il 1312. Naturalmente l’architetto fiorentino non si recò di persona in Persia, ma dal momento che la costruzione, tra Tre e Quattrocento, godette di una certa fama anche in Europa, e che comunque i collegamenti commerciali tra Oriente e Occidente erano frequenti, potrebbe non apparire illogico che Brunelleschi abbia tratto ispirazione dall’illustre modello. Si è poi a lungo parlato del Pantheon: si ipotizza, secondo una suggestione che comunque è accettata da tutta la critica, che Brunelleschi avesse viaggiato a Roma per studiare le opere degli antichi romani, e di conseguenza non gli sarà sfuggita la cupola del Pantheon, dal diametro di oltre 43 metri, e che è ancor oggi la cupola in calcestruzzo più grande al mondo. Brunelleschi dovette ricavarne importanti spunti, soprattutto per quel che riguarda la statica dell’edificio, le modalità costruttive, l’organizzazione del lavoro. L’architetto, per esempio, si era accorto che i gradoni esterni della cupola del Pantheon poggiavano su una forma interna circolare.

“Ciò che appare straordinario in Brunelleschi”, hanno scritto lo storico dell’architettura Roberto Masiero e l’ingegnere David Zannoner, “è come egli smonti idealmente la cupola del Pantheon, come si farebbe con le componenti di una macchina o con gli ingranaggi di un orologio. La smonta non per ricostruirla tale e quale a Firenze, ma per intuirne le logiche, i funzionamenti strutturali, i punti di forza e gli elementi di debolezza, e per dedurre, al termine di un procedimento del tutto concettuale, che a Firenze si sarebbe dovuto realizzare qualcosa di radicalmente diverso”. Le affinità con la cupola del Pantheon sono infatti poche, a livello formale e strutturale: cambiano i materiali (mattoni nel Duomo di Firenze, calcestruzzo al Pantheon), le forme (una volta ottagonale invece di una cupola semisferica), il tipo i struttura (una cupola a doppia calotta invece che una cupola a singola calotta), il fatto che la cupola sarebbe svettata sulla città e visibile da lontano, mentre invece la cupola del Pantheon, notevolmente più bassa, rimane nascosta tra i palazzi di Roma. “In altre parole”, concludono Masiero e Zannoner, “Brunelleschi non ha messo in atto un’analogia mimetica, ma una concettualizzazione dei processi; non ha riprodotto, ma ‘smontato’ l’oggetto per produrre qualcos’altro”.

La Cupola del Pantheon a Roma
La Cupola del Pantheon a Roma. Ph. Credit Anthony Majanlahti

 

Il mausoleo di Öljeitü a Soltaniyeh
Il mausoleo di Öljeitü a Soltaniyeh

 

La Cupola di Brunelleschi nel panorama di Firenze
La Cupola di Brunelleschi nel panorama di Firenze

Come detto, occorsero sedici anni per completare il lavoro: era il 25 marzo del 1436 quando papa Eugenio IV consacrava solennemente la cupola. Gli operai invece festeggiarono più tardi, visto che mancavano alcune finiture, ma anche loro, il 3 agosto, poterono brindare: ancora con una colazione a base di pane, meloni e vino (questa volta però schietto, per celebrare l’evento: era concesso solo in occasione delle feste, oppure per celebrare un avanzamento particolarmente importante nei lavori del cantiere). Esattamente come sedici anni prima. Il 31 agosto, arrivò anche la benedizione del vescovo di Fiesole, e ci fu una festa in piazza, con un lauto banchetto per le maestranze, per i fabbricieri di Santa Maria del Fiore e per i membri del clero fiorentino. Mancava solo la Lanterna, alta sei metri, che chiude la struttura: anch’essa fu progettata da Brunelleschi (l’Opera di Santa Maria del Fiore approvò il suo progetto in data 31 dicembre 1436), ma l’architetto non fece in tempo a vederla finita perché scomparve nel 1446, e l’opera sarebbe stata terminata soltanto dopo la sua scomparsa. La Lanterna (che, peraltro, svolge un’importante funzione statica, dal momento che contribuisce all’equilibrio generale della struttura) fu terminata il 23 aprile 1462, con i lavori che furono diretti dal successore di Brunelleschi, il summenzionato Antonio Manetti (Firenze, 1423 – 1497), che rispettò alla lettera il progetto di Brunelleschi (come attesta il modello ligneo oggi conservato al Museo dell’Opera del Duomo). L’opera poteva definirsi completata definitivamente nel 1472, quando sulla Lanterna fu issata la palla in bronzo progettata dal Verrocchio (Andrea di Michele di Francesco di Cione; Firenze, 1435 – Venezia, 1488).

La Cupola di Brunelleschi è uno dei più grandi capolavori della storia dell’arte non soltanto per le sue caratteristiche intrinseche, ma anche perché fa da spartiacque tra due epoche, come ha scritto il grande storico dell’architettura Leonardo Benevolo. La cupola, leggiamo nella sua Storia dell’Architettura del Rinascimento, “si colloca tra il passato e l’avvenire”, e “conclude l’immagine tradizionale della città, e dà la misura delle possibilità future. Anche oggi la cupola brunelleschiana appare come un unicum, sospeso fra due epoche; è in sostanza un’opera gotica, non per il sesto acuto ma per i legami organici con l’edificio di Arnolfo e per l’importanza dell’impegno strutturale; come nelle grandi cattedrali duecentesche e trecentesche, s’intende toccare il limite delle possibilità insite in un dato sistema costruttivo. Nello stesso tempo possiede una nuova intenzionalità formale (in larga misura distaccata dall’edificio circostante e fondata sull’esaltazione del tracciamento geometrico) ed è la prima opera importante dove l’architettura non è solo il consulente ad alto livello di un corpo collettivo di esecutori, ma l’unico responsabile della forma, della decorazione, della struttura e dell’organizzazione di cantiere; quindi segna il paessaggio a una nuova esperienza architettonica, di cui Brunelleschi stesso sta elaborando i fondamenti metodologici”.

Già i fiorentini del 1436 potevano osservare una struttura incredibile, per quegli anni ma anche per oggi: un’enorme volta rossa, scandita dagli otto candidi costoloni che marcano le forme delle vele, diventata subito un riconoscibilissimo elemento del paesaggio, dal momento che la cupola si può vedere anche a svariati chilometri di distanza. Un motivo di vanto e d’orgoglio per gli abitanti di Firenze (Leon Battista Alberti scrisse, con parole pungenti, che la cupola è una “struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla a choprire chon sua ombra tutti e’ popoli toscani”). Il segno più evidente della determinazione, della caparbietà, dell’arguzia e dell’eccezionale talento di Filippo Brunelleschi. E una struttura che oggi ci appare soprattutto come un simbolo straordinario e universale dell’ingegno umano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.